A CHE PUNTO SIAMO DELLA CRISI. ARRIVANO ORA I CINESI (UNA VOLTA ERANO GLI AMERICANI) A SALVARE IL MONDO?

Erano gli anni 30 e l’Italia delle sanzioni si ritrovava intorno a un motivetto orecchiabile e divertente scritto da un futurista, Rodolfo De Angelis: “Ma cosa è questa crisi”. Cambiano le epoche e i governi ma per tutto il resto non sembra cambiato molto e l’argomento “crisi” è fra i più dibattuti.

Periodi di espansione e di crisi sono connaturati al ciclo economico e questa alternanza di stagioni è sempre esistita. Ma molti consumatori, imprenditori e risparmiatori iniziano a domandarsi se il “giocattolo” non si sia rotto o almeno incrinato visto che le tempeste economiche e finanziarie, nell’ultimo decennio, sembrano succedersi con una frequenza (ma anche magnitudo) sempre maggiore.

 

In questa lunga intervista si parla di stati sovrani e sostenibilità  del debito, quali sono i paesi e le valute da guardare con maggiore interesse, i titoli di stato più sicuri e cosa potrà  comportare l’apertura del governo cinese a una rivalutazione della propria valuta, lo yuan renminbi. Con l’euro debole, e l’effetto depressivo dei tagli alla spesa pubblica, il Vecchio continente spera in un boom di esportazioni verso la Cina. Ma in questo Report si parla anche di stabilità  e instabilità  dei mercati finanziari, paesi emergenti, operare sulle valute, rischio “apocalisse finanziaria”, deflazione e scenario giapponese.

 

 

Prima il rischio di default della Grecia e del Portogallo, poi improvviso quello dell’Ungheria. Rischi di insolvenza veri o presunti che hanno fatto precipitare le Borse e l’euro con saliscendi spesso incomprensibili. Quali sono i prossimi “mal di pancia” che i risparmiatori dovranno sopportare?

“Prima di tutto distinguiamo la mossa sbagliata  del portavoce ungherese, che ha lanciato un monito rispetto alla situazione greca, dettata dalla necessità  di non alienarsi i favori del Fmi ed al contempo  il consenso dell’Ue che sono cruciali per un governo “alle prime armi” che ha ereditato una situazione più gravosa di quanto previsto soprattutto sull’indebitamento delle società  pubbliche.

Detto questo è chiaro che tutto cir non è comparabile con la Grecia. Tra l’altro l’Ungheria non è un Paese dell’Eurozona,  ma questo caso  ha definitivamente  riacutizzato le sensibilita’ sul vero stato di salute di Stati e banche europee, confermando un  problema strutturale e la necessità  di ricorrere anche a  misure non convenzionali per far ripartire la crescita economica e ridurre il debito. Due imperativi che sono quanto mai cruciali ormai  per tutti onde e per evitare  effetti ulteriormente deleteri di un contagio europeo anche sugli investimenti dall’estero. Detto questo: gli investitori hanno già ‘ potuto osservare la reazione coordinata dei governi europei e delle banche Centrali, estremamente incoraggiante e mirata a dare i suoi frutti sin dalla fine di Maggio”.

 

 

 

Chi deteneva “tranquili” Btp decennali in queste settimane ha visto le quotazioni scendere anche di 5 punti percentuali.  E’ possibile ripararsi in qualche modo da tutti questi “scossoni” o oramai viviamo nell’era dell’incertezza?

 

“Occorre tenere in conto come la recente crisi del rischio sovrano ha colpito in modo inequivocabile i titoli governativi che sino ad un anno fa erano considerati esenti da rischi  e comunque direttamente correlati al merito di credito espresso puntualmente dalle case di rating. L’eccessivo indebitamento accumulato tra pacchetti di stimolo all’economia ed interventi a salvataggio delle banche hanno ampliato il divario tra Paesi Emergenti e Paesi sviluppati evidenziando un trend in netto peggioramento anche per gli anni a venire.Ma aldila’ della volatilita’ i Paesi periferici UE e l’Italia non sono a rischio  default e vi sono diversi strumenti liquidi per coprire in tutto in parte il rischio tasso (es futures) o il rischio di credito (es.Indici Itraxx).Mentre il rischio di mercato è soggetto alle strategie adottate e coerenti con la propria propensione al rischio e quindi differenziate in termini di scadenza e merito creditizio degli emittenti.

L’attenzione  resta quindi rivolta alle aste domestiche, soprattutto europee per valutare un miglioramento del sentiment verso i  periferici UE, peraltro già  in atto”.

 

 

Gli investitori italiani (ma non solo) tendono a investire soprattutto sui titoli del proprio Paese. Btp, Cct, Bot: è possibile dormire sonni tranquilli o accrescere la diversificazione è consigliabile in ogni caso? E quali Paesi possono offrire una protezione maggiore, uscendo dalla solita Germania i cui titoli di stato oramai hanno raggiunto rendimenti quasi nulli nel breve?

“E’ sempre consigliabile operare una buona diversificazione del portafoglio, per rischio Paese, valuta e duration. E premesso che i BTP restano tra gli strumenti governativi piu’ liquidi, essendo il mercato italiano il terzo più ampio al mondo dopo Usa e Giappone, vi si possono affiancare altri titoli di Stato di Paesi Ue come Francia, Svezia e Australia (sia in dollari Usa che in dollari australiani), o Paesi che non hanno ancora adottato l’euro come la Polonia che offre titoli governativi  in euro e sia in divisa locale, come lo zloty polacco. Questi ultimi che offrono anche  buoni rendimenti reali netti”.

Come la stagione degli uragani nei Caraibi che diventano sempre più violenti e meno prevedibili cosi sembrano essere diventate le crisi finanziarie. Che sta accadendo al pianeta finanziario? Si va verso un nuovo ordine o stanno venendo alla luce tutte le contraddizioni di quello vecchio?

“Entrambe le cose direi. Da un lato si è aperto un dibattito su un sistema finanziario che ha fallito nell’esasperazione del modello fondato sulla distribuzione dei rischi a una miriade di soggetti spesso inconsapevoli come ha dimostrato la crisi dei mutui subprime. Poi stiamo assistendo al sorpasso dei Paesi Emergenti, guidati dai cosiddetti BRIC (Brasile, Russia, India, Cina), che esprimono un indebitamento verso il prodotto interno lordo mediamente inferiore a quello dei Paesi sviluppati  (45% contro 90%) ed un  tasso di crescita economica medio atteso del 6% per il 2010 rispetto ad una stima globale mondiale al 3.5% sempre per il 2010. Senza tenere conto che solo i Paesi asiatici sono il salvadanaio del mondo detenendo il 60% delle riserve mondiali e tutto cir  ha spostato il peso politico negli ambiti internazionali del G20”.

 

 

 

Alcuni economisti come Nouriel Roubini o Jacques Attali parlano della necessità  di radicali riforme strutturali sia dei paesi membri dell’Unione Europea che delle regole comuni. Intanto in queste settimane l’euro è sceso ai minimi degli ultimi  anni. Un segnale di sfiducia verso la possibilità  che i governanti europei possano affrontare di petto la crisi (coordinando un serio intervento comune) o tutto sommato una svalutazione che farà  bene alle imprese europee, rendendole più competitive nel panorama mondiale?

“Ancora nella prima meta’ di Giugno di giugno l’andamento dell’euro è  rimasto sulla difensiva  evidenziando ancora il permanere di un certo scetticismo dei mercati finanziari in relazione alle possibili ripercussioni di un cambiamento delle condizioni economiche  legate ai rischi di crescita conseguenti alle problematiche fiscali della zone EU. Peràdal nuovo minimo dell’anno di EUR USD di lunedì 7 Giugno a 1,1876 (causato  dalla forte ventata di vendite speculative abbinata ai timori sulla posizione fiscale ungherese) abbiamo assistito ad una seppur moderata propensione a favore dei rischi e a un certo recupero con massimi crescenti.

Inoltre  si è concretizzata la costituzione da parte dei governi di Eurolandia di costituire un meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria (EFSF, European Financial Stability Facility) con il mandato di raccogliere sul mercato fondi (fino a 440 miliardi di euro) da destinare al supporto dei membri EU in difficoltà  fiscal e di bilancioi. Questo non è di certo sufficiente ad indurci a rivedere la nostra posizione che vede inalterate nel breve periodo il permanere di volatilità   elevata.. Ma ora il livello euro/dollaro di 1,2180 è da considerare la prima solida area resistenza. E alle porte del solstizio d’estate potremmo anche supporre che gli eventi negativi siano già  tutti emersi. Dopo una possibile fase

laterale durante i mesi estivi, potremmo dunque assistere ad una ripresa di tutti gli asset che sono stati

maggiormente penalizzati dalla speculazione. Il dato dell’occupazione statunitense di maggio particolarmente debole cosi’ sembra aver solo  ritardato le conferme per una sostenuta ripresa economica ed incoraggiare fino al prossimo mese un’inclinazione più sbilanciata a favore del contenimento dei rischi. Questa fase di debolezza sotto quota 1,30 del rapporto euro/dollaro quindi senz’altro aiuterà ‘ le imprese a riguadagnare competitività ”.

 

Alcune nazioni sembrano aver preso il testimone dello sviluppo economico mondiale. Dalla Cina all’India, dal Brasile all’Australia. Saranno questi i locomotori del futuro o c’è qualche rischio che anche questi motori possano “sbiellare” o surriscaldarsi troppo?

“I locomotori di oggi come detto prima sono gia’ i BRIC ed il fatto di aver affrontato in precedenza importanti crisi li ha resi più  forti non solo economicamente e finanziariamente ma soprattutto dal lato della governance e quindi delle istituzioni di Governo e di mercato.

L’impegno ad una crescita forte e sostenibile li ha addestrati ad una maggiore trasparenza, vigilanza sul sistema bancario e virtuosismo nella gestione del debito non piu’ legato al Fondo Monetario Internazionale o strettamente ai flussi di investimento dall’estero. Ne è prova l’estraneità  dal coinvolgimento nella crisi subprime, tranne rare eccezioni.

E poi l’intensificarsi degli scambi commerciali cosiddetti “Sud-Sud” ha aumentato la loro indipendenza dal continente Usa e UE in evidente affanno sulla crescita.

Quindi è aumentata la loro capacità  di tenere sotto controllo la “temperatura” delle loro economie potendo intervenire con flessibilità   e rinnovata capacità ‘ di azione”.

C’era una volta la decorrelazione. Per evitare di vedere il proprio portafoglio muoversi in un’unica direzione (e soprattutto all’ingià¹) si consigliava di diversificare fra asset (azioni, obbligazioni, immobili, materie prime..) e mercati esteri. Ora da qualche tempo sembra che questa regola non valga più: tutto (o quasi) si muove velocemente nella stessa direzione. E se scende…scende tutto. Occorre diventare più sofisticati nella diversificazione? E come può un piccolo risparmiatore o investitore stare al passo con simili mutamenti di mercato?

“Ovviamente la diversificazione per un piccolo risparmiatore è’ ben differente da quella dell’investitore impresa o istituzionale, ma si può rilevare come la recente crisi abbia accresciuto in generale il peso delle obbligazioni, e quindi dei prodotti detti a reddito fisso, rispetto all’azionario. E che tra le Commodities posizioni spot e su opzioni , soprattutto sull’oro hanno visto un’impennata insieme agli ETF: legati alla Russia  ed alle borse Usa che guidano la classifica dei migliori  mentre i migliori ETC restano quelli a leva  legati a petrolio e gas naturale dopo un mese di Maggio che ha visto ribassi a doppia cifra in UE e USA. Ed è’ proprio il mercato italiano ETF che non conosce soste in un trend di crescita che vede ormai  oltre 500 prodotti quotati.

Tutti questi strumenti son disponibili e spiegati nei siti specializzati che proliferano su internet ma anche su quelli piu’ istituzionali di Borsa Italiana, Ministero del Tesoro, e delle principali istituzioni bancarie.

Quindi oggi, grazie alle piattaforme elettroniche ed a internet, c’è più informazione, più trasparenza e più opportunità  di analizzare capillarmente i movimenti del mercato anche per i trader da casa. Una rivoluzione democratica che ha permesso la moltiplicazione delle operazioni dei volumi e consentito di uscire dai propri confini nazionali guardando all’Europa ed ai mercati internazionali con più sicurezza e consapevolezza”.

 

 

Per anni il timore che i governanti occidentali hanno dovuto fronteggiare è stato quello dell’inflazione. Ora lo spettro che sembra allungarsi e far temere effetti perfino peggiori è quello della deflazione. I prezzi dei beni e dei servizi invece che salire tendono a scendere. E i consumatori in simile scenario tendono a rinviare gli acquisti, a non consumare più come prima allontanando le possibilità  di ripresa. Dovremo veramente convivere con questo nuovo “mostro” come è accaduto in Giappone negli ultimi decenni?

“Sono ancora presenti forti rischi sulla crescita economica come ricordato. Dal lato dei rialzi, una potenziale inversione della sfiducia degli operatori ed incertezza porterà  un recupero più forte della domanda privata, commercio e flussi finanziari. Ulteriore spinta si avrebbe con una riduzione marcata della disoccupazione negli Stati Uniti. Resta evidente un contenimento delle pressioni inflazionistiche.. Nelle economie avanzate ci si attende un aumento dallo 0% al 1,25% mentre nelle economie emergenti ci si attende un inflazione del 6,25% nel 2010 a causa dei forti tassi di crescita. La maggioranza degli analisti quindi converge nel ritenere uno scenario inflazionistico ipotizzabile solo sul lungo termine, quindi a fine 2012 almeno. Il caso del Giappone resterà  quindi a mio parere unico nel suo genere”.

Il problema che è emerso negli ultimi mesi è quello dell’affidabilità  degli Stati Sovrani. Il massiccio interventismo di molti governi per evitare dopo il default della banca d’affari Lehman che la crisi si avvitasse ha portato in alcuni paesi alla nazionalizzazione di molte banche e a conti pubblici in profondo rosso, fuori da qualsiasi parametro. Il mercato ora sembra voler punire i paesi con i conti pubblici più in disordine: i nodi vengono al pettine o c’è molta speculazione dietro tutti questi movimenti? E non si rischia che a forza di tirare la corda …ci si impicchi tutti ovvero si vada verso un’apocalisse finanziaria come sostengono alcuni?

“Non esistono apocalissi finanziarie all’orizzonte tranne che in certe previsioni dei Maya legate alla fine del mondo nel 2012, forse. Esistono peràdure lezioni che il mercato ci offre come riflessioni sull’azzardo morale (ovvero banchieri, amministratori pubblici e privati che non pagano le consequenze delle loro scelte)  e sulla tendenza ad andare oltre ai limiti di una gestione coerente legata a principi di sostenibilità  economica ampiamente condivisi e stranoti. Si tocca il fondo per rinnovarsi con sistemi finanziari più solidi, più sicuri e certamente più regolamentati o meglio regolamentati rispetto al passato”.

 

 

In questi ultimi anni si è assistito a un forte interesse anche dei risparmiatori privati verso il mondo delle valute. Talvolta anche con la speranza troppo ottimistica di realizzare guadagni “facili e veloci”. Da operatrice ed esperta del settore cosa puoi consigliare a chi si approccia a questo mercato? Quali gli errori da evitare prima di tutto?

“L’approccio ad un rischio valutario può mettere a repentaglio la performance di un investimento obbligazionario o azionario in divisa locale, andando a erodere il valore del rendimento ottenuto.

Occorre quindi prevenire cir con un’attenta analisi di correlazione della divisa , storica dell’andamento e attuale dell’esistenza di fattori esogeni o endogeni al Paese di riferimento che potrebbero condizionarne l’andamento”.

 

Se dovessi comporre un portafoglio diversificato per un risparmiatore che vuole non essere solo “euro-dipendente” quali valute consiglieresti di guardare e con che pesi?

“ Le valute legate alle commodities restano interessanti come il dollaro australiano e neozelandese l’AUD e ma anche quelle espressione di Paesi BRIC vincenti come il real brasiliano ed il rublo russo oppure di banche centrali forti e determinate come il franco svizzero. Ciò senza dimenticare le gia’ citate divise di Paesi non presenti nell’Eurozona , come lo zloty polacco ed il fiorino ungherese, ovviamente con i dovuti distinguo legati al grado di rischiosità  del Paese”.

Quale Paese Emergente ritieni più interessante dal punto di vista borsistico e per quale motivo? Su quale paese (emergente o non) invece non investiresti?

 

“Dal punto di vista borsistico  senz’altro la Borsa russa. Il Paese e’ uscito da una recessione pesante ed il Governo sta concludendo una ristrutturazione importante del sistema bancario che vede i prestiti in sofferenza (Non Performing Loans) rientrare sotto il 10%. Il mercato immobiliare ed i consumi sono in ripresa e la crescita attesa è  del 5.5% per  quest’anno.  Non investirei in Venezuela ove nonostante i proventi del petrolio si sta configurando un peggioramento del quadro politico ed economico che di fatto condizionerà  l’azione di Governo per i prossimi mesi con sviluppi incerti”.

 

 

Chi si trova in questo periodo a impostare un portafoglio obbligazionari è in preda a dubbi di ogni tipo e alle offerte più disparate: fisso o indicizzato, cedole basse iniziali e poi crescenti o il contrario, emittenti governativi o corporate, scadenze breve o lunghe.. Qual è il consiglio che ti senti di dare in questo mercato? Cosa fare o evitare?

 

“Certamente le scadenze più  lunghe sono da evitare perchè  maggiormente esposte a movimenti di entità  ‘più ampia e che meglio si adattano a quei fondi specializzati e fondi pensione che operano con  un ‘orizzonte temporale verso scadenze lunghe o extralunghe. Lo scenario poi di tassi di interesse bassi che permarrà  per tutto il 2010 favorisce in questo momento i tassi fissi rispetto ai tasso variabile.

I settori Banks & Financials e Corporates Investment Grade restano quelli più  gettonati rispetto ai ciclici o ai High Yield nettamente piu’ rischiosi”.

 

 

Dopo gli scossoni degli ultimi anni e la discesa dell’euro contro il dollaro si torna ad ascoltare l’idea di abbandonare la moneta unica europea e tornare a quella di ogni Paese. L’Italia potrebbe permetterselo o si fanno i conti senza l’oste? Come cambiarebbe la nostra vita se si tornasse alla vecchia Lira?

“Come ricordato dal nostro Governatore Mario Draghi : “L’euro c’e’ , indietro non si torna”. Paradossalmente la crisi del rischio sovrano europeo ha accelerato una nuova fase cruciale e importantissima del processo di coesione nell’UE. Quindi nulla tange la credibilità  dell’euro e nessun Paese ormai potrebbe permettersi di tornare indietro da un sistema organizzato di scambi e regolamentazioni internazionali incentrate su un divisa unica di conto nazionale”..

E di questi giorni l’apertura della Cina alla rivalutazione della propria moneta. Una misura richiesta a gran voce da molto dalla comunità  economica occidentale che si trova a competere altrimenti con imprese che sono favorite anche dal doping valutario oltre che da quello del costo del lavoro.. Sarà   la volta buona e cosa potrebbe cambiare a livello economico e valutario?  Chi potrebbe trarne maggiori benefici…o malefici…

 

“Quella della Cina è una mossa a sorpresa prima del G20 del prossimo fine settimana che le fa ottenere un ritorno immediato di consensi.Una strategia di lungo termine quella cinese per svincolarsi dal cambio fisso col dollaro Usa che aveva portato lo yuan rembimbi ad apprezzarsi di circa un 20%. Misura analoga a quanto già  avvenuto tra il 2005 ed il 2008 ma con tempistiche troppo repentine per la sensibilità  e la politica dei piccoli passi alla quale ci ha abituato la Banca Centrale cinese.

Immediata è stata la  reazione della BCE che ha inneggiato a questa nuova flessibilità  della divisa cine come motore di “una crescita equilibrata per il mondo intero” ed allontanando coos lo spettro del protrarsi di un braccio di ferro Usa – Cina dalle conseguenze imprevedibili sul fronte valutario. Al G20 non resterà  quindi che suggellare le basi di un nuovo ordine mondiale che nell’ultimo decennio ha visto i BRIC protagonisti, guidati dalla locomotiva cinese/asiatica.

Occorre sottolineare che negli ultimi anni la Cina ha ampliato la sua attività  con partner asiatici e africani riducendo la dipendenza da Europa e USA e sin dallo scorso anno ha firmato accordi di curreny swap, ( l’ultimo quello recente con l’Islanda in Giugno), che negli ultimi 6 mesi del 2009 avevano raggiunto rapidamente I 95 mld di $ con una decina di Paesi che hanno porzioni delle loro riserve in yuan. Una mossa mirata a ridurre il rischio valutario ed assicurare il rischio controparte direttamente a livello sovrano.

L’ulteriore passo deciso dal Governo riguarda quindi i finanziamenti ai Paesi in difficoltà  del continente asiatico e non solo . Il fattore comune e’ che la Cina ha intenzione di effettuare I finanziamenti in yuan invece che in dollari usa come sino ad ora era sempre avvenuto.

Hong Kong è diventato coos il laboratorio valutario di internazionalizzazione dello yuan grazie alla sua strategica posizione che la pone al centro della cosiddetta “ global supply Chain “. Un moderno centro off shore che come una Venezia di altri tempi si appresta a diventare il conduit di una nuova fase di sviluppo finanziario cinese.

Tra 10 anni il legame del Central District, di Kowloon e dei Nuovi territori con la zona del Delta si rafforzeranno a tal punto che inevitabilmente il  ruolo di questa Regione autonoma a Statuto Speciale si raffigurera’ come quello di una capitale finanziaria del Sud della Cina .Il piano  convertibilita’ cinese come pare chiaramente da questi step evidentemente è un piano di lungo termine nel quale questo ulteriore impeto alla flessibilità  è una tappa fondamentale. E questi cambiamenti saranno attentamente monitorati dalla Bank of China che vuole vedere prima di tutto un incremento costante dei flussi di business in yuan e quindi una stabilizzazione della divisa che man mano amplierà  la sua presenza sugli scambi internazionali affiancandosi alle altre divise cosidette di conto nazionale e che sono già  pienamente convertibili.

così se il mondo guadagna una speranza di crescita globale sulla quale non pesa più  l’incognita yuan , il dollaro trema dopo aver cantato  troppo presto vittoria sulla debolezza dell’euro. Ora le divise di conto nazionale per le riserve internazionali son diventate tre, e lo yuan si apprezzerà   ulteriormente anche quest’anno e come rifletterebbe Confucio dei giorni nostri, nonche ‘ un  po’ di fondi sovrani e banche centrali emergenti e non : “Chi desidera procurare il bene altrui ha già  assicurato il proprio”.

 

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