IL CASO BIOTECH E QUEI TEMI AZIONARI DESTINATI SOLO A SALIRE

Quando fai il mestiere di consulente finanziario indipendente o ti occupi comunque di Borsa ogni tot mesi ti accade. Di ricevere mail di risparmiatori estremamente negative o positive sui destini del mercato e che ti chiedono un parere come se stessero consultando un astrologo. Risposta secca: sale o scende ? C’è il crollo dietro l’angolo o un rialzo infinito? E ti sottopongono report , ricerche o mail “riservate” dove c’è sempre qualche guru che sostiene con incrollabile certezza qualsiasi tesi e antitesi. Quelli che vedono solo nero. Quelli che vedono solo rosa.

Il risparmiatore che mi ha scritto a inizio agosto in particolare aveva ricevuto una dritta di investire su una società del biotecnologico quotata al Nasdaq e più in generale mi sottoponeva un’idea di portafoglio quasi tutto concentrato su titoli farmaceutici o biotecnologici tramite fondi o ETF.

Una scelta sulle prospettive future positive di queste società ma soprattutto fatta in base alle performance passate poiché negli ultimi 2 o 3 anni questi settori sono fra quelli che maggiormente sono saliti sui mercati.

L’indice Nasdaq Composite in azzurro in confronto con il Biotech Index (NBI)
L’indice Nasdaq Composite in azzurro in confronto con il Biotech Index (NBI)

Ha senso concentrare tutto il proprio portafoglio su pochissimi temi? E su un settore cresciuto moltissimo negli ultimi anni e con valutazioni magari non proprio regalate? Si può investire su settore da dimenticare poi in portafoglio perché poi “comunque vada sarà un successo”?

Proprio mentre a inizio agosto ricevevo questa mail il sistema di monitoraggio che la mia società ha sviluppato sui mercati mi segnalava peraltro un crescente affaticamento di questo settore. Che continuava a essere fra i migliori dall’inizio anno in termini di forza relativa ma iniziando a perdere quasi inevitabilmente quella forza propulsiva che ne aveva caratterizzato da moltissimi trimestri il comportamento.

Un possibile campanello d’allarme segnalato dalla performance relativa che se confrontata su periodi più brevi rispetto a quello a 6 o 12 mesi evidenziava come il settore healthcare e anche il più aggressivo biotech stavano dando possibili di semaforo giallo. Confermato dal punto di visto dell’analisi quantitativa e tecnica dalla divergenza ribassista di alcuni indicatori. Ma soprattutto fuori dall’analisi quantitativa come mi confermava l’email forse di questo risparmiatore (e non l’unica vedendo i report positivi sul settore) da una vecchia legge di Borsa conosciuta come la Kennedy’s rule.

E’ famoso l’aneddoto sul patriarca Kennedy e del lustrascarpe: Joseph Kennedy dopo una mattinata di affari in Borsa, mentre andava a casa si fermò da un lustrascarpe. Quando stava per lasciargli la mancia, questo gli disse: «Lasci perdere, signor Kennedy, ho appena guadagnato 30 dollari sulle Standard Oil». Kennedy, sentito questo, ritornò in Borsa e vendette tutto. Così la leggenda racconta che si salvò dal crac di Wall Street del 1929.

ishare nasdaq biotech
Nel 2000 con la new economy accadde qualcosa di molto simile in tutto il mondo e anche nella primavera 1986 poteva capitare che risparmiatori che mai avevano comprato un’azione scoprissero il Mibtel pensando perfino di smettere di andare a lavorare pur di speculare con profitto col borsino.

Tutta questa premessa per raccontare la mia posizione di scetticismo più totale verso i risparmiatori che s’innamorano perdutamente di un tema d’investimento e credono di aver risolto il “problema” di investire selezionando dei macro temi da avere in portafoglio perché “sicuri”.

Magari fosse così semplice l’arte di investire!

Sappiamo peraltro come in questo settore c’è una parte dell’industria finanziaria che si occupa a pieno ritmo di alimentare questa illusione collettiva grazie a un marketing martellante e a una pressione mediatica che dispone di risorse quasi infinite. E che trova dall’altra parte una massa di risparmiatori che in molti casi vuole credere ancora alle favole e ai guadagni ottenibili con formule quasi sicure e tranquille e non comprende che sui mercati finanziari sempre più correlati se la complessità aumenta chi offre prodotti o soluzioni semplici forse non sta dicendo tutta la storia. O è in forte conflitto d’interesse.

Compra i fondi con cedola, quelli specializzati società con alti dividendi oppure quelli specializzati nella salute o nella biotecnologia o nelle ultime tecnologie che ancora nessuno ha inventato. Ma del futuro! La grancassa mediatica funziona sempre a pieno regime e c’è sempre un sogno di investimento sicuro o quasi sicuro da vendere. Qualche anno fa furono promossi in grande stile sul mercato certificati o Etf pure sulle Terre Rare. Già dal nome a molti risparmiatori veniva l’acquolina alla bocca sulla bontà dell’affare. O almeno così veniva fatto passare il concetto.

Investire su poche società quotate nel mondo che producono alcuni elementi chimici utilizzati nella costruzione di dispositivi tecnologici di ultima generazione. Elementi che si trovano sul pianeta in quantità limitatissime.

Peccato che l’effetto rarità si deve essere volatilizzato dopo che al grande pubblico dei risparmiatori è stata proposta questa diversificazione perché negli ultimi anni questo settore ha subito uno dei più grandi crolli della storia borsistica: -95%.

Lo stesso settore visto da SeekingAlpha da 2 prospettive completamente diverse….

Il settore biotech naturalmente nulla ha a che fare con quelle delle Terre Rare ed è un settore sicuramente di tutt’altro spessore e interesse.

Ma a quel risparmiatore che vedeva solo le prospettive di rialzo cercavo di far capire come ogni buon consulente finanziario deve fare che le performance passate sono importanti ma non l’unico criterio per valutare la bontà dell’investimento. Ci vuole anche una strategia se le cose si mettono male: un piano B.
Ogni consulente finanziario indipendente o società del settore che segue un approccio soprattutto quantitativo sa che nessun settore, tema o fondo d’investimento può essere da tenere in portafoglio forever e a qualsiasi condizione. Le cose possono cambiare.

E se si dovesse credere a tutti i report dove viene scritto che quello è il settore del futuro vivremmo probabilmente già tutti su Marte o sulla Luna. I prezzi passati sono importanti ma tanto salgono le valutazioni tanto più quando s’inverte il mercato si rischia l’effetto opposto. La regressione verso la media. Un concetto statistico bastardo che praticamente si può esprimere senza fare ricorso a disquisizioni dotte che spiega che quello che è salito moltissimo se scende potrebbe scendere moltissimo e riportarsi verso la media. E viceversa.

A luglio 2015 un interessante studio pubblicato sul sito SeekingAlpha.com dimostrata che il settore biotech esprimeva a Wall Street un price/earning sui 12 mesi precedenti superiore quasi a 100 volte gli utili, analizzando a fondo un Etf fra più diffusi negli Stati Uniti (ticker IBB) e valutando l’aggregato di tutte le capitalizzazione e degli utili di tutte le società all’interno del paniere. Non proprio un segno di sottovalutazione considerando poi che la maggior parte degli utili viene realizzata solo dal 32% delle società del settore.

E’ vero che queste società scontano delle prospettive di crescita degli utili significative (tassi di crescita degli utili previsti per i prossimi anni intorno al +20%) ma quando un settore inizia a essere valutato con questi multipli il rischio di essere in presenza di una bolla è molto alto. E soprattutto se sul mercato interviene qualche “incidente” e un fattore negativo anche banale a disturbarne la festa il rischio di vedere aumentare la volatilità in senso negativo aumenta sempre più.

Non proprio un settore dove impiegare una parte consistente del proprio patrimonio come l’idea che frullava a questo risparmiatore disposto quasi a giocarci la camicia su questo settore e tentare l’”all in” come fanno i professionisti del poker che giocano tutti i soldi in una singola partita.
Quasi contemporaneamente sempre sullo stesso sito un analista finanziario con idee completamente differenti consigliava invece di investire nel settore biotech quasi a piene mani, con un titolo senza dubbi: “I Want To Buy Biotech Stocks In This Market”. Dove spiegava quanto era sexy investire in questo settore fra i più forti sul mercato e in particolare su una società quotata al Nasdaq, Halozyme Therapeutics (ticker Halo), dalle fantastiche prospettive e con un management e dei prodotti in “pipeline” eccezionali. Tanto da poter passare dai 25 dollari attuali ai 60 dollari indicati come “target price” nell’articolo in poco tempo grazie alla “confidence in management, continued positive insider/institutional activity, exceptional technology”.

Mentre scrivo pochi mesi dopo questa società ha quasi dimezzato le quotazioni e a inizio ottobre vale circa 13 dollari rispetto ai 25 dollari di inizio agosto.

Non mi posso definire certo un grande esperto di biotech e giudicare nel dettaglio le prospettive di questa società (che mi auguro potrà risollevarsi) ma quanto accaduto non mi ha molto stupito e spero che quel risparmiatore che voleva riempirsi a inizio agosto di questo titolo e di fondi ed Etf perché “tutti dicono che il biotech è il settore del futuro” si sia lasciato convincere dal buonsenso. Un conto è investire una quota del proprio patrimonio su un tema d’investimento o un comparto, un altro è focalizzarsi su un unico settore.

Un conto è fare una scelta opportunista avendo già stabilito un piano B nel caso le cose non vadano nel modo sperato (ragione per cui prediligo un approccio flessibile e non credo nelle “torte” rigide), un altro è fare delle scelte secche e legarsi ad esse accada quel che accada.

Nel caso dei titoli del biotech a far scatenare un piccolo inferno più che il crollo arrivato ad agosto dalla Cina un tweet di 21 parole della candidata alla presidenza degli Stati Uniti, Hillary Clinton: “La frode sui prezzi dei medicinali è oltraggiosa. Domani esporrò un piano per affrontare il problema”.

La classica piccola palla di neve che diventa una valanga.

Che si è scatenata quasi immediatamente a metà settembre sul settore del big pharma per effetto delle fortissime e comprensibile polemiche sui giornali e media dopo che un’azienda del settore aveva alzato di prezzo da 13,5 dollari a 750 dollari il prezzo di una pastiglia di un medicinale (Daraprim) sul mercato da ben 62 anni utilizzato nei casi più gravi di toxoplasmosi ma anche per la cura della malaria e di pazienti con sistemi immunitari compromessi per HIV e cancro.

Un caso che ha riportato negli Stati Uniti l’attenzione sul costo della sanità con spinte crescenti da parte dell’opinione pubblica e dei politici democratici di cercare di mettere un tetto al prezzo dei farmaci e al costo delle cure mediche.

Un dibattito che sta andando avanti da diversi mesi e che vede naturalmente la potentissima lobby del big pharma impegnatissima a difendere la più assoluta deregolamentation giustificata come terreno ideale per sviluppare l’innovazione e la ricerca. E che ha visto circa un anno fa il numero 1 delle più importanti aziende del settore Gilead Sciences (ticker GILD) chiamato dal Congresso Usa a giustificare la politica dei prezzi della sua azienda come è avvenuto con un altro big del settore come Valeant Pharmaceuticals International (VDX).

Mettere un tetto ai prezzi in questo settore vorrebbe mettere di fatto un tetto anche ai profitti e la volatilità che su questo settore ha iniziato a diventare sempre più elevata da qui alle elezioni presidenziali Usa del novembre 2016 potrebbe quindi caratterizzare anche questo settore che negli scorsi trimestri è stato caratterizzato da un andamento fortemente rialzista quasi regolare.

Un investimento quindi magari interessante ma non proprio tranquillo.
La “pillola” dell’investimento sicuro e tranquillo non è stata ancora inventata.

(il testo di questo articolo è stato pubblicato anche sulla rivista INVESTORS’) 

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