E DOPO UNICREDIT ANCHE BANCO POPOLARE E INTESA SAN PAOLO ANNUNCIANO IL RIACQUISTO DI PARTE DEI PROPRI BOND SUBORDINATI. FUNZIONA COSI’ IL NUOVO ‘MONOPOLI’ DELLE BANCHE.

L’annuncio di lunedì mattina di Banco Popolare non ha certo sorpreso molti analisti e chi segue il mercato del credito e obbligazionario. Un’altra banca dopo Unicredit, il Banco Popolare guidato da Pier Francesco Saviotti annuncia un’operazione di riacquisto dei propri bond, invitando i detentori di obbligazioni Tier 1 e Tier 2 del gruppo a vendere i titoli allo stesso istituto di credito. E in tarda serata è arrivato anche l’annuncio di Intesa San Paolo di procedere al riacquisto di bond tier 1 per 3,75 miliardi di euro a una percentuale compresa fra l’88 e il 91% del valore nominale.

Nel caso di Banco Popolare Si tratta in particolare di 12 emissioni, per un valore totale di 4.007 milioni, i cui prezzi di acquisto si aggirano intorno al 70%-80% sul valore nominale, con un minimo del 43% e un massimo del 91%. L’invito (non l’obbligo) di aderire all’offerta terminerà il 15 febbraio, con regolamento il 20 febbraio.  Nel caso di Unicredit il riacquisto dei bond (vedi tabella) riguardava una serie di titoli con un valore nominale di 5,3 miliardi euro (offrendo circa 3 miliardi di euro) per un’offerta che scade già il prossimo 13 febbraio.

Ma questo nuovo “Bingo” lanciata dalle banche italiane che si ricomprano i propri titoli a prezzi da saldo (perché mica offrono il valore nominale ovvero il prezzo al quale queste obbligazioni erano state collocate) cui prodest? E’ una bella cosa come ha spiegato negli scorsi giorni Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia in un’audizione alla commissione Finanze e Tesoro della Camera dove ha espresso il pensiero dei banchieri: “il riacquisto dei bond è uno strumento che in certe circostanze e’ alternativo a ridurre i prestiti bancari ed e’ consentito dalla stessa direttiva dell’Eba”. E riferendosi all’’operazione di Unicredit (ma stesso ragionamento vale per quella di Banco Popolare)  ha specificato come “il riacquisto dei bond a condizioni di mercato non e’ una azione obbligatoria ma in un momento in cui c’e’ diffusa percezione di rischio se i risparmiatori vogliono uscire da certe attivita’ allora c’e’ la possibilita’ per l’emittente di riacquistare i bond”.

Detta così la dichiarazioni di Saccomanni fa quasi apparire la mossa delle banche un gesto di generosità? Ma è proprio così?

Noi non siamo completamente d’accordo con questa tesi perché come abbiamo anche scritto in un recente articolo sul tema simili operazioni arrivano in un contesto particolare dove ci sembra che alla finanza di carta (causa di questa crisi) si continui a rispondere con le solite alchimie finanziarie dove l’obiettivo  principale se non unico è quello di favorire in tutti i modi il sistema bancario. Anche quello malato e vizioso o d’azzardo.

Dove “per il bene della causa” (come Aleksandr Solzhenitsyn scriveva all’inizio degli anni ’60 del delirio del Partito nella Russia comunista) tutto è consentito alle Banche, le vere padrone non solo dell’economia e della finanza ma anche oramai della politica sia in Europa (Italia compresa) che negli Stati Uniti.

Il vantaggio per le banche di riacquistare i propri bond è evidente. Con i soldi presi a prestito dalla Bce a un tasso irrisorio (l’1%) le banche infatti preferiscono mettere questi soldi non nell’economia (finanziando imprese e famiglie) ma nella finanza: rischiano di meno e guadagnano di più. E Unicredit, Banco Popolare e Intesa SanPaolo con questa “operazioncina” possono contabilizzare fino a 1500 milioni di euro di  utili nel bilancio di ques’anno (rafforzando il proprio patrimonio) grazie a questo regalo piovuto dal cielo, anzi dalla Bce.

Come funziona il meccanismo lo ha spiegato bene qualche giorno fa Vittorio Malagutti sulle colonne de “Il Fatto quotidiano”: “Di recente le banche hanno trovato anche un altro modo molto redditizio per utilizzare la montagna di soldi piovuta in cassa grazie alla Bce. Questa volta i prestiti di Francoforte servono a comprare, o meglio a ricomprare, le obbligazioni a suo tempo collocate dagli stessi istituti di credito. Funziona così. In circolazione ci sono bond per miliardi delle maggiori banche che hanno quotazioni molto lontane dalla parità. Poniamo, per esempio, 90. Se l’istituto li acquista, si assicura per 90 ciò che fra qualche anno avrebbe dovuto rimborsare a 100. Il guadagno è quindi pari al 10 per cento. In più, molto spesso, i titoli già sul mercato hanno caratteristiche tali che in un futuro prossimo non potranno più essere utilizzati per il calcolo dei ratios patrimoniali di vigilanza. Di conseguenza, se queste obbligazioni vengono ricomprate e cancellate, poi possono essere sostituite con altri bond che invece, a differenza delle altre, servono a migliorare i requisiti di patrimonio”.

 

I vantaggi per le banche di compiere simili operazioni sono numerosi ci conferma infatti, Giovanni Ponzetto, analista obbligazionario di Tokos: “E’ un affare logico per le tesorerie delle. Acquistando titoli che rendono il 5-6% con una provvista che gli costa l’1% è evidente il profitto che possono generare. Ma riacquistando i propri titoli ci sono vantaggi ulteriori, perché possono a mettere in bilancio le plusvalenze generate da queste operazioni, nel caso decidano di annullare questi bond prima della scadenza. In bilancio avevano prima titoli emessi  a 100,  e la differenza con il prezzo di riacquisto costituirà tutto utile.  In tutti i casi recenti i titoli riacquistati  hanno caratteristiche tali che in un futuro prossimo non potranno più essere utilizzati per il calcolo dei ratios patrimoniali di vigilanza. L’utile ottenuto annullando queste obbligazioni, e non essendo più obbligati a pagare cedole onerose, migliora i rapporti patrimoniali, dato che il totale di bilancio si contrae. Bisogna ricordare che  i mercati sono equi almeno in questo: tutte le informazioni per capire la convenienza di questa operazione sono a conoscenza dei mercati da tempi non sospetti: ciò che  ha reso possibile questo giro di riacquisti è stato un atto altrettanto pubblico, anzi sbandierato: la fornitura di liquidità da parte dell’ECB. Ricordate, l’adesione è volontaria, non è un obbligo vendere obbligazioni bancarie all’8% di rendimento per la banca, solo perché sono più alte di tre mesi prima. Inoltre, tutto il sistema economico, non solo le banche, funzionano se  nella maggior parte dei casi operano in maniera razionale, e dal punto di vista loro è meglio fare il 9% senza rischi (essendo obbligazioni proprie), che il 6% su un mutuo erogato”.

 

Sembra insomma come l’acqua del mulino che gira in continuazione per favorire non tutta la comunità ma i “mugnai” banchieri che sono da proteggere e tutelare più del panda poiché l’assioma su cui si fonda il sistema finanziario ma anche politico è ormai quello che se le banche non girano (e non fanno profitti in ogni modo) corriamo tutti diritti verso l’Apocalisse Finanziaria, le banche come il Potere Supremo.

Sarà proprio così? Certo che le banche vanno “lubrificate” in tempo di crisi ma forse sarebbe il tempo di modificare l’attuale ‘status quo’ (se non ora quando?) che vede il sistema bancario ottenere facilitazioni, concessioni e regole tutte tese a favorirne l’attività (e sempre più pingui compensi per i propri vertici) senza mai pagarne pegno, non intervenendo nella rimozione delle cause che le hanno portate ad assomigliare a dei giocatori d’azzardo che giocano con i soldi dei propri depositanti su più tavoli, con leve sempre più alte e strumenti sempre più micidiali ma che in causa di default o difficoltà sono immediatamente sempre pronte a chiedere il salvataggio (ovvero la socializzazione delle perdite) mentre quando ci sono degli utili (magari stratosferici) quelli se li vogliono spartire soprattutto ai massimi livelli.

E pazienza se alle imprese e alle famiglie italiane il credito non arriva (ed è più facile per un giovane lavoratore o un autonomo essere scritturato al “Grande Fratello” che ottenere un mutuo) e siamo in pieno “credit crunch” come confermano tutte le ricerche. I soldi per ora le banche preferiscono usarli nell’economia di carta rispetto a quella reale: i soldi “veri” si fanno lì.

Altro giro, altra corsa… Aspettando ancora Draghi



Dopo la prima maxi iniezione di liquidità del 21 dicembre ora le banche europee si aspettano peraltro per fine febbraio il bis con una nuova operazione LTRO (questo è il nome per gli addetti ai lavori che sta per per Long Term Refinancing Operation).
La Bce si appresta nuovamente a inondare le banche di liquidità (e le richieste sembra che saranno doppie o triple rispetto alla prima operazione secondo alcune indiscrezioni del Financial Times) con le banche ben felici di utilizzare questi soldi per comprare titoli di stato o proprie obbligazioni e per guadagnarci “simpatiche plusvalenze”. Certo gli effetti positivi di simili manovre li stiamo già vedendo in queste settimane: cala lo spread del Btp/Bund, l’euribor sta sprofondando, i rendimenti delle obbligazioni tornano a scendere, c’è quasi un clima da simil euforia sui mercati finanziari…

“Ma l’economia reale interessa ancora a qualcuno?” mi scrive provocatoriamente un lettore di MoneyReport.it che mi racconta come la sua azienda non riesce a farsi pagare dai creditori (anche pubblici) e in banca non si riesca a farsi finanziare in nessun modo.

E per chi ha i bond oggetto dello shopping ovvero del riacquisto? Che fare?

Ma cosa conviene fare a un risparmiatore che ha questi titoli in portafoglio?

Sono pochi i giorni lasciati ai possessori dei bond Unicredit e Banco Popolare per decidere: prendere o lasciare.

Chi detiene questi bond si trova di fronte a una scelta non facile. Non gli è offerto il valore nominale ma un prezzo mediamente inferiore del 15-20%. Molti di questi titoli ibridi nelle scorse settimane hanno fatto il “giro della morte” e sono arrivati a valere anche metà del nominale. Poi la risalita e ora l’offerta di “opa amichevole” che possono anche declinare.

“Faccio guadagnare alla banca un sacco di soldi, consegnando questi titoli” è la domanda che alcuni risparmiatori si stanno domandando dopo aver letto l’offerta?
La considerazione che un risparmiatore deve porsi di fronte a questa scelta riguarda evidentemente anche la composizione totale del proprio portafoglio e la valutazione che se si possiedono in modo massiccio queste obbligazioni queste potrebbero diventare molto meno liquide. “Occorre poi distinguere – aggiunge Ponzetto – fra titoli Tier I e Tier II. Nel primo caso assomigliano a delle azioni di risparmio e posso farle fuori magari insieme ad altre eventuali considerazioni  il prezzo è vicino a quota 90. Nel caso dei Tier II, ho obbligazioni che rendono molto, anche al prezzo dell’offerta”.

Se cedono alla banca i titoli (salvo che non li hanno acquistati nel bel mezzo della crisi ai prezzi minimi) incassano mediamente una minusvalenza anche forte ma si liberano una volta per tutte di questi “bond ottovolante”. Col ricavato però se volessero riacquistare titoli della stesso emittente devono poi però ripiegare su titoli con rendimenti nettamente inferiori a quelli dei titoli ritirati. In pratica alcuni di questi titoli che Unicredit e Banco Popolare riacquistano sul mercato (e si tratta ricordiamo di titoli quasi sempre trattati fuori mercato e con caratteristiche più rischiose della maggior parte delle obbligazioni in circolazione) rendono il 9-10% e chi rivende questi titoli alla banca oltre a incamerare probabilmente una minusvalenza dovrà “moderare” le pretese.

Può  certo mantenerli ma qui si trova di fronte a un altro dilemma, già sapendo che prima della scadenza dovrà sopportare alti e bassi degni del passato: “E se la banca salta?”. E’ questo infatti il vero evento “ricatto” a cui le banche che riacquistano i propri bond a simili condizioni insinuano nella testa del loro creditore per aderire o meno. Perché se la banca è sana e andrà bene nel prossimo futuro difficilmente ci sarebbe una vera convenienza finanziaria a consegnare questi titoli…

Altro che dilemma del prigioniero: quello dell’obbligazionista di fronte a queste operazioni è ancora più lancinante. La Banca che invita di fatto a consegnare i titoli mettendo la pulce nella testa degli obbligazionisti che ora si possono riprendere questi soldi indietro, in futurò chissà cosa accadrà. O come recita il Banco Popolare nel comunicato: “future decisioni circa l’esercizio della facoltà di rimborsare anticipatamente, alle rispettive date di rimborso anticipato, i titoli di ciascuna delle emissioni interessate che non dovessero essere acquistate nell’ambito dell’invito, saranno adottate puramente in considerazione della convenienza economica per il Banco Popolare, in base alle condizioni di mercato prevalenti”.

Questo perché le obbligazioni perpetue non hanno data di scadenza, e quindi l’opzione di rimborso anticipato alla pari potrebbe non venire esercitata. E probabilmente non lo sarà, perché alla banca converrà comunque tenere in vita delle emissioni in cui il detentore partecipa alle perdite, non prende cedole se manca il dividendo, e la banca può acquistare e cancellare con un utile quando è in crisi...

Rien en va plus.

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