CROLLA IL VALORE DELLE AZIONI DI UN’ALTRA (EX) BANCA NON QUOTATA

“Siamo sotto attacco speculativo. Questo è quello che voglio dire ai soci, agli azionisti. Non vendete se non avete assoluta necessità. Il prezzo è deciso dagli azionisti e mi rivolgo a loro: i soci che hanno bisogno di liquidità possono chiedere mutui all’1% “. Le parole quasi disperate del neo presidente della banca Valsabbina, Renato Barbieri, non devono avere avuto grande presa perché fra i peggiori titoli della settimana passata in Borsa con un ribasso quasi del 20% ci sono proprio le azioni della sua banca crollate a 4,6 euro con un ribasso del 19,9%.

crollo borsa azioni non quotate
                                              crollo borsa azioni non quotate

Siamo nel bresciano fra la Val Trompia e il Lago di Garda e sono circa 40.000 i risparmiatori che in questi lustri sono diventati azionisti di questa banca popolare molto attiva nel territorio con 62 filiali che si estendono fino alle province di Verona, Trento, Mantova e Monza Brianza. E ora molti azionisti di questa banca si sentono traditi e c’è chi minaccia azioni legali e nella Valle Sabbia fra i risparmiatori soci non si parla di altro. Come è possibile essere caduti così in basso?

Fino a qualche anno fa anche da queste parti c’era la fila per diventare azionisti di questa banca anche perché gli impiegati allo sportello sottolineavano come in questo modo si potevano ottenere condizioni migliorative sul conto corrente, dai mutui alla remunerazione.

 

 

Tre i pacchetti messi a disposizione dei soci clienti: “Conto Socio&Cliente”, “Conto Socio&Cliente Plus” e “Conto Socio Azienda”. Più azioni possedevi, maggiori erano i plus offerti. E maggiori sono oggi le minusvalenze subite.

“Ecco che fine ha fatto il famoso tesoretto che ti facevano credere di poter ritirare in ogni momento visto che erano azioni non quotate in borsa” si lamenta oggi un risparmiatore su una pagina Facebook dell’istituto.

Il titolo della Banca Valsabbina, come accade per tutte le banche popolari,  veniva presentato come quello di una banca sicura, solida e che non avrebbe certo dato grandi preoccupazioni, non un investimento destinato a “insabbiarsi” così profondamente. Le perizie commissionate dalla stessa banca affermavano un anno fa che le azioni valevano 18 euro e il titolo negli anni passati era stato sostenuto dall’attivismo dello stesso istituto che ne negoziava le azioni per i clienti sul sistema gestito dall’Istituto Centrale Banche Popolari Italiane.

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Un’immagine di una campagna di comunicazione della Banca Valsabbina che in questi anni ha puntato molto sul fidelizzare i propri clienti e soci azionisti presentandosi come la banca del territorio.

Diciotto euro per azione significava in verità una valutazione stellare di quasi 650 milioni di euro per la banca Valsabbina: un’enormità per una banca locale in confronto al valore di altre banche quotate ben più grandi che venivano valutate a Piazza Affari magari una frazione di questo valore ma questo era l’andazzo fra le banche non quotate.

All’ultima assemblea dei soci del 30 aprile della Banca Valsabbina è arrivata la prima sforbiciata a 14 euro fra i mugugni degli azionisti. Nulla rispetto a quanto è accaduto nei mesi successivi con la decisione di rendere negoziabili le azioni e lo sbarco da luglio sul circuito Hi-Mtf come richiesto anche dalla direttiva Mifid. Questo venerdì 7 ottobre le quotazioni del titolo sono, infatti,  arrivate a 4,6 euro per azione al fixing settimanale con un ribasso del 75% rispetto alle valutazioni di un anno fa.

Aumenta il numero di clienti-azionisti che vogliono cedere i loro titoli “al meglio” a fronte di una domanda quasi inesistente. Per avere una dimensione della pressione di vendita basti considerare che quest’ultimo ribasso del 20% è stato realizzato a fronte di 73.000 azioni  in acquisto e 457.000 azioni in vendita. Ed è quindi altamente probabile che anche venerdì prossimo (il fixing delle azioni sul circuito Hi-Mtf è settimanale) se continuerà la pressione in vendita e gli acquirenti non faranno capolino si assisterà purtroppo a nuovi minimi.

I conti semestrali 2016 della banca sono certo peggiorati rispetto a un anno con una discesa dell’utile del 70,7% ma a spiegare questa fuga degli investitori non c’entrano solo i bilanci e dopo quanto accaduto nell’ultimo anno a banche come Veneto Banca o Popolare Vicenza, quello che alcuni risparmiatori consideravano un “plus” (possedere azioni non quotate) è diventato un incubo.

Più che al ritorno sul capitale con il “panic selling” un numero elevato di risparmiatori guardano ora al ritorno del capitale e vale la vecchia regola di chi vuole disfarsi di un investimento considerato in picchiata: pochi, maledetti e subito.

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Nell’ultimo bilancio della Banca Valsabbina questo grafica mostra l’evoluzione del numero dei soci nell’ultimo decennio che sono raddoppiati

C’era chi da diversi anni fa (compreso il sottoscritto e si veda qui uno dei nostri innumerevoli articoli sull’argomento) aveva consigliato di uscire il più presto possibile da questo tipo di investimenti come quello in azioni di banche non quotate poiché le valutazioni di queste azioni (deciso sostanzialmente dal cda delle banche) era slegato sempre più dalla realtà.

Ma fare le Cassandre provoca più antipatie che simpatie e sono centinaia di migliaia i risparmiatori che da Bari a Vicenza, da Montebelluna a Montichiari sono rimasti incastrati in questo tipo di investimenti che allo sportello venivano proposti troppo facilmente (e a tal proposito il  20 ottobre gli azionisti della Popolare Bari si ritroveranno davanti alla sede per protestare per l’impossibilità di liquidarne le azioni), senza far comprendere in molti casi come la valutazione assegnata ai titoli fosse molto generosa e non espressione di un vero mercato.

I bilanci della banca Valsabbina negli anni passati si sono dimostrati buoni con una crescita forte della raccolta che ha iniziato a frenare però a partire dal 2013; il margine di intermediazione è riuscito a essere difeso ma l’utile netto (complici anche le rettifiche sui crediti e i costi aumentati) ha iniziato a flettere soprattutto in confronto alla stagione d’oro del 2006-2008 quando l’utile netto di esercizio viaggiava intorno ai 20 milioni di euro l’anno.

Intanto in Valle Sabbia si guarda con un pizzico di preoccupazione anche all’indagine che la magistratura sta portando avanti sull’aumento di capitale da 150 milioni di euro che la Cassa di Risparmio di Ferrara (una delle banche risolte nel decreto “salvabanche” insieme a Popolare Etruria, Banca Marche e Carichieti) effettuò nel 2011 con diversi reati contestati dalla Procura di Ferrara che vanno dal falso in prospetto, all’aggiotaggio sino all’ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità di pubblica vigilanza.

In questa operazione la Banca Popolare Valsabbina insieme ad altri istituti (Banca Popolare di Bari, Banca Popolare di Cividale, Cassa di Risparmio di Cesena) avrebbe sottoscritto le azioni della CariFerrara ma commettendo un reato ipotizza la Procura  perchè la sottoscrizione sarebbe avvenuta in modo reciproco  (A sottoscrive le azioni di B, B sottoscrive le azioni di A), scambiandosi un favore ma violando il codice civile poiché il capitale in questo modo formato non corrisponde al patrimonio effettivo versato.

E Banca Valsabbina partecipò all’aumento di capitale da 150 milioni finito nell’inchiesta acquistando 470mila titoli Carife per un valore vicino ai 10 milioni di euro.

Nelle scorse settimane l’ex presidente della banca Valsabbina Ezio Soardi (destinatario per questa vicenda di un avviso di garanzia) è divenuto presidente onorario e ha fatto spazio al direttore generale Renato Barbieri divenuto presidente che si ritrova ora ad affrontare l’ira dei piccoli azionisti, cercando di giustificare nelle interviste rilasciate il crollo anche come effetto di attacchi speculativi: “…in Borsa sono i grandi fondi, gli hedge fund muovere il prezzo di un’azione”.

Difficile in verità ipotizzare al momento che trader o hedge fund domiciliati in isolette caraibiche abbiano deciso di attaccare la Valle Sabbia e il suo istituto bancario bandiera ma intanto senza fare il giro del mondo il crollo della Banca Popolare Vicenza ha purtroppo colpito anche la Banca Valsabbina che aveva investito circa 2,4 milioni di euro (fuori dal territorio) su questo istituto nell’acquisto di 40.634 azioni che sono finiti azzerati con l’ultimo aumento di capitale e il bilancio 2016 ne porterà le stigmate.

 

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Nella semestrale intanto il management di banca Valsabbina cerca di far dimenticare queste disavventure finanziarie e nel corso del primo semestre ha investito 7,5 milioni di euro per entrare nel capitale della Banca d’Italia (il soggetto che ha la competenza sulla vigilanza delle banche popolari come l’istituto bresciano) che viene quindi valutata implicitamente 7,5 miliardi di euro per il 100%.

Un investimento, spiegano nella lettera ai soci, che dovrebbe garantire ricchi dividendi e si spera meno delusioni.

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