CAPITALI IN SVIZZERA: GENTE CHE VA, GENTE CHE VIENE (II parte)

«In Italia per trenta anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos’hanno prodotto? L’orologio a cucù».

Vi ricordate questa battuta del film “Il terzo uomo” ambientato in una Vienna devastata dalla II guerra mondiale e divisa in quattro zone di occupazione dove pure Orson Welles recita uno splendido cameo?

Era il 1949 quando fu girato questo film che è diventato un classico dei film di spionaggio ma da allora la Svizzera ha fatto diversi passi in avanti rispetto a quella battuta se secondo l’ultimo studio della società di consulenza Booz & Company le banche svizzere amministrano denaro appartenente a clienti stranieri per 2050 miliardi (in bianco, in nero e in tutte le sfumature del grigio).

Come dire che tutto l’importo del debito pubblico italiano potrebbe essere ripianato utilizzando solo il denaro custodito nelle banche svizzere dai clienti stranieri (in altri tempi si sarebbe forse risolto così il problema del debito pubblico italiano…).

Il settore finanziario riveste, infatti, un’importanza notevole per l’economia svizzera (ma meno di quello che si pensa), contribuendo per oltre l’11% alla creazione del valore dell’economia elvetica maneggiando circa il 10% del patrimonio globale gestito nel mondo. Solo le banche degli Stati Uniti e quelle del Regno Unito fanno meglio ma per quanto riguarda la gestione transfrontaliera di patrimoni di clienti privati la Svizzera è addirittura il primo attore mondiale con oltre 2000 miliardi in gestione.

Il segreto di questa capacità di attrazione degli “gnomi” svizzeri ha diverse ragioni e oltre a una storia secolare di non belligeranza vi è sicuramente da ascrivere un sistema fiscale efficiente, veloce dove la burocrazia non è a livelli italiani e ha contribuito a far diventare questa economia fra le più competitive del mondo (con una quota rilevante dell’export) nonostante l’assenza di risorse minerarie e la superficie limitata. Senza considerare che il contribuente svizzero si fida “giustamente” del proprio Stato e con questi, a differenza di quello italiano, vi è generalmente un rapporto di reciproca lealtà.

Il mercato interno relativamente modesto (con una popolazione che è inferiore agli 8 milioni di abitanti per una superficie come quella della Lombardia) ha spinto i produttori svizzeri a rivolgersi oltre confine per assicurare il rendimento degli investimenti effettuati in ricerca e sviluppo: in alcuni settori, più del 90% dei beni e dei servizi prodotti viene esportato.

Orologi, cioccolato e i formaggi sono i prodotti più conosciuti ma l’ingegneria meccanica ed elettrica insieme procurano più della metà degli introiti derivati dalle esportazioni con la Nestlè, il più importante gruppo alimentare del mondo, che rappresenta l’azienda più importante.

I principali partner commerciali della Svizzera sono i paesi dell’Unione Europea. Soprattutto la Germania, seguita da Italia, Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito. Nel 2009 il 59.7% delle esportazioni era destinato a paesi dell’UE, mentre da quest’ultimi proveniva il 78% delle importazioni. E tutto ciò nonostante gli svizzeri abbiano ripetutamente rifiutato l’adesione all’Unione Europea.

SWISS APPEAL?

Parliamo di questi aspetti in parte macroeconomici prima di passare al lato operativo perché evidentemente l’appeal di un Paese come la Svizzera va ricondotto alla competitività e capacità di attrazione di un Paese rispetto all’altro. La fiaba della cicala e della formica applicata alle nazioni. Gli Stati e le economie in salute, ben gestite e competitive creano ricchezza e attirano sempre più soldi (con l’eccezione degli Stati Uniti che stampano carta moneta in continuazione e sono riusciti fino a oggi a inondare il mondo di carta) mentre le nazioni mal gestite, con bilanci appesantiti da spese e sprechi, poco competitive e corrotte bruciano ricchezza subiscono spesso una fuga di capitali (o un indebolimento valutario) a favore delle nazioni considerate più “sane” e più competitive. E’ il Mercato, bellezza.

Non c’è quindi molto da stupirsi se i flussi dall’Italia verso la Svizzera hanno ripreso negli ultimi mesi a crescere in modo esponenziale. Secondi gli ultimi dati della Banca d’Italia ma anche della Bce si sta assistendo a un crescente e importante movimento di deflusso dai conti correnti delle banche dell’Unione Europea. Deflussi che potrebbe aumentare se, sostengono alcuni fiscalisti e consulenti dei Paperoni, che come indicato dal nuovo decreto Monti, lo Stato Italiano deciderà di applicare una tassazione ulteriore sui capitali scudati, venendo meno alla “parola data” in occasione dello scudo fiscale: imposta liberatoria pari al 5% (6%-7%) in cambio della riemersione.

“Ed è risibile il fare riferimento all’eccezionalità del momento( è chiaramente un favore a certa parte politica in cambio del consenso su altri provvedimenti, in sede di conversione in legge) – ci viene spiegato da un noto fiscalista del settore – visto l’esiguo ammontare che si potrebbe ottenere , peraltro messo in discussione dalla concreta applicazione della norma”.

In prima fila nella corsa agli sportelli evidentemente, le banche greche che solo da inizio anno hanno visto i depositi calare di oltre il 10% e sono ai minimi di quasi 5 anni ma la tendenza è purtroppo sempre più europea (seppure non certo in termini così roboanti) e anche italiana con un crescente richiesta di cash da parte dei risparmiatori che sta mettendo a dura prova i nervi di molti responsabili tesoreria di importanti banche se si considera che solo a giugno (fonte Bankitalia), prima dell’acuirsi della crisi, gli italiani avevano spostato dalle banche italiane (in cash o depositi verso l’estero) 23, 4 miliardi di euro.

SE SALE L’ALTA MAREA...

Portare i soldi o investire all’estero è “alto tradimento” come ha accusato Giuseppe Mussari, presidente dell’Abi e di Mps, qualche giorno fa dal salotto di “Porta a Porta”?
Noi non crediamo, visto che la libertà di circolazione dei capitali esiste e purchè si esportino legalmente questa opzione non ci scandalizza affatto (sono ben altre le cose che ci scandalizzano anche, per esempio, nella gestione di una banca come Monte Paschi di Siena come abbiamo più volte scritto) dato che di fatto non vi è alcuna differenza dal punto di vista dei flussi nell’acquistare in Italia un fondo (italiano o lussemburghese) che investe sui titoli azionari o obbligazionari stranieri ed esportare legalmente i propri soldi all’estero.

Se questa mossa sia sensata e corretta dipende quindi dalla sensibilità di ciascun investitore verso uno scenario “quasi apocalittico” dell’Italia e del sistema bancario italiano e dall’idea di voler delocalizzare lì (o in un altro Paese oltralpe ritenuto più “sicuro”) parte del proprio patrimonio in un paese ritenuto più “sicuro”.

Ma se arriva veramente l’Apocalisse e collassa l’Italia, l’euro e perfino il sistema bancario europeo, quanto può essere una buona forma di “protezione” avere i soldi in Svizzera visto che anche in quell’economia il sistema bancario ha un peso importante”?

 

Questa obiezione ha certo un fondamento se si pensa a una vera Apocalisse Finale da cui non ci salverebbe nemmeno con l’arca di Noè se il livello dell’acqua sale all’infinito; esistono però anche scenari intermedi e in questo caso (augurandoci che non si verifichi nemmeno il meno peggiore) risulta evidente secondo noi che non tutte le banche e/o Paesi sovrani sono uguali ed esistono alcuni a un gradino più basso e altri a un gradino più alto.

O per dirla con Warren Buffett “quando la marea scende si vede chi nuota nudo” (citazione a cui devo il meritato credit all’amico Massimiliano Malandra, responsabile dell’ufficio studi del settimanale Borsa & Finanza).

CONSULENZA ERGA OMNES E AD PERSONAM
Ma cosa bisogna sapere se si vuole prendere in considerazione questa possibilità? Come funziona la normativa sui capitali all’estero e cosa bisogna sapere? In queste settimane abbiamo ricevuto diverse domande sul tema e ci sembra quindi giusto fornire un quadro, ribadendo come abbiamo fatto al telefono in questi giorni che la normativa sulla consulenza Mifid non ci permette come portafogli self-service di fornire alcun tipo di consulenza personalizzata agli investitori che ci interrogano sul tema e che solo un consulente finanziario indipendente (come Roberta Rossi fa all’interno dell’attività SoldiExpert SCF ed è abilitata a fare) può farlo e dare consigli personalizzati all’interno di un rapporto contrattuale, potendo fornire naturalmente su questo tema la più ampia consulenza.

COSA È CONSENTITO E COSA È VIETATO.. TUTTO QUELLO D’IMPORTANTE CHE OCCORRE SAPERE…

Portare i soldi all’estero è consentito ma con alcune importanti regole….

Se si sta sotto la quota di 10.000 euro all’anno è possibile effettuare movimenti sia a mezzo contanti che con bonifico bancario senza alcuna necessità di segnalazione.

Se si supera questa somma e si trasferiscono per esempio dei soldi su una banca svizzera o in un altro Paese estero occorre rispettare (pena pesantissime sanzioni come in parte abbiamo trattato nell’articolo precedente e che possono arrivare a confiscare tutta la cifra illegalmente esportata) delle importanti regole.

Quali? “Le somme esportate vanno, infatti, dichiarate annualmente nel Modello Unico nel quadro RW, indicando anche gli eventuali proventi che ne sono derivati – ricorda Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e pianificazione patrimoniale – In particolare in base alla normativa vigente vanno indicati nel quadro RW del Modello Unico gli investimenti all’estero e le attività estere di natura finanziaria attraverso cui possono essere conseguiti redditi di fonte estera imponibili in Italia se l’ammontare complessivo di tali investimenti ed attività, al termine del periodo d’imposta, risulta superiore a €10.000”.

E tale obbligo sussiste anche se nel corso dell’anno non siano intervenute movimentazioni. Inoltre vanno indicati anche i trasferimenti da, verso e sull’estero che nel corso dell’anno hanno interessato i suddetti investimenti e le attività, se l’ammontare complessivo dei movimenti effettuati nel corso dell’anno, computato tenendo conto anche dei disinvestimenti, sia stato superiore a €10.000 e tutti i redditi prodotti”.

“La finalità della compilazione è quella di assicurare un monitoraggio fiscale dei movimenti finanziari con l’estero, ovvero del possesso all’estero e/o dei trasferimenti da e per l’estero didenaro, titoli e valori mobiliari – osserva Roberto Lenzi”

Ma che tasse si pagano sui capitali trasferiti all’estero? “Se le cose sono fatte nel rispetto della normativa aver un conto corrente o un deposito titoli in Italia o in un Paese come la Svizzera non cambia nulla; ovvero si pagheranno (in Italia) per la posizione detenuta in Svizzera le stesse imposte che si pagherebbero se la posizione finanziaria fosse in Italia” spiega Lenzi.

“Naturalmente, se la Svizzera dovesse applicare delle imposte (ad esempio, su un c/c in franchi o su titoli Svizzeri), il contribuente italiano potrà fare ricorso ai trattati contro le doppie imposizioni per recuperare, secondo quanto indicato dal trattato, la maggior imposta pagata”.

Se si è residenti fiscali in Italia se i soldi fruttano qualcosa in termini di interessi, cedole, dividendi, capital gain occorrerà, infatti, dichiarare questi redditi sul modello Unico e pagarci esattamente le stesse imposte che si pagherebbero in Italia quindi il 20% (dal 1° gennaio 2012) di tassazione a titolo di imposta definitiva su quasi tutti i guadagni percepiti.

L’imposta del 35% (la cosiddetta euroritenuta) applicata in Svizzera o in altri “paradisi” bancari viene applicata (per ora, solamente a persone fisiche e sulla voce “interessi”) solamente a quei contribuenti non-residenti che non vogliono dichiarare in madrepatria il proprio rapporto bancario e quindi hanno esportato non regolarmente i capitali, tenendoli nascosti al Fisco italiano.

Nel caso si scelga, invece, un rapporto alla luce del sole questa imposizione non esiste. Va detto che il gettito di questa “euro ritenuta” si è dimostrato molto basso perché molti investitori stranieri con la complicità delle banche straniere provvedono a dribblare questa tassazione, vuoi per il fatto di ricorrere a forme di investimento non produttive di interessi ovvero intestando il proprio patrimonio a veicoli societari anche domiciliati in paradisi fiscali (per esempio, tramite una società “panamense”). Ma sono sempre più numerose le spinte a livello europeo per modificare l’attuale normativa piena di “buchi” (è proprio il caso di dirlo), tenendo conto dell’effettivo beneficiario del conto oltre che arrivare a una lotta a un livello più elevato nei confronti dell’evasione dei capitali a livello internazionale.

In questo senso -sottolinea Lenzi – la Commissione Europea (a cui sono seguiti gli emendamenti del Parlamento europeo) ha già proposto una revisione del meccanismo dell’Euroritenuta. Tale da ampliare la base di prelievo attraendo da un lato anche tutte quelle categorie di strumenti e prodotti finanziari di fatto equiparabili a forme di investimento produttive di redditi (comprese le polizze vita con rischio biometrico inferiore al 10%); dall’altro lato applicando il prelievo anche ai redditi generati a favore di persone giuridiche il cui avente diritto economico sia un contribuente UE”.

PATRIMONIALE, QUANDO ARRIVA ARRIVA.. E SE IL CONTO E’ REGOLARMENTE DICHIARATO NON SI DOVREBBE SCAPPARE DALLA “STRETTA”

Chi fa le cose per bene in piena trasparenza verso il Fisco italiano naturalmente delocalizzando parte dei propri risparmi non schiva un’eventuale tassa “patrimoniale” nel caso fosse varata nel futuro dato che di fatto avere un conto presso una banca all’estero per un contribuente significa avere gli stessi obblighi verso il Fisco salvo che quando si dovesse scrivere un’eventuale norma in questo campo gli estensori del provvedimento ci si dimenticassero o escludessero questi patrimoni.

L’alternativa illegale per nascondersi al Fisco sarebbe quello di avere un conto non dichiarato con soldi trasferiti all’estero alla chetichella ma questa opzione come più volte abbiamo espresso in questi anni (consigliando nel passato anche di aderire senza esitazioni allo Scudo Fiscale) ci sembra oltre che immorale (per quanto comprendiamo che pagare le tasse a governanti e politici che li sprecano non è una bella cosa) anche molto rischiosa come abbiamo ribadito nell’articolo precedente e quindi altamente sconsigliabile.

Chi delocalizza parte del proprio patrimonio all’estero deve però anche sapere che dal punto di vista fiscale la gestione della posizione è sicuramente meno “easy” di quella di affidarsi a un intermediario italiano.

E’ infatti importante non sbagliare o omettere nulla nella dichiarazione dei redditi (le sanzioni previste sono molto salate e sinteticamente riassumibili nei casi di mancata o incompleta compilazione del quadro RW di una sanzione dal 10% al 50% degli importi non dichiarati e la confisca dei beni per un valore pari a quello non dichiarato), indicando quindi analiticamente i capitali trasferiti, detenuti e tutti i guadagni maturati.

Vi è infatti da tener conto che l’operatore estero non può operare come sostituto d’imposta come accade con una banca o sim italiana attraverso il cosiddetto regime del risparmio amministrato. E dovrà essere quindi il contribuente a indicare (tramite magari l’ausilio del proprio commercialista) tutte queste operazioni nel modello unico che si compila ogni anno a maggio/giugno tramite il foglio riepilogativo che la propria banca straniera gli fornirà ogni anno.

Può un contribuente togliersi questo “impiccio” ? Fino a oggi per delegare questo compito un risparmiatore poteva affidarsi a una fiduciaria che opera a tutti gli effetti come un sostituto d’imposta. Tramite una società fiduciaria e la sottoscrizione di un mandato fiduciario si salta, infatti, l’obbligo di dover dichiarare nel proprio Modello Unico i trasferimenti e i guadagni poiché è la fiduciaria che opera come sostituto ed è questa nei confronti del Fisco a fornire tutti i dati sugli investimenti fatti all’estero come garantire la trasparenza sui nominativi dei contribuenti fiducianti”.

I “contro” di operare tramite una fiduciaria naturalmente esistono anche. In termini di costi perché una fiduciaria non svolge (giustamente) questo servizio gratuitamente e perché diventa un’interfaccia in certi casi ingombrante per alcuni investitori. I rapporti fra la banca e il cliente (compresa l’apertura del conto) passano tutti tramite la fiduciaria che naturalmente per questo servizio si fa pagare, aggiungendo un ricarico (più o meno elevato) a quasi tutte le operazioni, ponendo di fatto un freno all’operatività nel caso soprattutto si tratti di una fiduciaria “statica”. Peraltro non tutte le banche svizzere accettano di aprire conti tramite fiduciaria.

un’illustrazione d’epoca della Swiss Federal Bank

E non tutte le banche svizzere come quelle italiane sono uguali in termini di costi, solidità e operatività possibile come abbiamo rilevato in un’analisi realizzata per alcuni clienti di SoldiExpert SCF e si ricorda cosa è accaduto in tempi relativamente recenti a colossi come UBS salvate dal crac dalla Banca Nazionale Svizzera in zona Cesarini…

“Una recente risoluzione (61/E del 31 maggio 2011) della Agenzie delle Entrate presa in seguito a un interpello promosso da una fiduciaria italiana apre lo spiraglio, però, per un nuovo rapporto possibile con le fiduciarie – rivela Roberto Lenzi – che potrebbe essere quello di affidare a queste in “outsourcing” la gestione di tutti i rapporti col Fisco riguardo gli investimenti detenuti all’estero tramite il conferimento di un mandato di amministrazione”.

Il vantaggio per il contribuente italiano potrebbe essere quello di mantenere così la piena titolarità del conto e la piena ed esclusiva gestione dei rapporti senza firmare nessuna delega a una fiduciaria. Inoltre nel proprio modello unico il contribuente non dovrebbe più dichiarare alcunché perché sarà la fiduciaria a gestire tutti i rapporti e le comunicazioni col fisco. Il cliente persona fisica viene così esonerato dalla compilazione del quadro RW e in generale dagli obblighi di monitoraggio valutario e fiscale che verranno espletati dalla fiduciaria. Inoltre, affidando questo mandato di amministrazione a una fiduciaria il risparmiatore italiano potrà anche ottenere una certa ottimizzazione della propria posizione fiscale, potendo far compensare tutti i rapporti (guadagni e perdite) sia dei conti titoli esteri che di quelli italiani, ottenendo una reale compensabilità fiscale ovvero una vera e propria sorta di consolidato fiscale.

Parliamo con il condizionale di questa importante novità poco conosciuta a molti risparmiatori perché abbiamo interpellato la fiduciaria Argos (che aveva proprio presentato all’Agenzia delle Entrate questo interpello) che ci ha confermato il senso di questa risoluzione ma ci ha anche chiarito che da parte loro sono in attesa di un ulteriore parere risolutivo dell’Agenzia delle Entrate (si spera nell’arco delle prossime settimane) su alcuni punti per consentire questa importante semplificazione che faciliterebbe sicuramente l’apertura e gestione di depositi esteri da parte dei contribuenti italiani (delegando a un soggetto terzo tutta la parte relativa alla gestione delle dichiarazioni investimenti sia riguardo i trasferimenti verso estero, che consistenze, guadagni e minusvalenze sia italiani che esteri) poiché come è scritta ora questa risoluzione di fatto costringe alla fine comunque il cliente (se si vogliano fare le cose per bene) ad aprire il conto con la fiduciaria come avveniva nel passato e non direttamente con la banca.

Staremo a vedere e vi terremo informati appena ci saranno novità su questo punto anche su questo aspetto.

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