AAA BORSA ITALIANA VENDESI. POLITICI E BANCHIERI ITALIANI PIU’ CHE LA“GOLDEN SHARE” DOVREBBERO FORSE DICHIARARE L’INCAPACITA’ DI INTENDERE E VOLERE

Se avete qualche miliardo di euro da investire ricordiamo che la Borsa Italiana è in vendita da parte dell’attuale principale azionista, il London Stock Exchange ovvero la Borsa di Londra.

Che l’ha messa in vendita perché sta trattando da tempo l’acquisto di un boccone gigantesco dal valore di 27 miliardi di dollari ovvero Refinitiv  (un provider di dati finanziari e gestore di piattaforme di trading, ex divisione di Thomson-Reuters) e per non ricevere semaforo rosso dall’Antitrust Europeo deve liberarsi di qualcosa come da ragazzini si faceva con le figurine Panini. E il London Stock Exchange ha pensato di sbarazzarsi proprio della società che gestisce la Borsa Italiana oppure in subordine della quota detenuta da questa nel ricchissimo MTS (il mercato italiano dei titoli di Stato) che è il pezzo pregiato considerato che di società quotate a Piazza Affari non ne abbiamo moltissime. E’ dai tempi di Bettino Craxi ovvero metà anni ’80  che si parla di arrivare a 1000 società quotate nel mercato principale milanese mentre siamo ancora a quota 250 circa ma come debito pubblico siamo fra i primi al mondo e resta questa la “specialità della casa” del Belpaese dal punto di vista finanziario.

Vi capiterà magari di leggere in questi giorni riguardo la cessione della “Borsa Italiana” che c’è chi s’indigna fra i politici e i banchieri italiani di perdere dopo la “sovranità monetaria” anche il controllo della propria Borsa invocando il “Golden Power”. Questo non è da confondersi in questi tempi di strafalcioni da parte dei politici con il “Golden Buzzer” di Italia’s Got Talent ma è lo strumento che garantisce potere di veto al Governo su asset strategici.

Accade quindi che per questa ventilata vendita alcuni giornali finanziari parlano di cordate con al centro la Cassa Depositi e Prestiti (ovvero il salvadanaio dove finiscono i risparmi dei correntisti delle Poste) detta CDP che dovrebbe rilevare una quota della Borsa italiana per evitare che cada “in mani straniere”.
E le reazioni politiche sono (come esclamava un personaggio interpretato qualche decennio fa da Enrico Montesano nei panni di una turista inglese attempata) naturalmente “molto pittoresche”. Il leghista Raffaele Volpi, presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ovvero l’organo del Parlamento che esercita il controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani) ha chiesto al governo un intervento sulla vicenda “per garantire gli interessi del nostro Paese.

Il componente della Commissione finanze, Davide Zanichelli insieme ad altri 4 deputati 5 Stelle chiedono al governo di “intraprendere ogni iniziativa al fine di concertare un’offerta competitiva in grado di riportare Borsa Italiana all’interno dei confini del Paese”. E in questo senso ”è bene” che l’esecutivo “lavori attivamente – sottolineano – per la nascita di una proposta tutta italiana che eventualmente contempli anche la CDP insieme ad un pool di banche e istituzioni finanziarie del Paese”.

E sullo sfondo si agitano banchieri d’affari, vecchie cariatidi ed editorialisti che statalizzerebbero di questo periodo pure le loro madri dopo che nelle ultime settimane lo Stato italiano ha investito (se ve lo siete persi) pure sui barattolini di gelato Sammontana come sugli abiti da uomo di Corneliani.

 

 

Una strana amnesia collettiva omette però di ricordare che la Borsa Italiana era già in realtà proprietà delle banche italiane che nel giugno 2007 approvarono l’integrazione con la borsa londinese, il London Stock Exchange Group (LSE), per creare il principale gruppo borsistico europeo sulla base di una valutazione all’epoca di circa 1,6 miliardi di euro. E le banche italiane in quell’operazione avevano ottenuto una quota non disprezzabile della nuova entità (il 29%), diventando fra i principali azionisti del London Stock Exchange.

Cosa fecero in sintesi le banche italiane e i nostri geni dei banchieri tricolori?  

Invece che marciare uniti alla chetichella iniziarono a disfarsi delle azioni del London Stock Exchange (fra le ultime Intesa e Unicredit nel maggio 2012) qualche tempo dopo l’ingresso importante nella compagine sociale della società con sede al numero 10 di Paternoster Square in London.  I patti fra italiani e inglesi stabiliti all’atto della fusione riguardo la governance non funzionarono (gli inglesi secondo gli italiani fecero i furbi), gli italiani si mostrarono comunque (come al solito) divisi e con cento idee diverse e finì come è finita ma nessuno puntò naturalmente alla testa una pistola ai banchieri italiani per costringere loro a disfarsi delle azioni.

Un classico a ben vedere perché uscire dagli affari e dai business profittevoli e del futuro è un leit motiv del banchiere italiano come insegna anche la storia di CartaSì (oggi Nexi) ovvero dei pagamenti digitali come la storia della gestione e del recupero degli NPL (crediti deteriorati).  Ma questa è un’altra storia. E queste cose le dicevamo anche all’epoca.

E’ stato un affare uscire dal London Stock Exchange come hanno fatto i banchieri italiani ?

I cinesi dicono che un’immagine vale mille parole e in questo grafico sottostante potete vedere come il titolo LSE (London Stock Exchange) è decuplicato (sì avete letto bene) negli ultimi 8 anni dopo che le banche italiane sono uscite da uno degli investimenti più profittevoli del mercato azionario europeo del decennio e da uno dei casi d’impresa di successo più studiati in tutto il mondo.

 

 

Le banche italiane fra il 2008 e il 2012 azioniste importanti del London Stock Exchange e fra queste in ordine di peso parliamo di Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi  ma anche Banco Popolare, Banca Sella, Banca Intermobiliare e altre sono uscite da quella che in termini di performance borsistiche si può paragonare alla Apple per comprarsi a carissimo prezzo reti di sportelli bancari in Italia, tamponare qualche falla o nei migliori casi acquistare qualche palazzotto storico in bella posizione per fare scena con i propri clienti.

 

Tra l’altro la vera storia della Borsa Italiana inizia nel 1998 quando in base alla legge di un certo Draghi, il mercato di piazza degli Affari, fino ad allora gestito dalla società mutualistica degli agenti di cambio, venne affidato a Borsa Italiana Spa.
E le azioni di questa società vennero poi cedute dal Tesoro alle banche e ad altre società quotate per la miseria di 25 milioni di euro che diventarono 1,6 miliardi di euro qualche lustro dopo.  Roba da far rivoltare nella tomba perfino Eugenio Napoleone, figliastro di Napoleone Bonaparte (Eugenio era figlio di Giuseppina Beauharnais, la moglie di Napoleone, il cui primo marito era stato ghigliottinato durante il regime del Terrore nel 1794) che nel 1808 aveva istituito la “Borsa di Commercio” di Milano, allora capitale del Regno d’Italia.

 

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E’ quindi un po’ surreale o comico vedere politici e banchieri in servizio permanente effettivo stracciarsi le vesti perché la Borsa Italiana potrebbe essere venduta e vogliono che lo Stato intervenga con i soldi dei contribuenti per riportarla a casa, gridando allo “scippo” o alla “perdita di sovranità”. Si cerca tutti di dimenticare che la Borsa italiana era in mani italiane e anche in quella di Londra eravamo di casa ma le banche italiane poco lungimiranti hanno preferito disfarsi delle azioni come un cugino di IV grado farebbe con l’eredità improvvisamente piovutagli dal cielo dallo zio d’America o d’Inghilterra in questo caso.

Ad alcuni politici probabilmente fa difetto la memoria (e anche un po’ di educazione finanziaria visto che non possiamo forse pretendere che chi è eletto capisca molto di più dei suoi elettori in democrazia) ed evidentemente non conoscono la storia di questo Paese; molti banchieri invece stanno forse zitti perché non vogliono che si racconti in che modo barbino si sono fatti scappare in questi lustri anche questa opportunità di “creare valore” come recitano nei bellissimi piani industriali che ogni 2/3 anni presentano ai loro azionisti in un tripudio di slide e con la consulenza delle migliori e più pagate società di direzione aziendale del mondo.

 

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