1929-2009 QUEL FINE OTTOBRE DI 80 ANNI FA

Se arrivi alla veneranda età di 95 anni magari non sei molto interessato all’andamento della Borsa e ai suoi imperscrutabili su e giù. Non però se ti chiami Seth Glickenhaus e a Wall Street sei considerato quasi una leggenda. La sua società, Glickenhaus & Co., gestisce quasi 2 miliardi di dollari per conto di clienti facoltosi e fondi pensione e questo vegliardo vecchietto è ancora attivissimo nelle scelte di portafoglio della propria clientela.

Può vantare al suo attivo rendimenti a 2 cifre su un orizzonte temporale di diversi decenni ma anche un’esperienza quasi unica: è fra i pochissimi operatori di Borsa che era già in attività nel 1929. Un vero veterano che si è fatto buona parte dei crac del XX secolo e non si è perso nemmeno quello del 2008 quando Wall Street (e buona parte delle borse mondiali) sono precipitate di quasi il 40% in un anno. Come era accaduto proprio nel 1929 quando Glickenhaus iniziava a muovere i primi passi nel settore, facendo il fattorino per un broker obbligazionario. Un lavoro temporaneo che doveva servire a raggranellare qualche dollaro e che invece si è trasformato in qualcosa di piuttosto definitivo visto che ha poi dedicato alla Borsa tutta la vita.

Proprio in queste settimane ricorre l’anniversario di quell’evento perché furono proprio gli ultimi giorni di ottobre a decretare quello che ancora oggi viene considerato il crac dei crac. L’evento più simile all’apocalisse dell’economia e della finanza poiché il brusco ribasso delle quotazioni innescò una serie di conseguenze drammatiche. Qualcosa che nell’ immaginario collettivo americano ricorda uno scoppio atomico: l improvviso deprezzamento del 30% della Borsa in pochissime sedute, la serie delle bancarotte, i suicidi dei finanzieri, le ‘code del pane’ dei disoccupati. Tra il 3 settembre del ’29, quando segnò il record, e l’ 8 luglio del ’32, quando toccò il fondo, l’Indice Dow Jones dei titoli industriali scese da 381 a 41 punti, un calo dell’89%. Nel periodo della Grande Depressione il tasso di disoccupazione balzò quasi al 30% negli Stati Uniti; il prodotto interno lordo crollò del 60%; gli investimenti scesero in picchiata dell’89%; la produzione automobilistica calò del 65% e il valore delle costruzioni scese del 75%. Un vero disastro economico che iniziato nell’ottobre del 1929 vide affiorare la luce in fondo al tunnel solo a partire dal 1933 (quattro anno quindi) quando il presidente americano Franklin Delano Roosvelt impose un ‘New Deal’, avviando un intervento massiccio dello Stato nell’economia in tutti i campi.

Facile comprendere quindi le ragioni per cui in queste settimane sia stato più volte richiesta a questo veterano di Wall Street di sfogliare l’album dei ricordi (vedi box a fianco). La crisi finanziaria (e i cui effetti economici sono ancora vivi) che i mercati hanno attraversato lo scorso anno e che ha visto i listini di mezzo mondo perdere il 40% quanto è paragonabile con quello accadde nel 1929? Il peggio è passato? Potrebbe verificarsi ancora uno scenario così terrificante? E come si arrivò nel 1929 a quella situazione?
Per rispondere a queste domande e inquadrare meglio il pensiero di Seth Glickenhaus è bene ricordare cosa accade esattamente 80 anni fa e quale scintilla appicco l’incendio.

IL GRANDE CROLLO E LE CASSANDRE INASCOLTATE.

‘Il carattere dominante del mercato azionario degli anni ‘20 non fu la caccia selvaggia alle innovazioni speculative ma l’impiego del debito per investimenti piramidali e l’intensificarsi dei guadagni. Con i prestiti garantiti da azioni gli speculatori potevano permettersi di comprare qualsiasi cosa. La leva finanziaria non era limitata a singoli speculatori che ottenevano prestiti garantiti da azioni; divenne la struttura portante della finanza americana’ ha scritto nel suo saggio di qualche anno fa dedicato alle bolle speculative Edward Cancellor, ricordando le parole di un banchiere ‘sano’ (Paul M. Warburg) che prima dello scoppio del crac già denunciava: ‘La storia, che si ripete in modo doloroso, ha insegnato all’umanità che l’eccessiva espansione speculativa si conclude inevitabilmente in un eccesso di contrazione e nella miseria… Ma se si consente alle orge speculative di espandersi oltre misura è certo che il crollo finale non colpisce soltanto gli speculatori ma determina anche una depressione generale che coinvolge tutto il Paese’.

L’anno prima del crac del 1929 alcuni autorevoli giornali, come il Washington Post e il Commercial and Financial Chronicle, avevano iniziato in realtà a paventare il crollo del mercato azionario. Nel 1928 entrambi i quotidiani avevano messo in guardia i loro lettori: le azioni erano incredibilmente sopravvalutate e i prezzi dei titoli continuavano a salire non a causa di un miglioramento dei fondamentali delle società quotate ma a seguito dell’enorme massa di liquidità che si era riversata sulla Borsa. Sfortunatamente la crisi era dietro l’angolo, non dietro la porta: ci furono di lì a poco quattro forti ribassi, nel giugno e nel dicembre del 1928, nel febbraio e nel marzo del 1929, ma il mercato successivamente non solo recuperò le perdite ma salì ancora. Conseguentemente il Washington Post e il Commercial and Financial Chronicle furono bollati come ‘Cassandre Ribassiste’.

I risparmiatori degli Stati Uniti si erano fatti divorare dalla passione per le azioni e del guadagno facile. Si ripeteva così quello che era accaduto in Olanda tre secoli prima e che Charles Mackay aveva descritto bene nel suo libro La pazzia delle folle: ‘Nobili, comuni cittadini, meccanici, marinai, valletti, camerieri e persino spazzacamini e vecchie venditrici di abiti usati si buttarono anima e corpo sui tulipani’. Tutti ritenevano allora che i nuovi fiori non sarebbero mai passati di moda e che da ogni parte del mondo sarebbero giunte in Olanda legioni di compratori disposti a sborsare qualunque somma fosse stata richiesta. E nell’America del ’29 si stava ripetendo lo stesso copione così come testimoniava un corrispondente britannico appena sbarcato a New York prima del crac del ’29: ‘Puoi intavolare un discorso sul proibizionismo, o su Hemingway, o sull’aria condizionata, o sulla musica, o sui cavalli, ma prima o poi il discorso scivola inevitabilmente sulla Borsa e solo a quel punto la conversazione si fa seria’.

LE SOLITE PREVISIONI (SBAGLIATE) DEGLI ESPERTI.

In un libro dedicato ai grandi episodi di euforia finanziaria l’economista Galbraith ha rimarcato un fenomeno familiare: la credenza nell’avvento di una nuova era che rendeva obsoleti i principi consolidati. Irving Fisher, professore di economia a Yale, fece alla vigilia del crac una diagnosi diventata celebre: ‘La Borsa sembra destinata a mantenersi indefinitamente sulle vette raggiunte’. Nell’estate del 1929 l’argomento principale di conversazione tra gli americani (non solo quelli appartenenti alla middle class ma anche stimati intellettuali) era quindi diventato Wall Street. La gente, anziché lavorare, affollava gli uffici dei broker per seguire minuto per minuto le quotazioni di Borsa. E’ proprio riflettendo su un simile fenomeno di infatuazione che, secondo la leggenda, Joseph Kennedy (il padre del presidente assassinato) evitò la bancarotta. Un mattino del 1929 il suo lustrascarpe rifiutò la mancia, giudicandola troppo misera. ‘Signore, ieri mattina ho guadagnato 250 dollari in Borsa. Sì tenga pure i suoi 5 cents, non mi servono’. Lo speculatore consumato fece il seguente ragionamento: ‘Se il mio lustrascarpe ne sa più di me c’è qualcosa che non va nel mondo della finanza’. Il giorno stesso liquidò tutto il suo portafoglio azionario. Il 3 settembre 1929 un consulente finanziario del Massachusetts, tale Roger Babson (che nella realtà da diversi anni aveva anticipato un possibile forte calo mentre i mercati superavano continuamente nuovi massimi), aveva tuonato contro i pericoli insiti nella sopravvalutazione del mercato azionario e aveva preannunciato che entro poche settimane Wall Street avrebbe vissuto il giorno più nero della sua storia. Nessuno gli prestò ascolto.

Il presidente della Fed, la Banca Centrale Usa, Charles Mitchell osservò: ‘La situazione negli Stati Uniti è assolutamente solida, nulla può fermare il movimento positivo del mercato’. Tutto questo mentre il mitico professore Irving Fisher dichiarava che ‘il mercato azionario entro pochi mesi sarà più alto del livello attuale’. Nonostante le ottimistiche previsioni di Fisher (che nel ribasso poi perse la fortuna propria e quella della moglie), pochi giorni dopo ci fu una forte discesa del mercato. In realtà neppure l’economista più influente del secolo, John Maynard Keynes, seppe prevedere il crollo. Ne subì un grave danno, ma si rifece in seguito.

Timidamente il New York Times azzardò in quei primi giorni di ottobre del 1929 che il crollo non era più dietro l’angolo ma dietro la porta. Nuovamente la notizia non produsse alcun effetto: il 21 ottobre gli scambi erano ai livelli massimi. Nei giorni successivi il mercato subì una decisa inversione di tendenza. La gente si innervosì e iniziò a vendere e fu l’inizio della valanga. Vendite in moltissimi casi obbligati perchè molti risparmiatori operavano con soldi a prestito ed erano obbligati a chiudere le posizione. Un crollo del 50% in poche settimane (vedi sotto la cronaca di quei giorni). Un ribasso che quando si placava faceva a pensare a molti che più in giù di così non si poteva andare e che gli interventi governativi avrebbero potuto interrompere la spirale.

Nella primavera del 1930 il mercato diede timidi segnali di ripresa, ma in giugno iniziarono nuovamente i ribassi e proseguirono per l’intero mese. Fu l’inizio di quella che passò alla storia come ‘la Grande Depressione’. Nell’autunno del 1930 arrivò l’ondata di fallimenti delle banche: oltre 600 dei più prestigiosi istituti di credito americani furono spazzati via, trascinando nel disastro anche coloro che a Wall Street non avevano investito nemmeno un cent.

Gli Usa toccarono il livello più basso della crisi nell’inverno del 1932. Il mercato azionario era ridotto a 1/6 (-84%) rispetto all’apice del 1929 e si stimarono in oltre 12 milioni i disoccupati in questa fase. Una crisi che divenne planetaria e coinvolse anche le economie e le Borse del Vecchio Continente per diversi anni. Compresa l’Italia. E nonostante i buoni propositi di Benito Mussolini all’indomani del crac di Wall Street: ‘… gli uomini e le istituzioni del fascismo possono affrontare qualsiasi crisi, anche se improvvisa’. Ma l’onda lunga della crac dell’ottobre 1929 a Wall Street arrivò anche in Italia.

I RICORDI DEL VETERANO. HA 95 ED E’ ANCORA IN PIENA ATTIVITA’ A WALL STREET

Durante gli anni del Grande Crollo Seth Glickenhaus era un adolescente e ricorda ancora quando arrivò a casa e trovò suo padre, un broker assicurativo, piangente. Aveva appena licenziato un dipendente di vecchia data. Oggi a 95 anni Glickenhaus opera con lo stesso entusiasmo di quando ha iniziato negli anni ’30 a lavorare a Wall Street.’Il paese ha problemi più profondi di quanto non fosse durante la Grande Depressione – dice Glickenhaus – ma a differenza di quel tempo, quando il governo ha omesso di agire in fretta, questa volta invece i governi di tutto il mondo sono intervenuti massicciamente. In crisi di questo tipo è meglio che lo Stato metta troppo che troppo poco. I debiti si possono rimborsare in seguito. E per questo motivo sono sempre stato fiducioso sullo sbloccarsi di questa crisi’.

Sul banco degli imputati di questa ultima crisi l’arzillo gestore (ancora fra i più noti money manager di New York ancora sulla breccia) mette le agenzie di rating, gli analisti che dicono sempre ‘buy’ e i banchieri super pagati. Nel 1929 Glickenhaus ha iniziato a lavorare come fattorino per Salomon Brothers & Hutzler (ora Salomon Brothers, da parte di Citigroup). Anche dopo essersi laureato a Harvard ha continuato a lavorare in questo settore e nel 1938 con un amico ha fondato la sua società d’investimento. Si è preso solo due pause. Durante la seconda guerra mondiale per partire come volontario (nonostante una vista pessima). E poi per tentare di laurearsi in medicina negli anni ’50: un sogno che aveva nel cassetto e a cui aveva dovuto rinunciare a causa di Wall Street.

La storia si può sempre ripetere soprattutto se i politici commettono errori fatali dopo quelli commessi degli investitori. Allora subito dopo il crac il presidente Hoover aumentò le tasse invece di abbassarle. E disoccupazione di massa, povertà e fame dilagarono in tutto il mondo. ‘E ‘stato un momento terribile – ricorda di quell’ottobre del 1929 – Perchè pensavano tutti che dopo l’arcobaleno avremmo incontrato il paradiso. Invece è arrivato l’abisso’

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI