Come ho scoperto che solo l’analisi fondamentale non basta per investire in Borsa (CONFESSIONI DI UN FONDAMENTALISTA PENTITO)

Dal mese di novembre è iniziata una collaborazione con TRADERS,  rivista diretta da Emilio Tomasini e che ha come editore Maurizio Monti. Una pubblicazione già leader tra le riviste di trading per i mercati finanziari dove a Salvatore Gaziano, responsabile degli investimenti di SoldiExpert SCF e direttore di MoneyReport  è stato chiesto di raccontare mese dopo mese in una speciale rubrica come è diventato un fondamentalista “pentito” in quasi 30 anni di attività sui mercati finanziari e perchè ritiene che l’optimum per chi investe sia adottare strategie combinate basate anche sul momentum e un approccio quantitativo. Perchè l’analisi fondamentale non sempre spiega tutto (soprattutto in modo tempestivo) ed essere troppo fedeli a scelte apparentemente sensate e basate sul sensato può costare molto caro…  Di seguito potete leggere il testo della rubrica di novembre. 

Vi è mai capitato di non prendere sonno la notte per una perdita abnorme subita in Borsa?

Non mi vergogno di raccontare che a me è capitato ed era il 19 ottobre 1987 che passerà alla storia come quello del grande crac. La più grande discesa in una sola seduta di Wall Street: -22,6%. La mattina dopo Piazza Affari perse il 10% e dopo meno di un mese la discesa fu del -35%.

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“Non si fanno miracoli qui” è la scritta che compare al museo di arte moderna di Edimburgo. Una frase particolarmente adatta anche agli investimenti finanziari

Allora lavoravo per una commissionaria di Borsa come analista e operatore titoli e gestivo da diversi anni i soldi miei e soprattutto della mia famiglia. Mio padre mi aveva affidato nel 1985 un discreto malloppo di 50 milioni di lire lasciandomi campo libero nello scegliere i titoli su cui investire. E quel Natale quando mio padre mi regalò il Commodore 64 il primo programma allora in Basic che realizzai serviva proprio per tenere la contabilità di quel capitale e calcolare in modo più immediato i guadagni del giorno.
Il futuro mi sembrava eccezionale e nel 1985 l’indice Comit era salito di quasi il 100%. In pochi mesi ero passato da guidare una 850 Special a una Delta HF e il capitale iniziale si era moltiplicato con una velocità impressionante grazie anche alla scoperta della leva e del mercato dei premi ( i “dont”).

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Era arrivato improvviso a maggio del 1986 un discreto ribasso a stemperare tutta quella euforia (colpa di Craxi e dell’allora ministro Rino Formica che parlavano di tassare le rendite finanziarie guarda un po’ ) che aveva fatto raccontare a Giuseppe Turani che stavamo partecipando a “Il secondo miracolo economico italiano: 1985-1995”.

Ma le ferite non erano state nel mio caso profonde e ci poteva stare una correzione che tutti allora avevano definito come “salutare”. A quel tempo per selezionare le azioni insieme al mio amico Daniele ci leggevamo i bilanci che andavamo in Borsa a ritirare a Torino e Milano, leggevamo tutto quel che poco che c’era da leggere e ci sembrava di avere un fiuto incredibile (e in parte lo avevamo) e che fosse tutto un gioco da ragazzi. Anche perché conoscevamo altri “ragazzi” come noi (qualche anno più tardi conobbi così anche Guido Bellosta quando ero nel frattempo diventato vice-direttore di Borsa&Finanza, un giornale nato da un gruppo di amici appassionati di Borsa) e ci scambiavamo “dritte” a volte niente male anche se quello che ti rifilava la “patacca” c’era sempre. Ma dopo un po’ si capiva chi erano i “pusher” buoni e quelli no.

Il crac dell’ottobre 1987 fu devastante e vedere in un giorno crollare senza ragioni valide apparenti fu come passare da un sogno a un incubo. Ma fu nei giorni successivi che iniziai a sentire una parola a cui fino ad allora non avevo dato gran peso: program trading.
Fu negli Stati Uniti istituita una commissione (Brady dal nome del presidente) per capire che cavolo era successo da mandare in tilt Wall Street e fare un falò delle Borse di mezzo mondo e sotto accusa finirono anche “le macchine impazzite di chi comprava e vendeva in base ad algoritmi misteriosi”.

Fu un giovanissimo smanettone e fra i primi hacker italiani, Cesare, a portarmi in ufficio una copia di Metastock mentre scoprivo che Murphy non era solo l’attore che avevo scoperto in “Una poltrona per due” ma c’era anche un John J. Murphy che aveva scritto un libro di analisi tecnica che per molti anni diventò la mia lettura preferita. Qualche mese dopo in Italia per la prima volta un certo Martin Pring veniva a illustrare le sue strategie basate sul “point & figure” e sull’analisi tecnica.

C’era un nuovo mondo da scoprire. Il mio “fondamentalismo integrale” iniziava a scricchiolare.

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