ESISTE IL SISTEMA PERFETTO PER GUADAGNARE IN BORSA? REALISMO E ROMANTICISMO A CONFRONTO

Questo articolo è il terzo di una serie di articoli dedicati alla finanza vista da un angolazione particolare: quella dell’Arte. L’articolo precedente si può leggere a questo indirizzo l’articolo successivo si può leggere cliccando qui

L’ultimo bacio

Se mi chiedessero in che mondo vorrei vivere non avrei alcun dubbio: in quello ritratto dai pittori del Romanticismo. Un mondo ideale in cui il bene trionfa sul male. In cui le idee e gli ideali contano più di ogni altra cosa. In cui l’uomo è al centro di tutto e può tutto, anche combattere per contrastare una realtà che non lo rappresenta e a cui lui si oppone. Un mondo di eroi quello descritto dai pittori Romantici in cui un bacio tra due innamorati non dura qualche secondo ma un tempo infinito. Un bacio, quello ritratto dal pittore italiano Francesco Hayez nell’Ottocento, che non è solo un bacio ma molto di più.

 

“Il bacio” Francesco Hayez – 1859

Siamo in pieno Risorgimento e l’uomo ritratto nel quadro è un soldato che sta andando a combattere per la sua patria. L’Italia. I protagonisti del quadro, conservato a Milano alla Pinacoteca di Brera, sono raffigurati in fondo alle scale di un castello. E’ il loro ultimo incontro. L’uomo trattiene nelle sue mani la testa della donna che si abbandona fiduciosa a tale impeto ma al contempo trattiene l’uomo con la mano, ricambiando il suo slancio e cercando di fermare per un istante il tempo. Una figura alle loro spalle avanza minacciosa e l’uomo ha già un piede sullo scalino, perché deve partire. Ma l’intensità di quel bacio catalizza tutta la scena oscurando per un tempo che sembra non finire mai tutto il mondo circostante. Ecco, se si può ancora sognare, quello descritto da Hayez non è un bacio è “il bacio” quello perfetto, in cui vi è un abbandono e un trasporto totale, sapendo che sarà l’ultimo bacio prima di una lunga guerra contro un oppressore.

Viva la libertà

Un’epoca di eroi quella descritta dai pittori romantici che ha la sua massima espressione nel dipinto del pittore francese Eugene Delacroix “La libertà che guida il popolo”.

“La libertà che guida il popolo” di Eugene Delacroix 1830 Museo del Louvre

Il dipinto, del 1830, è conservato al museo del Louvre, e raffigura lo scoppio della Rivoluzione di Luglio, un moto popolare per abbattere il regno dei Borboni e instaurare una monarchia costituzionale. Ideale cui l’artista partecipa e appoggia tanto è vero che nel quadro dipinge se stesso tra i rivoltosi. Alla guida dell’insurrezione popolare una figura femminile, che per la sua monumentalità ricorda la Nike di Samotracia, una figura quasi irreale, indifferente alla morte e alla sofferenza che le sta intorno perché il suo ideale, la sua idea del mondo, e non la realtà che la circonda che le è indifferente, deve essere portato a termine.

Un po’ di realismo

A questo mondo ideale e idealizzato ritratto dai pittori romantici si contrappone la corrente del Realismo, che si propone di ritrarre la realtà come ci appare, anche in tutta la sua sgradevolezza. Come nell’opera “Gli spaccapietre” di Gustave Courbet di cui ci resta solo una documentazione fotografica essendo la tela andata distrutta durante la seconda guerra mondiale.

 

Agli ideali di lotta politica con l’uomo protagonista del suo destino ritratti dai pittori romantici, si contrappone in questo quadro una condizione di abbrutimento psicologico oltre che materiale. I due personaggi raffigurati nel quadro di Courbet sono due uomini dediti ad un lavoro rude e pesante. Lavorano in una cava di pietra spaccando la roccia con la sola forza fisica. Dei due uno è più anziano, è piegato su un ginocchio per spaccare i massi e Courbet lo raffigura di profilo. L’altro, più giovane, è intento a trasportare le pietre e viene raffigurato di spalle. Fa da sfondo alla scena il fianco di una montagna che occupa tutto l’orizzonte. Si intravede solo un po’ di cielo in alto a destra. Le due figure sembrano inserite quasi nel fianco del monte. Il lavoro impone loro di vedere solo le pietre senza neppur poter alzare lo sguardo al cielo. Hanno volti inespressivi. Il lavoro che fanno è povero ed è una povertà non solo materiale ma anche interiore.

 

Una realtà difficile e spaventosa quella che appare agli occhi di Courbet. Come nell’autoritratto del 1843 “Il disperato” in cui l’artista ritrae se stesso con lo sguardo da folle e le mani nei capelli. Incapace di convincersi della realtà che ha davanti a sé. E dilata gli occhi proprio per sincerarsi che quello che sta accadendo sia proprio ciò che vede.

L’origine del mondo

Courbet non ebbe fortuna all’epoca. Non cercava ciò che era bello e rassicurante e sfidava il concetto di arte del suo tempo. Amava ritrarre la povera gente, il mondo reale, non quello ideale. Un mondo in cui le fanciulle dopo una passeggiata si riposano sdraiandosi in modo scomposto (“Ragazze in riva alla Senna”). In cui l’”Origine del mondo” è una donna nuda con le gambe divaricate. Un realtà non sempre piacevole quella descritta dal pittore morto in Svizzera a 53 anni di cirrosi epatica dove era stato costretto a emigrare per aver partecipato ai moti rivoluzionari del 1848 a Parigi. Una realtà sgradevole quella descritta dal pittore e niente affatto rassicurante.

Una realtà diversa da come i Romantici la immaginavano e teorizzavano. In cui gli uomini non sono eroi ma gente comune. Una realtà in cui coloro che cercano un mondo perfetto ne sono violentemente respinti perché la teoria è una cosa, la realtà un’altra.
Romanticismo e Realismo. Lo scontro che avviene anche nei mercati finanziari. Fra coloro che magari sognano di diventar ricchi o pensano di aver trovato il sistema infallibile per far soldi e la dura realtà che invece insegna come è bene non montarsi troppo la testa e restare con i piedi per terra.

E non tutto si può prevedere anche nei più blasonati modelli matematici quando sono troppo sofisticati e irreali. Potendo perfino nel caso della Borsa mettere a rischio il sistema finanziario mondiale. L’ideale e il reale. Una lotta e una contrapposizione tra due mondi. Non solo artistici ma anche borsistici. Con vincitori e vinti. Come i protagonisti di quello che doveva essere uno degli investimenti più sicuri e “geniali” del secolo: il fondo Long Term Capital Management.

In Borsa perdono anche i premi Nobel

Nel 1994 un gruppo dei migliori trader obbligazionari della banca d’affari americana Salomon Brothers fu arruolato da John Meriwether per fondare non un hedge fund, ma “l’Hedge Fund”. Con la Maiuscola. Il fondo che poteva solo guadagnare. Grazie alle formule di due professoroni di Harvard e dell’Università di Chicago, Robert Merton e Myrton Scholes. Un’epopea raccontata molto bene in un libro del giornalista finanziario inglese, Nicholas Dunbar dal titolo “Anche i Nobel perdono” (in italiano uscito per Egea Edizioni)
Il fondo cui queste star della finanza e del mondo accademico prestavano la loro opera intellettuale era di tipo speculativo, quindi poteva sostanzialmente fare quello che voleva senza rendere conto a nessuno se non ai suoi azionisti. Cui era richiesto un gettone di 10 milioni di dollari per far parte dell’affare. E tre anni di stop a eventuali riscatti. Chi era dentro come azionista nel fondo doveva rimanere per almeno tre anni. Il fondo guadagnò moltissimo i primi anni. +19,9% nel 1994, +42,8% nel 1995, +40,8% nel 1996, +17,1% nel 1997. In quell’anno Merton e Scholes vennero insigniti del premio Nobel per l’Economia per aver reso piu’ efficiente la gestione del rischio, per le loro ricerche sui derivati finanziari ed, in special modo, per avere messo a punto un nuovo metodo per poterne calcolare il valore.

Il fondo Ltcm applicava le loro teorie sulla convergenza dei prezzi tra titoli con caratteristiche simili (ad esempio obbligazioni di uno stesso emittente le cui scadenze divergevano di pochi mesi che il mercato prezzava in modo “troppo” diverso). Il fondo comprava il titolo sottovalutato e vendeva quello sopravvalutato nell’attesa che il mercato convergesse verso il giusto prezzo. Quando il fondo iniziò a operare i gestori individuarono 38.000 disallineamenti di prezzo. Le operazioni di arbitraggio non rendevano moltissimo così iniziarono a indebitarsi con le banche per guadagnare di più. E siccome nello staff del fondo hedge c’erano due professori universitari, alcuni dei migliori trader obbligazionari del mondo, e l’ex vice presidente della Fed, tutte le banche del mondo prestavano loro soldi senza di fatto chiedere garanzie. Tanto che quando crolla l’economista Luigi Zingales scrive che in Borsa “più che le scienze contano le conoscenze”. E fanno danni enormi.

Il fondo Ltcm aveva un patrimonio iniziale di 4,8 miliardi di dollari. Dalle banche si fece finanziare per comprare titoli per 100 miliardi. Questi titoli furono utilizzati come garanzia per comprare derivati per 1200 miliardi di dollari. Un fondo con un patrimonio di soli 4,8 miliardi di dollari aveva in giro scommesse sui mercati per 1200 miliardi di dollari. Si chiama leva finanziaria e consiste nell’investire indebitandosi. Il fondo Ltcm aveva una leva finanziaria di 250. E’ come se la vostra banca su cui avete depositato 10.000,00 euro vi prestasse 2.500.000,00 euro per investire in Borsa.

Arriva il cigno nero

Nel 1998 succede qualcosa che i professoroni non avevano previsto: il default della Russia. Il fondo si trova dalla parte sbagliata e opera con una abnorme leva finanziaria. Tutto il mondo in seguito al crollo dei paesi emergenti e al default della Russia abbandona tutto ciò che non considera sicuro e va sui titoli più solidi. I titoli che ha in mano l’Ltcm non solo iniziano a perdere ma non li vuole nessuno. Il mercato obbligazionario si ferma. Gli scambi su quei titoli su cui operava l’Ltcm non ci sono più. Si rarefanno. Il fondo perde ma non può vendere. Il 90% del patrimonio del fondo va in fumo.

Maggiore è la leva finanziaria (più si investe indebitandosi) maggiore è la velocità con cui una scommessa andata male può polverizzare il capitale dei sottoscrittori (l’unico vero capitale proprio del fondo e non preso a prestito e dalle banche). Sfumano anche i guadagni mirabolanti dei primi anni. Per gli azionisti del fondo un brutto risveglio. Da che stavano diventando ricchissimi perdono quasi tutto il capitale. Sono disperati, come l’uomo ritratto da Courbet che vede improvvisamente davanti agli occhi una realtà che non aveva previsto. In cui le formule matematiche non descrivono più la realtà. Le star della finanza non hanno più armi per aspettare che il mondo converga verso le loro idee. I soldi con cui operano non sono i loro. Le banche non sono disposte a concedere al fondo ulteriore tempo.

Il Long Term Capital Management crolla. Rischiando di provocare un disastro di ordine mondiale a causa dei 1200 miliardi di dollari di scommesse sui derivati. Tutti i sottoscrittori del fondo vedono volatilizzare il capitale investito nel fondo che non doveva perdere mai. Compresa la banca d’Italia che nell’operazione Ltcm perde 100 milioni di dollari perché ci aveva investito parte del “tesoretto” .

Un mondo (Im)perfetto

La storia del fondo Ltcm insegna molte cose. Che in Borsa non esiste nessuna formula magica per guadagnare. Che rimanere fermi in attesa che il mondo si adegui alle nostre idee è molto pericoloso. Soprattutto quando investiamo non usando i nostri soldi ma indebitandoci. Come diceva Keynes “Il mondo può rimanere irrazionale più a lungo di quanto tu possa rimanere solvente”. Un po’ di sano realismo non guasta quando si investe in Borsa. E’ bene avere delle utopie e dei sogni ed essere dei seguaci del Romanticismo. Ma in Borsa un po’ di sano e cinico Realismo non guasta. Anzi in molti casi può essere l’ancora di salvezza.

E si può farlo come investitori attuando delle regole e strategie dove non si guarda solo all’obiettivo di guadagno ma si programma anche come ci si comporterà in caso di mercati contrari. Nell’azionario o nell’obbligazionario. Perché se anche siete o siamo dei premi Nobel per l’Economia qualcosa di avverso potrebbe accadere. E’ anche questo il mio lavoro. Ricordare l’importanza della previsione delle perdite più che dei profitti.

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