Banchieri (e risparmiatori) italiani, abbiamo un problema sulle banche. Non tutte sono sicure. Alleluia, il governo se ne è accorto.

C’è stato un tempo non troppo lontano in cui i risparmiatori italiani con la propria banca avevano un rapporto di fedeltà così assoluta che sembrava impossibile da scalfire.  Una fiducia totale, quasi cieca, che consentiva alle banche italiane di poter pure tosare (e alcune lo hanno fatto) i propri correntisti senza reazioni alcuna.

Una fedeltà alla propria banca maggiore di quella al proprio partner se si confronta il tasso dei divorzi in Italia a quello dei correntisti capaci di separarsi dalla propria banca. E poco importa se  più di qualche banca in Italia ha dimostrato in questi ultimi lustri nei confronti della propria clientela comportamenti a dir poco predatori, applicando commissioni salatissime e costi ingiustificati o rifilando prodotti finanziari pacco e super pacco.

“Con il direttore della banca e il bancario che mi segue c’è un rapporto come di amicizia e di lunga data. Se spostassi i soldi da un’altra parte Il mio consulente finanziario se ne avrebbe a male e avrei qualche difficoltà a giustificarlo”. Per anni molti risparmiatori nei confronti della propria banca o società di gestione dei risparmi hanno avuto questo atteggiamento da “sindrome di Stoccolma”, una sorta di amore torbido e masochista fra la vittima e il suo carnefice.

Un legame rafforzato anche in molti casi dal presentarsi da parte di molti istituti piccoli o  grandi come “banca del territorio”; una definizione rassicurante che spesso è servita a coprire operazioni spericolate e gestioni allegre e non basate sul merito (creditizio in primis).
E non a  caso fra i capisaldi del modello bancario italiano e del risparmio vi è la “relazione” col cliente, il rapporto diretto, che spesso ha aiutato a nascondere dietro la forma e la stretta di mano della pessima sostanza.

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Fa un certo effetto quindi vedere come nell’ultimo quadrimestre per molti risparmiatori il concetto di fedeltà alla banca sia mutato e i depositi del sistema bancario abbiano iniziato a essere mobili come mai si era visto.  Quello che è successo a partire dal 22 novembre 2015 col decreto “salva-banche” su banche come Etruria, Marche, CariChieti e Cariferrara con l’antipasto di quello che potrà succedere in caso di “bail in” ha aperto come un vaso di Pandora, liberando improvvisamente tutti i mali del sistema bancario italiano fino al giorno prima quasi totalmente ignorati: sofferenze triple rispetto alla media europea, redditività bassissima, garanzie basate soprattutto sugli immobili con un mercato in forte contrazione, costi di struttura e del personale elevati, obbligazioni bancarie per oltre 400 miliardi di euro collocate ai risparmiatori con una forte presenza di subordinate, emissioni illiquide o fuori mercato.

Nel sistema bancario italiano 1.0 non c’era quasi prodotto o servizio che non si poteva rifilare al correntista, facendogli mettere la firma sulla linea tratteggiata. Della banca ci si fidava ciecamente e il sistema di vendita era basato su questo incredibile potere di collocamento.

Lo spettro del bail in (la partecipazione degli investitori privati alle perdite della propria banca in caso di default della stessa ) ha creato uno squarcio con molti risparmiatori divenuti più consapevoli della partita in gioco. L’informazione anche online (e il fatto non trascurabile che oramai secondo la stessa Abi oggi oltre metà dei correntisti italiani, il 55%, pari a circa 16 milioni di persone, usa il web per operare con la propria banca, un dato in aumento del 9% rispetto a un anno fa) e i social hanno accelerato il processo e hanno cambiato il sistema in modo profondo e improvvisamente milioni di risparmiatori hanno iniziato a guardare alla propria banca in modo non più totalmente passivo e fideistico.

Un tracollo di fiducia nel sistema bancario (ai minimi quasi storici) innescato dal salvataggio, ordinato dal governo e gestito da Bankitalia, delle già citate Banca Etruria e Banca Marche, insieme a CariFerrara e CariChieti, tutte commissariate e da tempo sull’orlo dell’insolvenza. Migliaia di famiglie che avevano comprato obbligazioni subordinate emesse da questi istituti hanno visto azzerato il valore dei loro investimenti mentre per il valore delle azioni di alcune banche non quotate come Veneto Banca e Popolare Vicenza si è arrivati al redde rationem. Il “giochino” da parte del cda di queste banche di attribuire come nel passato valori lontanissimi da quelli di mercato (e avevamo spiegato qui il giochino già molti anni consigliando agli azionisti di queste banche senza giri di parole di scappare) alle azioni vendute ai correntisti grazie a perizie compiacenti non si poteva più portare avanti complice anche la vigilanza passata alla BCE. Fine dei giochi di prestigio. Crollo dei titoli del 90%. Decine di miliardi di euro distrutti.

L’indice medio  delle banche quotate a Piazza Affari ha perso da metà novembre 2015 il 43% con alcuni istituti che hanno visto sprofondare i prezzi anche di oltre il 70% le quotazioni come MPS (di cui il pacchetto di controllo è da anni sul mercato e per ammissione dello stesso ad della banca, Fabrizio Viola “nessuno bussa alla porta”) ; la raccolta diretta di numerose banche “del territorio” ha visto una fuga come mai si era vista e le prossime trimestrali al 31 marzo 2016 potranno fornire un quadro interessante del terremoto che sta scuotendo il settore.

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L’indice del settore bancario italiano con in evidenza il comportamento successivo all’approvazione del cosiddetto decreto “Salva-Banche”

Fra i casi più noti vi è Popolare di Vicenza che ha visto la raccolta crollare del 23,5% a 21,5 miliardi di euro a fine 2015; nel giro di 2 esercizi quasi 10 miliardi di euro tolti dai conti correnti. Meglio in confronto è andato a Montebelluna con la Veneto Banca dove la raccolta diretta è scesa di “solo” 2 miliardi di euro a 22,5 da 24,6. Ma è comunque un bel perdere masse anche perché l’emorragia è probabilmente continuata per queste banche (e non solo) anche nei mesi successivi con le cattive nuove notizie che sono arrivavano agli azionisti-correntisti una dietro l’altra quasi senza sosta e con ulteriori aumenti di capitale alle porte che ridurranno quasi a cenere il valore dell’investimento per chi non aderirà e metterà altri soldi, giocando a lascia o raddoppia.

Banca Carige ha visto nel 2015 la raccolta diretta scendere di 3,4 miliardi di euro in un anno (-12,6%) per effetto della paura del “bail in” come ha ammesso lo stesso istituto “che ha determinato un significativo cambiamento della percezione della rischiosità del sistema bancario da parte della clientela ordinaria”.

Pure i correntisti liguri hanno alzato il livello di allerta e lo stesso azionista di maggioranza (la famiglia Malacalza) ha criticato apertamente l’ultima gestione e si trova ora a fronteggiare l’offerta di un fondo di private equity americano (Apollo Capital Management) che ha posato gli occhi sui crediti deteriorati e sul controllo della banca offrendo un prezzo parametrizzato sui valori di banche dissestate e salvate come Banca Marche ed Etruria.

Sempre più risparmiatori cambiano banca e traslocano il conto corrente…

Fra gli addetti ai lavori il termine “bank run” viene così purtroppo sempre più utilizzato. Cosa significa? Corsa agli sportelli. Ma non si tratta di una nuova disciplina olimpica. E vi si assiste quando in contemporanea numerosi clienti di una banca si recano in un istituto di credito per prelevare il proprio denaro in deposito nel timore che possa diventare insolvente.

Alcune banche naturalmente stanno beneficiando di questa situazione e sono le banche che vengono giudicate più sicure e con indicatori patrimoniali più elevati o che hanno un modello basato sul risparmio gestito. Quelle che i soldi li raccolgono e li investono per conto dei clienti e hanno un livello di sofferenze bassissimo se non quasi inesistente.

Banche come Fineco, Azimut, Banca Generali, Mediolanum la cui struttura è fondata soprattutto sul risparmio gestito e che da dicembre a oggi stanno portando a casa vagonate di miliardi di euro di raccolta con una media superiore ai 400-600 milioni di euro al mese. E si stimano in oltre 50 miliardi di euro i depositi che hanno cambiato banca solo negli ultimi 3 mesi.

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Se l’indice del comparto bancario italiano è dimezzato negli ultimi 12 mesi può essere interessante vedere la dispersione delle performance dei singoli titoli del settore. Le banche specializzate nel risparmio gestito e/o digitali hanno retto nettamente meglio l’urto rispetto alle banche tradizionali e con un elevato livello di sofferenze in bilancio.

 

Le rete di promotori finanziari hanno gioco facile nel convincere ora i risparmiatori a cambiare banca e pazienza se alcune di queste reti sul risparmio gestito applicano su alcuni fondi (non è questo il caso di Fineco) commissioni di performance calcolate anche in modo fantasioso e possono presentare un conto molto salato sui fondi consigliati in portafoglio. E così la banca ritenuta buona scaccia quella ritenuta cattiva e molti risparmiatori italiani hanno imparato in questi mesi velocemente alcuni principi della direttiva europea BRRD (“Bank Recovery and Resolution Directive”) e in particolare che sopra i 100.000 euro di depositi per singolo intestatario non vi è garanzia totale di protezione in caso di problemi e che le obbligazioni vendute allo sportello (soprattutto se subordinate) sono fra i primi strumenti che potrebbero essere tramutati in capitale dalla BCE alla mala parata, facendone precipitare o perfino annullare il valore.

Vi è qualcosa di sensato quindi in questo improvviso grande movimento di montagne di denaro che stanno migrando dalle banche percepite come più rischiose a quelle più sicure ma anche qualche cosa di irrazionale se questo fenomeno diventasse incontrollato. E inizia anche ai piani alti del sistema bancario italiano e del governo a destare preoccupazione.

Se per paradosso infatti tutti i clienti delle banche “rischiose” spostassero i conti sulle banche ritenute “sicure” che cosa accadrebbe? Se esistesse una vigilanza bancaria europea chiara con regole chiare e univoche sulla tutela dei depositi, questa obiezione potrebbe probabilmente non esistere. Ma immaginate cosa accadrebbe se dovessero avere seri problemi delle banche italiane rilevanti che si trovassero a fronteggiare una situazione patrimoniale molto negativa. Come se ne uscirebbe?

Se le banche dissestate italiane non potessero procedere in autonomia con i propri mezzi (o più propriamente dei propri azionisti, correntisti e obbligazionisti ) col salvataggio interno sarebbe necessario il ricorso al Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi per soccorrere i depositanti sotto i 100.000 euro e le banche sane dovrebbero correre in soccorso di quelle in difficoltà, versando al fondo risorse per il salvataggio. Sulla carta è un principio validissimo peccato però che se esistesse qualche serio problema per qualche banca medio grande o diverse banche medie il rischio che si potrebbe verificare è che anche le banche sane potrebbero finire con l’essere contagiate da quelle malate o moribonde e trovarsi anch’esse a corto di capitale.

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Le banche sane potrebbero essere così trascinate nell’inferno dalle banche problematiche in una sfiducia che si auto-alimenta crescente verso tutto il sistema bancario e Paese. Il meccanismo di trasmissione è evidente ed è quello a cui stiamo assistendo in piccolo da qualche mese a Piazza Affari (dove banche anche giudicate fra le più sane vedono le quotazioni da inizio anno perdere oltre il 30% se si guarda per esempio alle quotazioni di Intesa SanPaolo ) con il sistema bancario italiano nel suo complesso finito nel tritacarne.

Si è fatta approvare la normativa sul bail in ma non ci si è messi d’accordo a livello europeo su uno schema di assicurazione europea dei depositi e la Commissione stessa prevede un lungo periodo di transizione che terminerà nel 2024 perché la Germania ha messo mille paletti in quanto teme che i propri contribuenti possano essere chiamati a pagare per i default di banche non nazionali e fino ad allora i sistemi nazionali continueranno ad operare secondo il principio: “ognuno per sé e Dio per tutti”.

Buon senso avrebbe voluto che prima di rendere operativa la normativa sul bail in i governanti dell’Unione Europea e soprattutto quelli italiani valutassero tutto il quadro, le opportunità ma anche i rischi e che la normativa sulla tutela dei depositi e sull’Unione Bancaria non fosse qualcosa da costruire dopo ma prima. Ma così è andata e a questo punto non resta che interrogarci su quando e come se ne uscirà dal tunnel bancario.

Un super fondo e una super lavatrice per sostenere il sistema bancario tricolore…

Ora dalle indiscrezioni filtrate il governo ha messo intorno al tavolo il Ministero del Tesoro, Cassa depositi e prestiti, Fondazioni bancarie e gli amministratori delle principali banche italiane (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi  Mediobanca)  per discutere degli strumenti maggiormente idonei per garantire il buon esito dei futuri aumenti di capitale e  permettere la riduzione delle sofferenze oggi presenti nei bilanci bancari.

A poche settimane dall’avvio di un aumento di capitale che la BCE ha imposto già 8 mesi fa alla Banca Popolare di Vicenza di 1,5 miliardi di euro (saliti ora a 1,75) ci si è resi conto che esiste il problema e non basta fare dichiarazioni “ganze” per affrontare il problema come aveva provato a fare il premier Matteo Renzi ancora a inizio gennaio 2016: “Abbiamo in Italia delle realtà del mondo bancario e finanziario che sono degli autentici campioni europei. E mi limito a dire europei per il momento. Con i problemi che conosciamo e che stiamo affrontando in Italia il sistema del credito funziona alla grande”.

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Ora il governo prova a mettere insieme  banche, assicurazioni, casse previdenziali e fondazioni e la solita Cassa Depositi e Prestiti (quella che attinge al risparmio raccolto dalle Poste Italiane ed è tirata in ballo in tutte le operazioni di salvataggio) che con 2 veicoli distinti dovrebbero con capitale privato e pubblico garantire la sottoscrizione dell’eventuale inoptato derivante dagli aumenti di capitale (entro giugno sono attesi aumenti di capitale per 3,5 miliardi di euro e si sta parlando di una provvista di almeno 7 miliardi di euro da reperire per costruire una prima cintura di salvataggio intorno al sistema bancario nazionale per i primi importanti puntelli da mettere) e alle banche di cedere sofferenze in modo da ridurne il peso nei propri bilanci.

Ma un conteggio più completo e realista delle necessità del settore è probabilmente più vicino a quello calcolato dagli analisti  di Hammer Partners che  in mancanza di ulteriore chiarezza hanno calcolato “che in media il settore abbia bisogno di 18,8 miliardi per altri accantonamenti per perdite su crediti al netto delle tasse, pari a 2,14 volte la somma dell’utile netto del comparto nei prossimi due anni”.

Meglio tardi che mai e ammettere che c’è un problema da risolvere è almeno un primo passo. Ma è evidente che nella gestione del dossier banche il governo italiano (compresi naturalmente quelli precedenti di tutti i colori e nuance) hanno dimostrato una pessima capacità di gestione e visione (sposare la posizione dell’Abi non è stato una genialata) come anche di pressione a livello di Unione Europea per evitare il pasticciaccio brutto in cui si è caduti. E perdere tempo e sbagliare timing nei mercati finanziari può costare caro.

Ok che si parli e si studino soluzioni  per sgravare il sistema bancario italiano dall’enorme mole di sofferenze, oltre che sulle situazioni percepite come più critiche (in testa quella della Banca Popolare di Vicenza e poi Veneto Banca e poi MPS e Carige) ma simili soluzioni oltre che fattibili e da realizzare velocemente per essere reputate credibili dai mercati devono essere non basate sulla carità e il soccorso ma su ritorni adeguati per chi ci mette il capitale ed essere operazioni di mercato. Non di sistema e basta. E possono essere anche dolorose ma meglio operare oggi piuttosto che continuare a rinviare all’infinito e sperare che il paziente si curi da solo con rischi di aggravamento e soprattutto di contagio.

Il mercato altrimenti come ha dimostrato in questi mesi fiuta l’imbroglio e la fiducia nel sistema bancario italiano e nel suo governo precipita ancora di più.

E si rischia così di trasferire e contagiare il problema da banche insane a banche sane e comprare solo un po’ di tempo e rendere sempre più grande e irrisolvibile il problema.

L’opposto di quello che si voleva ottenere con l’introduzione della direttiva del “bail in” per evitare aiuti di Stato e il rischio contagio e far pagare il costo dei salvataggi bancari ai contribuenti ed evitare che i risparmiatori di banche ben gestite o i contribuenti si trovino a dover sopportare i costi delle banche gestite in modo più scellerato.

E basti ricordare in proposito di soluzione di sistema uno dei tanti salvataggi di Alitalia (ottobre 2013) dove il governo allora in carica (premier Enrico Letta con ministro delle Infrastrutture e trasporti, Maurizio Lupi) fece mettere 75 milioni di euro alle Poste Italiane per acquisire il 10% della compagnia di bandiera Alitalia: una somma che nel bilancio dell’anno successivo veniva già completamente svalutata. Soldi in tutti i sensi volati via.

Una dimostrazione evidente di come non basta il sigillo di Palazzo Chigi e nemmeno la cabina di regia per trasformare il piombo in oro o qualche toppa pubblica fatta passare per intervento privato. Soluzioni pasticciate e che non tengono conto di quello che dice il mercato (che non crede evidentemente alla percentuale di recupero dei crediti inesigibili messi in bilancio da diverse banche o a soluzioni fantasiose) rischiano altrimenti di essere una toppa peggiore del buco.

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