BANCHE ITALIANE SICURE? NON TROPPO. E NON SOLO PER COLPA DEI BTP.

Le banche italiane sono sicure? Abbastanza ma non troppo secondo l’ultimo giudizio di Standard & Poor’s che ha tagliato il rating di 15 banche italiane. Il problema principale? Non solo la non modica quantità di titoli di stato italiani detenuti in portafoglio (che evidentemente gioca contro se lo spread dovesse riprendere a salire, deprimendone le quotazioni)  ma soprattutto la brutta congiuntura economica che può mettere in difficoltà le banche italiane sul lato riscossione crediti.

Un tema quello delle sofferenze bancarie che come MoneyReport.it avevamo già affrontato lo scorso anno in un articolo “Banche italiane, che sofferenza” dove evidenziavamo questo pericolo incombente e crescente per i bilanci delle banche italiane.

Siamo stati purtroppo facili profeti e l’ultimo giudizio sulle banche italiane di Standard & Poor’s come un recente studio di Mediobanca e un altro di Ing confermano il contagio della “malattia”.

Il PIL italiano al punto più basso (fonte LaVoce.info)

Perdite su crediti: la Caporetto delle banche italiane

Gli stessi bilanci dei big bancari come Intesa e Unicredit confermano la situazione difficile a cui i banchieri devono ora far fronte. Numeri alla mano (e se si guarda all’ultima riga del bilancio e non ad altri indicatori più “rosa”), infatti, sia Unicredit che Intesa hanno registrato consistenti cali degli utili nel secondo trimestre per effetto proprio della svalutazione crediti. In particolare Intesa tra aprile e giugno ha quasi dimezzato i profitti rispetto al primo trimestre a 470 milioni di euro (-41,5% sui tre mesi precedenti e -36,6% sul secondo trimestre 2011) e il semestre si è chiuso in calo del 9,1% a 1,27 miliardi. A destare maggiore preoccupazione la voce “rettifiche nette su crediti” ovvero il denaro accantonato per far fronte a eventuali insolvenze o temporanea illiquidità dei propri clienti (imprese che non rimborsano i prestiti o famiglie che saltano qualche rata del mutuo).

Rispetto ai primi tre mesi dell’anno le rettifiche nette di Unicredit sono salite del 36 per cento: da 1,4 a 1,9 miliardi. Quelle di Intesa sono aumentate del 30 per cento: da 1,4 a 1,9 miliardi in un contesto non di crescita ma di diminuzione del credito verso la clientela. Intesa o primi sei mesi dell’anno ha diminuito di 8 miliarsi di euro il volume dei crediti (-2,2%) mentre Unicredito ha diminuito di un anno di 5 miliardi il totale dei finanziamenti alla clientela.

Secondo elaborazioni di Accenture su dati World Bank, Global Insight e banca d’Italia relativi ai bilanci 2011 le banche italiane sono nel contesto mondiale quelle che erogano meno crediti. Le banche inglesi erogano crediti pari al 222% del Pil del proprio paese, per quelle Usa il rapporto crediti/Pil è pari al 202%, per quelle francesi è pari al 138%, per le tedesche è pari al 133% e fanalino di coda le banche italiane per cui il rapporto crediti/Pil è pari al 116%.

Le banche italiane non solo prestano meno di quelle europee e anglosassoni ma prestano purtroppo peggio: la percentuale di crediti non performing sul totale degli impieghi è pari al 4,2% per le banche Usa, al 5,2% per le francesi, al 6,2% per le banche tedesche, al 6,6% per quelle inglesi e al 10,4% per le italiane.

Il concetto di banca e banchiere sarà nato in Italia ma i banchieri italiani a vedere questi dati non sembrano mostrarsi particolarmente abili nel prestare i soldi. Il risultato? Le banche italiane stanno comprando sempre più debito pubblico italiano (facendosi dare i soldi dalla Bce) mentre a vendere sono quelle straniere che appaiono oramai chiaramente in fuga.  E così scelte apparentemente considerate sicure (come tenere i i soldi in liquidità o investiti massicciamente in conti deposito) per alcuni osservatori iniziano a essere giudicate non proprio qualcoa di completamente “risk free”. Che fare allora dei propri risparmi? Di cosa soffrono ora le banche italiane che fino a poco tempo fa sembravano le più solide del Vecchio Continente? 

Che sofferenza!

Secondo l’ultima trimestrale il complesso dei crediti deteriorati di Intesa ammonta a 26,102 miliardi, in aumento del 15% rispetto alla fine del 2011. Peggio ancora è andata a Unicredit, che nel secondo trimestre ha registrato una frenata dei profitti del 66,9% a 169 milioni di euro.

Per Unicredit (che nella trimestrale ha dichiarato di avere in portafoglio al 30 giugno titoli di Stato italiani per 80,374 miliardi di cui 49,668 miliardi riferibili all’attività bancaria con una duration di 1,7 anni) le perdite sui crediti sono salite nel trimestre a 1,9 miliardi (+62,2% anno su anno, +36,6% trimestre su trimestre) erodendo una buona redditività. Ed è soprattutto l’Italia, dove la crisi sta picchiando duro, a soffrire con circa la metà dei crediti deteriorati, cioè prestiti che hanno un’oggettiva evidenza di possibile perdita di valore.

Come quelli nei confronti del gruppo Ligresti o del Risanamento già di Luigi Zunino. Tanto che a fine giugno questa categoria di prestiti a livello di gruppo è arrivata a 77,7 miliardi (+3,2% trimestre su trimestre). In crescita anche le sofferenze (44,8 miliardi, +3,8%), cioè i crediti la cui riscossione non è certa, mentre le altre categorie di prestiti problematici sono aumentate del 2,5% a 32,9 miliardi sul marzo 2012.

Numeri che non sono piaciuti molto a diversi broker (Nomura, Akros, Deutsche Bank, Ubs..) che hanno abbassato i target price su Unicredit, evidenziando quasi tutti fra le note dolenti la brutta qualità dell’attivo.

100 miliardi di crediti deteriorati sono posseduti solo dalle prime 5 grandi banche (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi Banca).

Era stato pubblicato qualche giorno fa peraltro il solito interessante studio annuale pubblicato da R&S Mediobanca sulle maggiori realtà quotate italiane che metteva in evidenza come lo stock dei crediti deteriorati netti delle cinque grandi banche del Paese ha sfondato a fine marzo quota 100 miliardi di euro, il 7,9% in più rispetto a fine 2011 e il triplo in più rispetto al 2007.

Uno  studio che evidenziava anche un incremento dei derivati custoditi in pancia alle banche del Paese, con una consistenza che nell’ultimo anno è passata dal 7,1% al 9,3% dell’attivo degli istituti, per un totale a fine 2011 di 193,3 miliardi di euro. E Il primato dell’esposizione va ancora a Unicredit con il 12,7% dell’attivo, seguita a stretto giro da Intesa Sanpaolo all’8,1 per cento.

Insomma quel che pensa il “popolino” è vero. Le banche italiane attingono a piene mani dalla liquidità messa a disposizione della Bce (i finanziamenti in essere presso la Bce da parte delle banche italiane hanno raggiunto a fine luglio il record storico di 283,27 miliardi di eur o al tasso low cost medio dell’1%) ma usano massicciamente questa liquidità per speculare sui mercati, puntando come alla martingala sui titoli di Stato italiani o di titoli propri, imbottendosene sempre di più. Il “fine” ragionamento, probabilmente?

“Se salta il banco (ovvero l’Italia fa default) non ce n’è per nessuno: quindi tanto vale farne incetta il più possibile. Se le cose si sistemano si porteranno a casa un sacco di profitti; se va male il problema è di qualcun altro. Ed è un bel problema”. Questa discutibile impostazione strategica banche-titoli di stato è assai pericolosa e sta legando a sempre più stretto giro l’andamento borsistico delle banche a quello dello spread.

Ed è “naturale” che in questo clima l’ultima cosa a cui le banche italiane pensino è erogare prestiti alle imprese o alle famiglie come dicono chiaramente tutti i bollettini. “Deleveraging” lo chiamano gli addetti ai lavori. Per aver un “core tier” che risponda ai requisiti dell’Eba e mostrare un indice di solidità patrimoniale accettabile le banche hanno, infatti, due strade: accrescere il capitale proprio oppure diminuire le attività di prestito. Ed è ciò che sta accadendo.

Debito made in Italy, il grande freddo

E mentre le banche italiane comprano con i soldi raccolti presso la Bce titoli del debito pubblico gli investitori stranieri intanto fanno il percorso opposto. La percentuale di debito pubblico italiano in mano agli stranieri continua anno dopo anno a scendere. A gennaio del 2011 gli investitori stranieri detenevano il 43% del debito sovrano italiano: oggi tale percentuale è scesa a circa il 33%. Ma non solo.

Alcuni studi dicono che la maggior parte del debito pubblico detenuto dagli investitori stranieri è oramai coperto da contratti di Cds: ovvero chi mantiene in posizione titoli di Stato italiani nel contempo per precauzione ha comprato delle assicurazioni che lo proteggono nel caso il debitore (lo Stato Italiano) non paghi.

E sono sempre più i gestori anche important che mettono un “bollino rosso” sulla finanza dell’Eurozona. Bill Gross, il fondatore e co-direttore degli investimenti di Pimco, il piu’ grosso gestore obbligazionario del mondo (e i cui fondi sono da anni fra i migliori nei nostri portafogli)  in un articolo sul Financial Times, ha addirittura invitato gli investitori ad astenersi dall’investire nell’Eurozona.

Secondo Gross la politica di sostegno della Bce è tutta un bluff ma anche se riuscisse nel compito di ridurre al 4% il costo di finanziamento di Italia e Spagna non sarebbe sufficiente perchè ai tassi di crescita attuali di questi paesi (negativi) e considerati i deficit gli spread anche del 4% farebbero aumentare ogni anno del 2-3% il rapporto debito/Pil.

Ed è proprio la mancanza di crescita che fa nascere negli investitori d’oltroceano la sgradevole sensazione che i paesi del Club Med non stiano attraversando un temporaneo problema di liquidità ma possano essere insolventi ovvero non siano in grado di ripagare l’enorme debito pubblico accumulato.

Proprio ieri Goldman Sachs, la banca d’affari più famosa al mondo, ha comunicato di aver ridotto la propria posizione sul debito italiano del 92% nel secondo trimestre, dopo averla aumentata nei primi tre mesi. Una notizia data alla Sec, nella quale ha precisato che ”l’esposizione di mercato” ai bond del governo italiano e’ scesa a 191 milioni di dollari alla fine di giugno dai 2,51 miliardi di dollari della fine dei marzo. Nello stesso tempo Goldman ha aumentato invece la propria posizione sui derivati per assicurarsi da eventuali rischi di default per l’Italia.

Speriamo certo che non accada e anzi Piazza Affari nell’ultima settimana ha mostrato in sintonia con le altre Borse europee un tono più positivo nonostante dati economici (si pensi al Pil e alla produzione industriale) terrificanti. La ragione? Si scommette su un imminente arrivo della cavalleria ovvero della Bce disposta a comprare con quote significative i titoli di stato spagnoli e italiani pur di far crollare lo spread e i tassi d’interesse. Nel medio-lungo periodo qualcosa che potrebbe essere l’anticamera per qualcuno di un commissariamento della Germania (si legga in proposito quello che abbiamo scritto in in questo articolo ); nel breve periodo la speranza di aver affrontato e risolto il problema e spento l’incendio.

Le banche italiane prestano i soldi male. E nascondono gli insoluti sotto il tappeto. Lo dice anche uno studio di ING

Come è noto questo fine settimana sotto la scure di S&P sono finiti colossi del credito, come Mps, passata da BBB a BBB- e Ubi, in discesa da BBB+ a BBB. E in particolare ha fatto scalpore fra gli addetti ai lavori la perdita della tripla B da parte di banche italiane molto conosciute a livello territoriale come Carige (da BBB- a BB+), la Popolare dell’Emilia Romagna (da BBB a BB+), la Popolare di Milano (da BBB- a BB+) e la Popolare di Vicenza (da BBB- a BB+), scese al livello di “titolo spazzatura” che renderà ancora più difficile il finanziamento sui mercati internazionali.

Secondo la definizione (vedi tabella) dei vari gradi di giudizio i titoli spazzatura, cosiddetti “junk bonds”, sono normalmente obbligazioni emesse da società che possiedono rating di livello speculativo, ossia inferiore alla tripla B che tradotto in parole vuole dire che “la garanzia secondo chi ne effettua la valutazione, ovvero la società di rating, è limitata poiché l’emittente è molto esposto ad avverse condizioni economiche, settoriali e finanziarie. “

cosa significano i rating dati dalle agenzie

Secondo l’agenzia di rating Standard & Poor’s l’Italia “sta affrontando una recessione potenzialmente più profonda e prolungata rispetto a quanto previsto” ( i dati diffusi dopo il taglio di rating hanno confermato in pieno la diagnosi con un -8% della produzione industriale a giugno e un -2,5% del Pil su base annua) e la vulnerabilità delle banche al rischio di credito nel contesto economico sta aumentando. In tale contesto l’effetto combinato dei crescenti asset problematici e della ridotta copertura delle riserve su prestiti in sofferenza rende le banche più vulnerabili all’impatto di maggiori perdite su crediti in particolare nel caso di un deterioramento dei valori degli asset collaterali”.

Insomma il punto dolente di molte banche italiane è il credito erogato negli anni passati che ora rischia di non essere più incassato per colpa della congiuntura economica o perché si sono dati i soldi a imprese e imprenditori un po’ scavezzacollo.

Una tesi che è stata ben documentata peraltro da un altro recente studio elaborato dagli analisti della banca olandese Ing (quella del Conto Arancio) e che non è stato molto ripreso dai media italiani con qualche lodevole eccezione come Milano Finanza.

Pur se certo nemmeno questo istituto olandese può salire sulla cattedra (qualche anno fa era stato salvato dalla bancarotta dallo Stato olandese per via della forte “tossicità di una parte consistente del suo attivo) le conclusioni pubblicate in questo report valgono la pena di essere conosciute anche perché si basano su numeri e non opinioni.

E gli analisti di Ing evidenziano come le banche italiane hanno il più alto rapporto medio di non-performing loan (crediti non performanti) nella zona euro al 13% circa contro una media europea del 7%. Ma non solo: la bassa redditività delle banche italiane non ha permesso di fare accantonamenti sufficienti per garantirne la copertura. Tant’è che la copertura per le banche tricolori è tra le più basse, in media al 38% circa rispetto alla media europea del  52%.

In pratica i bilanci che le banche italiane non dicono tutta la verità in termini di rischi insiti nel portafoglio crediti tanto che Ing stima un potenziale deficit di capitale nel range di 4,4-18,6 miliardi  per le quattro banche italiane sotto la sua copertura (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Ubi Banca) se queste decidessero di rafforzare i propri bilanci raggiungendo un rapporto di copertura al 50-60%, mantenendo un core tier one ratio come previsto da Basilea III del 9-10% nel 2013.

Le banche italiane, inoltre, operano con uno dei più alti rapporti tra prestiti/depositi e stanno cercando di colmare il gap di prestiti in eccesso rispetto ai depositi con l’utilizzo di bond retail e il ricorso sempre più massiccio a conti deposito vincolati.  Un modo “furbo” per le banche per far fronte alle proprie esigenze senza andare a chiedere denaro ad altri istituti di credito che in questo momento non aprirebbero peraltro nemmeno il portafoglio. Bloccato il mercato interbancario questo insieme al “bancomat” della Bce (tramite per esempio il Ltro) diventato il canale di finanziamento più significativo delle banche italiane.

Del resto finanziari sui mercati alle banche italiane costa moltissimo. Intesa San Paolo ha dovuto recentemente offrire un rendimento del 4,99 % per collocare il bond sul mercato quando la tedesca Deutsche Bank si finanzia sul mercato con un prestito a 10 anni a un tasso enormemente inferiore: l’1,99%.E anche offrendo tassi tripli le banche italiane fanno comunque fatica a trovare altri istituti che gli concedano credito.

Secondo gli analisti di Ing il sistema bancario italiano, come quello spagnolo, attualmente non può funzionare senza iniezioni di liquidità (da parte della solita Bce). L’alternativa è più deleveraging che danneggerebbe però la crescita del Pil e appesantirebbe la spirale del debito sovrano.

Per questo motivo gli esperti di Ing sono preoccupati che alla scadenza del Ltro o senza misure straordinarie messe in campo dalla Bce, la pressione sulle banche italiane possa aumentare, influendo sugli utili ma anche sull’erogazione dei prestiti che dovrebbero diminuire in media di circa il 3,8%.

In questo quadro fra le cinque big analizzate da Ing Intesa si conferma come la banca messa meglio (seguita da Unicredito) in confronto alle altre mentre MPS è all’ultimo posto della fila e vista nello scenario peggiore costretta a tagliare i prestiti del 9,1%. Se MPS volesse portare la copertura sui crediti dubbi al 50% il deficit toccherebbe 3,464 miliardi per un core tier one del 9% e 4,38 miliardi per un core tier one del 10%. Se poi la copertura salisse al 60%, le perdite si aggirerebbero tra i 5 e i 6 miliardi di euro.

Con la necessità di ricorrere a un ennesimo forte aumento di capitale. Altro che Spongebob. Più che una banca, una spugna sotto questa lettura. Ma l’Italia è un grande Paese e uno degli artefici della gestione MPS (un certo Giovanni Mussari) è diventato il presidente dei banchieri italiani (Abi). Siamo un popolo pieno di risorse e fantasia..

E a proposito di risorse chi ne ha di liquide dovrebbe forse chiedersi se il conto corrente e il conto deposito sono esattamente in questo contesto di mercato il porto più sicuro per i propri risparmi. La liquidità parcheggiata sul conto deposito o sul conto corrente la banca non la tiene a nostra disposizione custodita nei suoi enormi forzieri pronta per essere per noi disponibile quando decidiamo di andarla a prendere.

La nostra liquidità la banca la presta (a famiglie e imprese) o la investe. Magari sugli stessi titoli di stato o sulle stesse azioni di cui il depositante si è prudenzialmente liberato per stare tranquillo. Allora in questo contesto assolutamente straordinario per il nostro paese, cosa è oggi il risk free? Il conto corrente? Il conto di deposito?

Domande che secondo noi hanno una risposta non univoca o facile (come molti giornali in questo periodo stanno offrendo, scrivendo paginate di consigli e opinioni in libertà) ma che possono essere affrontate con un’attenta e diversificata gestione del proprio patrimonio e una consulenza attiva e flessibile perché anche il consiglio che oggi può sembrare “intelligente” domani o dopo domani potrebbe rivelarsi “idiota” e una vera consulenza non è mai estemporanea .

E il nostro lavoro portato avanti in questi anni a supporto dei risparmiatori come SoldiExpert SCF ha soprattutto in fasi come quelle dei mercati di questi ultimi anni la sua ragion d’essere.

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI