Cameriere, champagne… cibo e bevande in Borsa, ecco chi sono i vincitori e vinti nel 2020 & oltre

Coca-Cola, Nestlè, Campari, Coca Cola, Nespresso, La Doria... chi sono i vincenti e perdenti nell'anno della pandemia? Il commento nella Lettera Settimana

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Una settimana finanziaria tutto sommato tranquilla quella precedente, mentre questa settimana sono attesi i risultati dei nuovi padroni del mondo, Alphabet, Apple, Amazon, Facebook e Microsoft e poi la pubblicazione di molte trimestrali fra Nuovo e Vecchio Continente con un occhio speciale per la riunione della Federal Reserve da cui ci aspetta una conferma della politica monetaria accomodante, mentre giovedì e venerdì saranno rilasciati prima negli States e poi in Europa i dati sulla crescita del PIL nel primo trimestre.

Intanto la settimana scorsa ha diffuso i dati la multinazionale globale delle bollicine analcoliche Coca-Cola evidenziando una ripresa alla normalità che va di pari passo con l’incremento delle vaccinazioni.

I risultati pubblicati hanno mostrato che le tendenze dei volumi migliorano costantemente ogni mese del primo trimestre. A marzo, il volume era tornato ai livelli visti l’ultima volta nel 2019 con una crescita del 6% nel primo trimestre 2021 dopo un 2020 chiuso con un -11% appesantito dalla chiusura di ristoranti, bar, cinema e altri luoghi come parchi a tema o stadi che normalmente rappresentano circa la metà dei ricavi annuali di Coca-Cola.

Il 2021 è partito comunque bene per società come Coca e Pepsi grazie al recupero nei consumi negli Stati Uniti e, nel caso di Pepsi, dal boom di vendite delle tortilla chips Doritos consumate in grande quantità dagli americani a casa durante il confinamento, mentre noi italiani, invece, preparavamo torte e pizze.

Chi ha festeggiato una trimestrale super è stata settimana scorsa la svizzera Nestlé che ha impressionato tutti gli analisti, incrementando il fatturato del 7,7% annuo. Più del doppio delle stime e un dato così non lo si vedeva da 20 anni!

Molto bene Asia e America Latina, mentre fra i comparti che hanno fatto faville ci sono le cialde Nespresso (un pazzesco +17%), ma corrono anche le vendite di mangimi per animali (Purina) come le vendite di integratori alimentari (+10%). Un settore quello degli integratori alimentari che lo scorso anno ha fatto boom in tutto il mondo (complice la pandemia che ha spinto molti consumatori a rafforzare le difese immunitarie e non solo ricorrendo agli integratori) ed è di queste ore la notizia che la stessa Nestlè potrebbe allargarsi in questo settore con l’acquisizione del produttore di vitamine The Bountiful Company.

Per le società collegate alla produzione e vendita di cibo e bevande l’ultimo anno non è stato proprio facilissimo e a livello europeo l’indice Stoxx Food & Beverage è nelle ultime posizioni come salita. Meno del 14% contro il più 36 % dell’indice azionario europeo.

 

 

Peggio in Europa ha fatto solo il settore farmaceutico (-4%) e c’è quasi da sorridere a vedere le performance di alcune società specializzate in integratori alimentari come l’olandese DSM che lo scorso anno ha fatto +50%. Una società che a inizio ‘900 gestiva le miniere di stato olandesi (DSM significa infatti Dutch State Mines) di carbone e che è riuscita a convertirsi in modo spettacolare nei settori salute, nutrizione e vita sostenibile arrivando a fatturare quasi 10 miliardi di euro.

Il food & beverage tradizionale viene considerato un settore sicuro e al di fuori degli scossoni, ma la pandemia e il confinamento hanno sovvertito qualsiasi pronostico e nel punto peggiore questo settore è stato dopo quello dei viaggi e del turismo fra quelli che ha perso più quota.

Alcuni consumi sono crollati, poiché la chiusura forzata di bar, ristoranti, birrerie ed eventi ha fatto crollare per alcuni mesi la domanda di birra, champagne, prosecco, super alcolici o bibite gasate.

Nello stesso settore alimentare ci sono stati dei vincitori come dimostra La Doria, società salernitana fra i primi produttori europei di legumi conservati, di pelati e polpa di pomodoro e sughi pronti. La pandemia ha aumentato le vendite di tutti questi prodotti e in particolare dei sughi e dei pelati. Il coronavirus ha colpito molto il settore delle birre riducendo il consumo globale di birra del 10% seppure il più grande produttore di birra del mondo, Anheuser-Busch InBev (Budweiser, Stella Artois, Corona, Becks fra i marchi principali) ha riportato un calo delle vendite del 2020 inferiore al previsto (-3,7%) e ha affermato di aspettarsi numeri ora “significativamente” migliori quest’anno.

 

Bevande quotate a confronto

 

I volumi di bevande sono diminuiti in tutte le regioni del mondo nel 2020 ad eccezione del Sud America, con l’Europa e l’Asia particolarmente colpite.

Mentre milioni di consumatori impastavano pane e pizza (favorendo società come La Doria) altri trovavano rifugio dalla noia del lockdown nella tequila (indispensabile se volete concedervi un Margarita, il mio cocktail preferito insieme all’Americano) a vedere le vendite di Diageo, multinazionale inglese specializzata in birra, whisky e distillati con vendite balzate dell’80% nel secondo semestre 2020.

Le abitudini di consumo degli Stati Uniti hanno aiutato visto che lì 4 bevande alcoliche su 5 vengono bevute a casa piuttosto che nei bar e nei ristoranti.

L’italiana Campari ha visto gli utili quasi dimezzati nel 2020 con un calo consistente delle vendite (-17,4) scontando il peso predominante, pari a circa il 70% dei ricavi pre-Covid, del consumo negli esercizi commerciali.

Anche per questo motivo molte società ora puntano sull’online e sulla vendita diretta e la gallina dalle uova d’oro (o arancioni) di Campari resta l’Aperol Spritz che ha registrato anche nel 2020 una crescita a doppia cifra grazie al consumo casalingo ed è diventato uno degli aperitivi più venduti al mondo grazia alla bassa gradazione alcolica e il bel colore.

Le attuali quotazioni di Campari che equivalgono a una capitalizzazione di oltre 11,6 miliardi di euro scontano d’altra parte un’invasione mondiale dello Spritz.

Oggi solo l’Aperol vale quasi il 20% delle vendite di Campari e questo marchio è cresciuto di oltre il 15% all’anno negli ultimi 10 anni ovvero 3 volte di più rispetto alla crescita organica del gruppo (che possiede in portafoglio brand come Sky Vodka, Grand Marnier, Wild Turkey, Espolon, Glen Grant, Bisquit, Bulldog).

Anno molto negativo naturalmente per lo champagne con circa 100 milioni di bottiglie invendute dall’inizio del 2020, vale a dire un terzo del volume venduto lo scorso anno ma il 2021 è partito molto bene a vedere i risultati della divisione Moët Hennessy (Dom Pérignon, Krug, Veuve Clicquot, Moet & Chandon) con vendite del + 22% nel primo trimestre.

Anche in questo settore di fatto esiste una Superlega dei produttori più blasonati e non sono da escludere operazioni di fusione e acquisizione e quest’anno il recupero del settore è affidato nel breve al mercato inglese (lo Champagne Lanson è particolarmente rinomato in Inghilterra dove detiene il mandato reale assegnato dalla regina Vittoria anche se gli inglesi stanno provando da qualche tempo a produrre un simil champagne “made in England”) che ne è fra i più grandi consumatori dopo la Francia.

Un fattore comune presente esaminando comunque i bilanci delle società che producono e distribuiscono champagne e questo sta accadendo in molti settori vista la tendenza dei consumatori ad acquistare prodotti molto più cari rispetto al passato e questo ha consentito la relativa tenuta del fatturato a fronte del calo dei volumi a vedere i conti di Laurent Perrier, Lanson o Vranken Pommery.

Se a questo punto vi è venuta voglia di festeggiare l’allentamento del confinamento proprio con un bel bicchiere di champagne (anche se molti brut italiani come quelli dell’Alta Langa o Franciacorta non hanno nulla da invidiare come dell’Oltrepò pavese) se avete vinto alla lotteria lo champagne n. 1 al mondo (e naturalmente il più caro) è quello di Salom, una piccola maison di champagne acquisita da Laurent Perrier alcuni anni fa.

Viene prodotto solo nelle annate migliori dove tutto è perfetto e nell’ultimo secolo mediamente una volta ogni 3 anni e una bottiglia da 0,75 la trovate a partire dalla “modica cifra” (si fa per dire!) di 750 euro.

Chi l’ha bevuto dice che “le bollicine danzano nel palato come ballerine in punta di piedi”.

Per ora personalmente mi accontento di provare questa sensazione con la Citrosodina anche se Napoleone Bonaparte sul tema aveva le idee chiare e non era uno stupido: “Non posso vivere senza lo champagne, in caso di vittoria lo merito; in caso di sconfitta, ne ho bisogno”.