LEZIONE DA UN DISASTRO: LE DUE BANCHE VENETE CHE FANNO TREMARE L’ITALIA

Non c’è bisogno di essere astrologi alla Paolo Fox per prevedere che il 2016 sarà per gli azionisti (e non solo) delle banche venete non quotate come Popolare di Vicenza e Veneto Banca un anno decisivo dal punto di vista finanziario.

Nei prossimi mesi come ha imposto il crono-programma della BCE per evitare che a questi istituti venga applicata la nuova direttiva sul bail in (che prevede l’azzeramento del valore delle azioni oltre che serissimi problemi per i possessori delle obbligazioni subordinate e dei correntisti con capitali somme superiori ai 100.000 euro) sarà necessario procedere a nuovi maxi aumenti di capitale sia per Veneto Banca (1 miliardo di euro) che per Popolare di Vicenza (1,5 miliardi di euro) e al contestuale sbarco a Piazza Affari delle azioni dove si conoscerà così quanto il mercato valuta veramente questi istituti.

I coefficienti patrimoniali di queste banche sono in stato di allerta e fra i peggiori del panorama bancario europeo secondo la vigilanza della BCE che da quando ha preso il controllo delle operazioni (subentrando alla Banca d’Italia) ha evidenziato come la gestione di questi istituti non fosse propriamente prudente per usare un eufemismo.

Due le leve principali utilizzate in comune nell’era di Vincenzo Consoli di Veneto Banca e nell’era di Gianni Zonin di Popolare Vicenza, i due banchieri sovrani alla guida per diversi lustri di questi gruppi, per cercare di far quadrare i bilanci e mantenere il consenso.

Sottovalutare i crediti deteriorati e sopravvalutare il valore delle azioni dei propri istituti piazzandole allo sportello in grande quantità ai correntisti per poter così migliorare i coefficienti patrimoniali e tenere in piedi i conti.
La gestione caratteristica di questi istituti da diversi anni complice la forte crisi economica del Nord Est mostrava gravi segni di deterioramento ma i top banker (poi costretti alle dimissioni) di questi istituti riuscivano a mascherare la situazione con minori accantonamenti sui crediti e la vendita massiccia di azioni e obbligazioni subordinate.

Dal 2010 le sofferenze bancarie triplicavano quasi di valore ma nei bilanci gli accantonamenti venivano tenuti bassi per abbellire i bilanci e non chiuderli in rosso.

Sia per Veneto Banca che Popolare di Vicenza rifilare azioni ai correntisti negli anni passati diventava sempre più intanto la specialità della casa. Nel caso di queste banche tale pratica assumeva nel corso degli anni livelli abnormi sia per le modalità (in numerosi casi era la banca stessa a finanziarne l’acquisto o a imporla come condizione per ottenere fidi o mutui) che per le auto-valutazioni siderali date al valore delle azioni dei propri istituti.

Mentre Bankitalia e Consob come le stelle di Cronin stavano sostanzialmente a guardare questi istituti potevano, infatti, ogni anno stabilire sulla base di perizie discutibili che le proprie azioni valevano sempre di più e come in una catena di Sant’Antonio poi venderle a man bassa a decine di migliaia di risparmiatori attratti anche dalla salita costante dei prezzi nel tempo, dal dividendo staccato ogni anno e paradossalmente dal fatto che queste azioni non erano quotate in Borsa (un motivo che invece avrebbe dovute allarmare) e non risentivano quindi di forti oscillazioni.

Nel periodo 1997-2013 le azioni di banche come Veneto Banca e Popolare di Vicenza salivano (sulla carta e sulla base di perizie commissionate da questi istituti) anno dopo anno senza sosta. Nel caso di Veneto Banca a Montebelluna avevano così scoperto come moltiplicare il denaro e stamparlo: ogni anno mediamente gli azionisti ricevevano un 2,5% di dividendo e un 7,5% di rivalutazione sulla carta dell’azione per effetto di perizie che asseveravano un valore sempre maggiore. Un 10% di rendimento all’anno complessivo che è un rendimento fuori dal mondo se si pensa che nello stesso periodo le azioni quotate dello stesso settore bancario in Italia invece scendevano. Ed è superfluo dire che dal 1999 a oggi nemmeno le azioni di Goldman Sachs, una delle banche più profittevoli del pianeta, riuscivano a stare al passo alle quotazioni delle banche venete.

salita e discesa 2

Ma agli sportelli delle banche italiane dove vige purtroppo spesso la vendita in conflitto d’interessi ai risparmiatori non venivano certi raccontati tutti i rischi di un investimento così illiquido e basato su valutazioni quasi di pura fantasia (come se vi volessero vendere un litro di latte a 10 euro al litro) rispetto ai multipli di mercato.

Se qualcuno si permetteva di criticare con articoli e interventi questo metodo di valutazione la risposta dei vertici di queste banche e dei loro uffici stampa era che comparare i prezzi di banche non quotate del territorio con quelle di banche quotate non aveva ragione d’essere perché “i mercati azionari delle aziende quotate hanno trend e bolle speculative mentre le banche non quotate operano secondo altre logiche e non ha senso confrontare pere con patate”.

Il risultato? Oltre un centinaio di migliaia risparmiatori hanno scoperto nell’ultimo anno 3 fatti allarmanti e concatenati: lo stato di salute delle banche di cui erano diventati azionisti era pessimo; le azioni erano invendibili anche perché le banche non potevano ricomprarle causa i vincoli della Bce ma anche le casse vuote e inoltre il valore reale delle azioni era una frazione di quanto pagato.

Chi aveva sottoscritto le azioni di questi istituti soprattutto negli ultimi anni (e sono la maggioranza dei risparmiatori) scopre in modo traumatico così di essere rimasto col cerino in mano. I consigli forniti dagli impiegati e funzionari di questa banca (che subivano anche la pressione dei loro vertici) ai propri correntisti di diventare soci delle banche si rivela una catastrofe dal punto di vista finanziario per i risparmiatori.

Fra Veneto Banca e Popolare di Vicenza il conto che si trovano a pagare i piccoli azionisti si stima possa essere di oltre 5 miliardi di euro bruciati con questo giochetto delle azioni vendute a prezzi gonfiati e rifilate allo sportello. Dal pensionato a cui era stato consigliato allo sportello di acquistare le azioni della propria banca come investimento “sicuro” all’imprenditore che in cambio dell’acquisto delle azioni avrebbe avuto più facilmente accesso al credito.
Solo nell’ultimo anno si è arrivati alla resa dei conti. I vecchi vertici sono costretti a dare le dimissioni con bilanci in profondo rosso e che evidenziano una forte lontananza da quella che dovrebbe essere una sana e prudente amministrazione oltre che un’inosservanza inquietante delle regole basilari di tutela del risparmio.

Le azioni di questi 2 istituti vengono svalutate per la prima volta dai rispettivi consigli di amministrazione ad aprile 2015 di circa il 23% ma questo è solo l’antipasto.

Il prezzo vero lo farà il mercato con l’avvio degli aumenti di capitale nella primavera del 2016 ed è possibile ipotizzare al momento un ulteriore taglio di circa il 65% rispetto alle ultime valutazioni. Una vera mattanza per i piccoli azionisti di questi istituti che si erano fidati di un investimento venduto come “sicuro” e che si è rivelato invece una trappola infernale.

Piccoli azionisti che si troveranno fra pochi mesi anche nella difficile condizione di dover decidere se aderire agli aumenti di capitale e incrementare ulteriormente la loro esposizione in questi istituti (il management di Veneto Banca ha previsto una bonus share del 15% per cercare di convincere i vecchi azionisti ad aderire all’aumento).
Intanto quello che è accaduto agli azionisti di Banca Marche, Popolare Etruria e compagnia che hanno visto azzerare il valore delle proprie azioni ha convinto nell’ultima assemblea del 20 dicembre di Veneto Banca gli azionisti in modo bulgaro (col 97% di adesioni) a dare l’ok alla trasformazione in Spa, alla quotazione e all’aumento di capitale. Una scelta fatta con la pistola puntata alla tempia della Bce e sotto gli effetti di terrore finanziario di quello che è successo ad Arezzo, Jesi e dintorni.

Per il 2016 dietro l’angolo vi è presumibilmente un cambio totale dell’assetto proprietario. Nel caso di Veneto Banca è pronto un consorzio di garanzia capeggiato da Imi (Banca Intesa) mentre nel caso della Popolare di Vicenza c’è Unicredit pronta con la rete di salvataggio a sottoscrivere l’eventuale inoptato.
Questi istituti hanno già fatto sapere di non essere interessati a entrare strategicamente nel capitale azionario e quindi è lecito attendersi che per minimizzare il rischio di doversi accollare l’aumento di capitale il prezzo di sottoscrizione delle azioni offerte in questi aumenti di capitale sarà estremamente basso. Prima il gioco era quello di iper valutare il valore delle azioni, ora si fa il contrario. Funziona così l’Alta Finanza.

Sostanzialmente con questi aumenti di capitale il controllo di queste 2 banche venete viene offerto sul mercato al miglior offerente come in un’asta. E presumibilmente banche italiane e fondi di private equity stranieri cercheranno in occasione dell’aumento di capitale di fare l’affare e contendersi il controllo se il prezzo basso giustificherà l’impresa.
E sarà importante valutare la credibilità, il progetto e il track record dei nuovi possibili cavalieri bianchi che si paleseranno in occasione dell’aumento di capitale per capire meglio il destino di queste banche e se il peggio è dietro le spalle.
Ed è sulla base dell’identikit e sul pedigree dei nuovi azionisti di riferimento che i piccoli azionisti si troveranno costretti a prendere una difficilissima decisione se aderire o meno all’aumento.

legami-indissolubili

“Esistono legami indissolubili” recitava una campagna pubblicitaria di Veneto Banca. E purtroppo chi ha sottoscritto le azioni di questo istituto (ma anche della Popolare di Vicenza) ha compreso a proprie spese che cosa volesse dire questo slogan. L’ennesima brutta storia di “risparmio tradito” che dovrebbe servire a molti risparmiatori ma anche a chi governa a capire come funziona da anni veramente in Italia il giro del fumo.

Tutti vigilavano (collegi sindacali, società di revisione, Consob, Bankitalia), l’operazione è perfettamente riuscita ma il paziente (risparmiatore) è morto.

Questo articolo è stato pubblicato anche su “Il Fatto Quotidiano” del 30 dicembre 2015. E’ possibile leggerlo cliccando sull’immagine sotto.

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