BOND ARGENTINI, ULTIMO TRENO. ECCO COSA CONSIGLIA L’AVVOCATO "CASTIGA-BANCHE"

Proprio 200 anni fa nasceva la Repubblica Argentina e in tutto il mondo sono previste celebrazioni e commemorazioni ma molti risparmiatori italiani hanno ben poco da festeggiare. Mancavano, infatti, pochi giorni a Natale quando nel 2001 il governo argentino dichiaràla moratoria sul debito (95 miliardi di dollari) congelando il pagamento degli interessi e sospendendo il rimborso dei capitali in scadenza.

Quasi mezzo milione di risparmiatori italiani in possesso di tango-bond (per un ammontare di 14,5 miliardi) scoprirono coos che i loro risparmi erano andati in fumo inghiottiti dall’enorme debito estero di Buenos Aires ma anche da un insostenibile cambio in parità  uno a uno fra il peso argentino e il dollaro Usa. Nel gennaio del 2003 si riavviarono i rapporti fra il Fondo Monetario e l’Argentina e nel 2005 fu partorito il primo “swap” (scambio o baratto) che offriva ai risparmiatori di tutto il mondo in possesso dei titoli del debito argentino una parziale consolazione.

Altri titoli (trentennali) del debito argentino in cambio di quelli vecchi con una sforbiciata di oltre il 70% rispetto al valore atteso di rimborso originario. Prendere o lasciare.  In quasi tutto il mondo questa prima offerta pubblica di scambio riscosse forti adesioni. Tranne in Italia. Molti risparmiatori giudicarono scandalosamente bassa questa proposta e anche le banche italiane (che in moltissimi casi avevano contribuito in maniera determinante a piazzare questi titoli) soffiarono sul malcontento, creando anche un’associazione (la Task Force Argentina, Tfa) con l’obiettivo di difendere gli interessi degli obbligazionisti per ottenere un più equo indenizzo.

A oggi la montagna non ha partorito nemmeno un topolino visto che coloro che hanno mantenuto i vecchi titoli argentini (e anche molte associazioni dei consumatori all’epoca sconsigliarono di aderire al primo baratto) non hanno ottenuto un centesimo in più mentre la nuova offerta di scambio proposta in queste settimane (con scadenza di adesione il prossimo 7 giugno) rappresenta secondo la maggior parte degli operatori l’ultimo appello per ottenere perfino di meno di quanto offerto nel 2005.

La Tfa sta tentando da alcuni anni di chiamare in giudizio in un arbitrato internazionale  (presso l’Icsid, un tribunale sotto l’egida della Banca Mondiale) l’Argentina per i cosiddetti Tango Bond ma le probabilità  di vincere una causa legale di questo tipo (costringendo il governo argentino a rimborsare integralmente agli obbligazionisti raggruppati dalla Tfa) appaiono essere minori di quelle di vincere un terno al lotto.

Tanto che la Tfa (che rappresenta 180 mila obbligazionisti di titoli argentini in default per circa 4,5 miliardi di dollari) ha valutato che la nuova offerta di swap proposta dalla Repubblica Argentina è effettivamente peggiorativa, come previsto dalla stessa legge argentina, e “resta nell’autonomia decisionale dei singoli obbligazionisti ogni decisione sull’opportunità  di aderire o meno alla nuova Ops”.

Insomma il risparmiatore che aveva aderito a questa associazione, confidando in un più equo rimborso torna alla casella di partenza. Anzi pure qualche casella indietro (perdendo tempo prezioso se voleva fare causa alla propria banca visto che il termine di prescrizione di 10 anni è vicino). E se deciderà  di aderire a questo scambio (come sembra una soluzione di fatto obbligata se non vuol correre il rischio di utilizzare i vecchi certificati obbligazionari come costosi quadretti da appendere alle pareti), dovrà  rinunciare (condizione naturalmente indispensabile del regolamento) a non avviare azioni legali contro lo Stato argentino.

Miglior sorte è andata invece in questi anni a molti risparmiatori che hanno avuto il coraggio di fare causa direttamente alle banche italiane (aderendo magari allo swap visto che un’iniziativa non esclude l’altra) che gli avevano venduto i titoli della Repubblica Argentina. Una possibilità  di recuperare il “maltolto” che evidentemente non è stata sponsorizzata dalle banche o dalla Tfa.

In numerosi tribunali italiani le banche sono state costrette a risarcire interamente i risparmiatori quando è risultato evidente dai documenti presentati dai risparmiatori che non era stato comunicato chiaramente l’elevato rischio di questi titoli o non si era proceduto (come nella maggior parte dei casi) a rispettare tutti gli adempimenti previsti.

Per questo motivo spesso le stesse banche hanno accettato di transare (riconoscendo mediamente il 70% ai risparmiatori) pur di non andare in giudizio. Perchè sarà  pur vero che in Italia sono oltre 5,4 milioni le cause civili in corso e la giustizia è lenta (e talvolta una roulette) ma rivolgersi a un bravo (e battagliero) avvocato rappresenta per i risparmiatori truffati una delle poche armi a disposizione per ottenere una qualche ragione. Alla faccia dell’art. 47 della Costituzione che proclama la priorità  della Repubblica italiana “nell’incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme”. Altri tempi.

Sopra e sotto la panca la banca campa. Insomma guadagna sempre…

Fare causa alla propria banca è uno “sport” sempre più praticato da risparmiatori e imprenditori. Ma anche Comuni. E non senza ragioni. Se fino a qualche decennio fa questa attività  di tutela dei propri diritti era portata avanti da pochissimi avvocati e studi legali da qualche anno si è assistito a un boom di questa specializzazione. Segno evidente che nonostante continui proclami sulla tutela del risparmio, maggiore trasparenza (a parole) e normative sempre più stratificate (che si traducono in contratti e prospetti sempre più lunghi come numeri di pagine con carattere del corpo sempre più piccolo) la reale protezione degli investitori è diventata qualcosa di sempre più difficile da garantire.

Sembra, infatti, vigere la legge della giungla. Dove gli animali più forti, grandi e aggressivi possono sbranare quasi impunemente i più piccoli, meno preparati e indifesi. Sulla carta dovrebbero esserci diverse autorità  di controllo a vigilare in realtà . Ma evidentemente qualcosa non va nel verso giusto se in questi anni le truffe e i bidoni finanziari si sono moltiplicati e le stesse banche sono passate sempre più sul banco degli imputati visto il ruolo molto attivo nello “spacciare” prodotti e servizi finanziari opachi, costosi e ingannevoli.

“Dalle banche siamo passati alle bande”  osserva Roberto Vassalle, avvocato mantovano considerato il ‘terrore’ delle banche italiane, per via delle centinaia di cause che ha vinto contro molti istituti di credito. Sono opera sua, per esempio, la prima sentenza sui bond argentini e quella sull’anatocismo, l’interesse sugli interessi. Un anno fa con Beppe Grillo (vedi qui) ha illustrato al Parlamento Europeo la situazione delle banche italiane e chi si è perso il suo intervento merita se ha un quarto d’ora di tempo di vederlo perchè è molto istruttivo. Ed è il parere di un avvocato specializzato (fra i più preparati e bravi in Italia) in tematiche del risparmio (peraltro nel passato candidato come sindaco a Mantova come indipendente per il Popolo delle Libertà ) e non quello di uno “sfascista” come qualcuno (magari un antipatizzante del comico genovese) potrebbe pensare.

 

L’intervista a Roberto Vassalle, l’avvocato “castiga-banche”

Gaziano: I risparmiatori italiani che detenevano bond Argentini caduti in default si trovano entro la prima settimana di maggio a dover decidere se aderire alla nuova offerta pubblica di scambio. Qual è il suo giudizio su questa “ultima chiamata”?


Vassalle: «Per quanto l’offerta sia molto discutibile il consiglio che fornisco ai miei clienti è di aderire, nonostante tutto. E vi è da rilevare che nelle settimane antecedenti la formulazione di questa proposta le vecchie obbligazioni argentine sono in parte tornate a risalire in vista di questo swap che il mercato ha evidentemente giudicato appetibile. Ma nessuno certo ci può fornire garanzie assolute per il futuro»

La TFA, l’associazione di matrice bancaria che doveva tutelare i risparmiatori italiani coinvolti nel default del paese sudamericano, sembra in questi giorni aver pronunciato il “rompete le righe” invitando ciascun risparmiatore che aveva aderito prima alla causa collettiva a valutare ora cosa è meglio fare. Che giudizio dà di questa organizzazione? Ha fatto gli interessi più dei risparmiatori o soprattutto delle banche come molti sospettano..?

«Piu volte ho avuto modo di rilevare in relazione ai risultati del tutto nulli che questa organizzazione ha conseguito come la TFA appaia essere stata un mero escamotage per tenere fermi, con la speranza di un rimborso che non è mai arrivato, i risparmiatori,  impedendo loro di fare causa alle banche che sono le principali responsabili di quanto è accaduto in Italia in merito ai bond argentini».

I risparmiatori italiani sono a livello internazionale fra quelli che maggiormente avevano sottoscritto il debito argentino poco prima del default e sono anche fra quelli che in misura più limitata hanno aderito allo swap offerto dall’Argentina? Come mai secondo lei?

«Il fatto è che alcune delle principali banche italiane erano e sono proprietarie del sistema bancario argentino e allorché negli anni successivi al 1997 la situazione argentina è diventata sempre più tragica esse stesse per prime (e per sostenere i propri interessi), hanno acquistato rilevanti quantità  di bond.  Tutto questo prendendo parte attiva in quasi tutti i consorzi di collocamento e sottoscrivendo direttamente le varie emissioni. E mano a mano che il pericolo diventava più grave non hanno trovato di meglio che rivendere i titoli alla propria clientela».

Il ricorso all’arbitrato internazionale ICSID è l’ultima spiaggia per chi ha seguito la strada suggerita dalla TFA: siamo ancora alla pronuncia giurisdizionale. Ma nel caso che vada avanti vede qualche possibilità  di vittoria per chi manterrà  aperta questa strada, rinunciando al concambio?

«Ho già  detto prima che questa iniziativa aveva il principale scopo di tenere calmi i risparmiatori. facendo decorrere i termini di prescrizione delle azioni contro le banche (ovvero le cause che i risparmiatori potevano fare nei confronti di chi gli aveva piazzato i titoli) e in quest’ottica a mio avviso rientra anche l’iniziativa dell’arbitrato internazionale che come volevasi dimostrare sino a oggi non ha concluso assolutamente nulla mentre invece alcune prescrizioni (il termine è di 10 anni) sono già  maturate».

Chi ha sottoscritto bond Argentini in diversi casi ha fatto causa alla propria banca e anche vinto (come in molte cause che lei ha seguito), ottenendo il risarcimento di quanto “bruciato” nel default. Cosa avevano in comune questi casi?

«In numerosi casi si sono evidenziate gravi irregolarità  nella contrattualistica che hanno giustificato le sentenze che hanno dichiarato la nullità  o risoluzione degli investimenti in titoli argentini. In tutti i casi poi si è riscontrato come la banca intermediaria si fosse resa inadempiente agli obblighi comportamentali alla stessa imposti dalla legge in tema di informazione sulla natura e la rischiosità  dell’investimento. Violando anche il principio dell’adeguatezza secondo cui la banca ha l’obbligo di valutare se l’investimento proposto alla clientela è adatto al profilo di rischio del risparmiatore. In molti casi si è visto invece che le banche non solo non hanno sconsigliato l’investimento in bond argentini ma lo hanno addirittura proposto e caldeggiato in pieno conflitto d’interessi. La maggior parte di queste operazioni, in particolare quelle concluse sino all’entrata in vigore della delibera Consob del 18 aprile 2001, risultano poi effettuate “fuori mercato”, in assenza cioè della preventiva autorizzazione scritta del cliente necessaria per poter eseguire l’operazione fuori dai mercati regolamentati. Tutte violazioni alla normativa che hanno consentito a molti risparmiatori di rivalersi nei confronti della loro banca, portandola in giudizio per ottenere un rimborso integrale di quanto bruciato con il default delle obbligazioni argentine ».

In linea generale quando secondo la sua esperienza è più facile mettere al “muro” una banca, facendola condannare per aver rifilato prodotti “bidone” (e non vale certo solo per i bond argentini, purtroppo) e per i risparmiatori ottenere un qualche ragionevole possibilità  di vittoria? Quali condizioni formali e/o sostanziali è importante che sussistano?

«Per poter decidere se affrontare una causa e correre i relativi rischi, che purtroppo esistono anche quando si ha ragione da vendere, è sempre necessario esaminare preventivamente la modulistica contrattuale e principalmente il contratto di negoziazione, l’ordine di borsa, l’attestato di eseguito o fissato bollato insieme agli estratti del deposito titoli del periodo antecedente l’investimento. E’ da questi documenti che si può stabilire se andando in causa vi è una ragionevole possibilità  di vittoria. Va poi detto che in queste cause è purtroppo fatto molto comune imbattersi in firme del cliente falsificate da troppi zelanti funzionari. In ogni caso per chi avesse smarrito la documentazione la legge obbliga la banca alla pronta consegna di tutti i documenti relativi agli investimenti finanziari, dando al risparmiatore il diritto di ottenerne una copia».

Per aprire un conto corrente bancario potrebbero essere necessarie oggi una ventina di firme; per una gestione patrimoniale anche il doppio, portandosi a casa un malloppo illeggibile di qualche centinaio di pagine (che è chiaro che non leggerà  quasi nessuno). E’ cosi che si tutela il risparmiatore o il sistema in realtà  pensa soprattutto a tutelare se stesso?

«Sia per quel che riguarda i rapporti di conto corrente come per gli investimenti finanziari ed ogni altro rapporto bancario le informazioni che devono essere date al cliente per garantire l’effettiva trasparenza del cliente sono in realtà  molto poche. Ad esempio nel conto corrente la misura delle spese, i tassi applicabili, e le modalità  di variazione dei tassi d’interesse. Ed è evidente che questa mole insensata di cartacce che vengono fatte sottoscrivere o inviate a casa dal cliente in realtà  servono solo a diminuire la trasparenza, facendo l’interesse soprattutto dell’intermediario e della banca. E la storia di questi decenni mostra purtroppo che anche il potere politico (con esecutivi di qualsiasi colore) è assoggettato al potere delle grandi banche, correndone in soccorso ogni qual volta ce n’è stato bisogno con leggi e leggine»

In conclusione che consigli dare a chi sottoscrive un prodotto finanziario e non vuole un giorno trovarsi nel girone dei “truffati”?

«In primo luogo non fidarsi dei consigli delle banche che sono tutti interessati. Il funzionario allo sportello propone di norma i titoli che la direzione centrale gli dice di vendere e nella stragrande maggioranza dei casi sono prodotti dai quali la banca ricava il maggior utile. E troppo spesso inadatti alle esigenze del cliente. In secondo luogo è preferibile ricorrere a consulenti finanziari veramente indipendenti e comunque sempre conservare con cura la documentazione relativa agli investimenti, leggendo tutto prima di firmare, chiedendo spiegazioni su frasi o parole di non facile comprensione e in ogni caso rifiutare sempre e comunque di firmare moduli in bianco, trattenendo copia di tuttಠcio che si firma. »

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