CLESSIDRA SI VENDE L’ANIMA. E GLI AZIONISTI MPS E BPM SI MANGIANO UN PO’ IL FEGATO

Ultimi giorni (l’ipo termina il 10 aprile)  per il collocamento a Piazza Affari delle azioni di Anima Holding.

Un collocamento in un settore effervescente in quest’ultimo anno come quello del risparmio gestito dove Anima Holding presenta dei numeri interessanti ma una struttura del business differente da quella delle star del settore (e del listino nell’ultimo anno) come Azimut e Mediolanum che hanno un “piccolo” ma grande vantaggio competitivo:  una rete di vendita diretta “proprietaria” di promotori finanziari.

Il capitalismo di relazione

Un vantaggio non di poco conto in un mercato come quello italiano dove la vendita di prodotti del risparmio gestito si basa soprattutto sulla relazione e dove negli anni negativi dei mercati finanziari si è visto in modo evidente che le società che mantenevano la raccolta senza accusare débâcle erano quelle fondate su reti di distribuzione proprietarie, appunto.

I multipli con cui si presenta Anima Holding possono sembrare a sconto rispetto a quello delle altre star del risparmio gestito ma occorre tenere conto che il business model è molto diverso. E gli ultimi risultati risentono anche di una componente “straordinaria”: una parte significativa dell’utile di Anima Holding degli ultimi bilanci si basa soprattutto su commissioni di incentivo. Ovvero visto che i mercati sono saliti la società ha potuto prelevare sui fondi gestiti una commissione ulteriore a quella di gestione.

E queste commissioni nel bilancio 2013 non sono state poco cosa: quasi un terzo dell’utile prima delle tasse. Le commissioni normali nette “cubano” circa 163 milioni di euro mentre quelle di performance hanno pesato per 57 milioni di euro nel 2013 rispetto ai 29 mln del 2012 e agli 8 mln del 2011. Vi è stato poi in questi anni un “momento di grazia” che in futuro potrebbe venire meno. Quando i manager di Clessidra hanno concepito questa operazione e pensato di creare un polo “indipendente” del risparmio gestito hanno stipulato degli accordi molto interessanti con le banche da cui andavano a comprare le società specializzate nell’asset management. E questi accordi meritano di essere raccontati.

 

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Claudio Sposito, presidente di Clessidra

AM Holding nasce infatti a fine 2010 dall’integrazione che il management di Clessidra Sgr organizza mettendo insieme il risparmio gestito di Banca Monte dei Paschi di Siena e Banca Popolare di Milano, integrando Prima Sgr ed Anima Sgr a cui si aggiungerà poi la società del risparmio gestito del gruppo Credito Valtellinese. E’ nato così un gruppo con 8 milioni di clienti che può vantare 130 accordi di distribuzione e un portafoglio investito molto sull’obbligazionario e soprattutto sull’Italia con alcuni fondi bandiera e di eccellenza nel settore.

Anima in questi anni  è diventata, infatti,  un polo aggregante di diverse realtà del risparmio gestito: Bipiemme Gestioni, Etruria Fund, Mps Asset management Sgr, Antonveneta Abn Amro, Clessidra Alternative (queste ultime tre confluite in Prima Sgr), passando poi per la fusione di Aperta Sgr.

In questo periodo le masse gestite sono passate da 35 miliardi di euro del 2009 ai quasi 49 di fine 2013 con ricavi saliti a 220 milioni da 146 e l’utile prima delle tasse a 165 milioni da 17.

E’ dell’autunno  2008 il primo tassello di questa operazione quando Banca Monte dei Paschi di Siena e Clessidra SGR sottoscrivono gli accordi per la cessione dell’intero capitale sociale delle società del Gruppo Montepaschi attive nel risparmio gestito (Monte Paschi Asset Management SGR e AAA SGR) ad una NewCo partecipata al 67% dal fondo Clessidra Capital Partners II e per il rimanente 33% da MPS.

MPS ha bisogno disperato di soldi e gli uomini di Claudio Sposito di Clessidra (il numero 1 del più grande fondo di private equity italiano e uno dei maggiori country fund in Europa) dimostrano di saper fare un buon affare, anzi un ottimo affare.

Giuseppe Mussari, presidente di MPS deve mettere pezze dappertutto al bilancio dopo la dissennata acquisizione di Antonveneta e l’uscita dal risparmio gestito è una delle tante decisioni prese per cercare di coprire il buco a qualsiasi costo.

La valutazione delle società trasferite nell’operazione Clessidra/Mps è di 570 milioni di euro e comprende circa 170 milioni di euro di eccesso di capitale stimato delle società di gestione che viene trasferito a MPS che con questa operazione mette in bilancio una plusvalenza di circa 200 milioni di euro con un impatto positivo sul Tier 1 Ratio del Gruppo pari a circa 13 basis point.

 

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Giuseppe Mussari, ex presidente di MPS

L’operazione è da “manuale” (si fa per dire) perché la vendita a Clessidra si scoprirà poi che nasconde delle condizioni particolari a favore dell’acquirente. La banca MPS si obbliga infatti per contratto a garantire ricavi e margini a Clessidra: gli sportelli del gruppo MPS devono continuare a offrire i prodotti del risparmio gestito del nuovo gruppo (lo chiamano accordo “preferenziale”) ma siccome Sposito non è fesso fa mettere nell’accordo anche un minimo garantito che la lettura del prospetto informativo finalmente svela a pagina 237 e 238.

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L’accordo di “minimo garantito” è stipulato anche con Banca Popolare di Milano (altra banca con qualche problema patrimoniale che sceglie la stessa strada di MPS nel risparmio gestito) e quindi nel bilancio 2013 compaiono quasi 30 milioni di euro di utile grazie al contributo di BPM per lo scattare di questa clausola e 26,1 milioni di euro per Banca MPS.

In pratica con questo “price adjustment” le due banche BPM e MPS si sono impegnate a garantire alla partecipata Clessidra  determinati livelli di flussi commissionali per i fondi e le gestioni patrimoniali piazzate dalle proprie reti di vendita e allo sportello e se non li raggiungono li tirano fuori gli azionisti delle rispettive banche come costi di esercizio.

 

Chi mette il grano nell’operazione?

Tra l’altro la cessione di Mussari a Clessidra ha un’altra particolarità oltre il patto di ferro che garantisce l’acquirente da eventuali deflussi delle masse di risparmio in gestione. Per finanziare questa operazione da 400 milioni di euro Clessidra va a debito e chi gli dà questi soldini? Naturalmente la stessa MPS che apre una bella linea di credito tramite la controllata Mps Capital Services a favore delle società Prima Sgr.

Un finanziamento che si è ridotto col tempo grazie anche ai flussi incassati e che nel nuovo contratto di finanziamento vede un consorzio di banche (fra cui naturalmente MPS, BPM e MedioCreval) prestare i soldi alla nuova Anima Holding.

Così va il mondo. Dell’Alta Finanza.

 

Gente che va, gente che viene: gli azionisti big monetizzano, i piccoli entrano

 

Il collocamento delle azioni di Anima Holding non vedrà i proventi dell’IPO arrivare dentro la società. Questi soldi finiranno nelle tasche degli azionisti Clessidra, MPS e BPM.

 

Il prezzo per azione proposto varia tra i 3,5 euro e i 4,5 euro con una valorizzazione minima non vincolante tra 1,049 miliardi e 1,349 di euro e un collocamento decisamente importante visto che gli azionisti di maggioranza offrono sul mercato una quota elevata del capitale, il 55% (63,25% in caso di esercizio integrale della greenshoe). I piccoli azionisti entrano mentre Mps e Bpm resteranno azionisti dopo la quotazione di Anima Holding rispettivamente con quote di partecipazione nell’ipotesi di esercizio della greenshoe pari a 9,90% (prima del collocamento MPS detiene il  21,63%) e 14,72% (prima del collocamento BPM detiene di Anima il 35,29%), mentre Clessidra (tramite la società Lauro 42) al termine di collocamento avrà una partecipazione pari all’8% (contro il 34,69% iniziale).
Il fondo di private equity Clessidra (nome omen) in 5 anni compie la sua missione ovvero monetizzare il guadagno realizzato, passando alla cassa.

BPM e MPS restano azioniste di Anima e continuano ad avere un accordo preferenziale di lunga data con Anima Holding ma a fine 2015 finisce il patto di non concorrenza che hanno siglato e col 2015 le 2 banche (che valgono oggi oltre il 40% delle masse gestite di Anima) potrebbero decidere di rientrare nel settore del risparmio gestito e fare concorrenza alla stessa Anima. Se avessero anima di farlo, naturalmente.

Oppure potrebbero magari fare il “giochino” di qualche anno fa quando il Banco Desio portò Anima in Borsa quotandola a fine 2005 a 3,3 euro per azione e poi la stessa società venne delistata all’inizio del 2009 con l’ingresso di BPM a 1,45 euro.

E’ la Borsa, bellezza. E non fa sconti a nessuno.

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