Italiani preoccupati per la Brexit, inglesi preoccupati anche per l’Italia: il nostro reportage da Londra

Era il 23 giugno 2016 quando nel Regno Unito un referendum decretava a sorpresa che la maggioranza dei sudditi britannici (il 51,89%) chiedeva l’uscita dall’Unione Europea.

Un voto che ha sancito una profonda spaccatura anche all’interno dell’opinione pubblica inglese e un processo di uscita molto difficile, visto che ancora dopo quasi 3 anni non è del tutto chiaro come si gestirà l’uscita “ordinata”. Oramai incombe a fine marzo la data di scadenza ufficiale in cui si dovrebbe completare la Brexit, ma Governo, Parlamento e Premier sono divisi e sembra prevalere il caos.


La confusione è totale perché il governo britannico sta facendo pressioni sulla premier Theresa May affinché allontani ogni ipotesi di uscita della Gran Bretagna senza accordo con l’Unione Europea (il cosiddetto “no deal”) e apra invece all’eventualità di un rinvio limitato della scadenza ufficiale della Brexit. Il partito laburista guidato da Jeremy Corbyn a questo punto sarebbe dell’idea per richiedere un nuovo referendum consultivo.


Dentro il Partito Conservatore della premier Theresa May, le opinioni sono molto differenti con posizioni che oscillano fra i “Brexiteer” duri e puri rappresentati anche all’interno del governo decisi ad un’uscita dalla Ue senza accordo, convinti dei vantaggi economici che ne deriverebbero (compreso il non pagare una “buona uscita” da 39 miliardi di sterline all’Unione Europea previsti dall’accordo di divorzio) che si confrontano con quelli che vogliono una soluzione morbida.

 

 

Quello che spaventa molti osservatori è il “no deal” (letteralmente il termine può essere tradotto come «nessun accordo») che significherebbe una Brexit senza intese commerciali tra Regno Unito e Unione europea.

Secondo la Bank of England, un divorzio disordinato metterebbe in discussione sia la sterlina inglese che il settore immobiliare britannico, i cui prezzi crollerebbero assieme al valore del pound.

Quel che è chiaro però, è che per il suo stesso significato, il no-deal aprirebbe le porte ad un periodo di profonda incertezza. Si pensi soltanto alla questione irlandese e alla possibile reintroduzione di confini fisici tra le due Irlande o alla question dei dazi doganali.

Intanto dal giorno del referendum della Brexit, dopo 980 giorni, la Borsa inglese (indice Ftse 100) dopo aver perso oltre il 10% a seguito del voto a sorpresa (che ha recuperato riportandosi nelle ultime settimane poco sopra il livello di 3 anni fa) si è rivelata fra le peggiori del Vecchio Continente, mentre la sterlina si è svalutata di circa il 10% e questo ha penalizzato evidentemente il potere d’acquisto dei cittadini britannici.

Anche i prezzi delle case, che negli anni passati erano volati verso l’infinito e oltre in Gran Bretagna e soprattutto a Londra (dove anche molti italiani avevano acquistato casa per diversificare), si sono fermati

Durante il nostro ultimo viaggio questo febbraio a Londra in occasione di Finovate Europe, una delle più importanti fiere del fintech (la tecnologia applicata alla finanza), abbiamo deciso di discutere dell’argomento in una doppia intervista con due osservatori particolari della realtà inglese che conoscono bene anche dal punto di vista finanziario: Russ Mould e Cecilia Valente.



Russ Mould
è il direttore investimenti di Aj Bell dopo essere stato per anni direttore di Shares Magazine, une delle più importanti riviste di finanza personale della Gran Bretagna. La sua società, Aj Bells, con oltre 205.000 clienti e 44,2 miliardi di sterline in gestione è una delle più grandi piattaforme di investimenti inglese (azioni, fondi, Etf, fondi pensione..) con il sito Youinvest.co.uk

Cecilia Valente vive da fin da giovanissima a Londra e, dopo aver lavorato per molti anni nel giornalismo finanziario (collaborando con numerose testate specializzate di rilievo nel settore, tra cui: Cerulli Associates, Reuters e Investments & Pensions Europe), ha da qualche anno avviato una sua iniziativa imprenditoriale (OoberKidsRepublic) oltre che formatrice  di Money Factor (A Kid’s Guide to Money & Finance).

Per cercare di capire cosa sta succedendo li abbiamo incontrati dal vivo e questo ne è il resoconto, che ci sembra molto interessante per avere due punti di vista differenti e che aiutano a capire lo “stato dell’arte” non solo della Gran Bretagna.

Qual è il sentimento che prevale tra gli inglesi in questo momento?

Cecilia Valente: “Non c’è un unico sentimento che prevale in questo momento, ma quello che sicuramente si può constatare è che vi è grande confusione: manca una leadership politica forte che sia in grado di fornire ai cittadini risposte chiare e trovare soluzioni concrete. Spesso, infatti, circolano rumor che però non trovano conferme in modo ufficiale e inducono nella popolazione uno stato di forte disorientamento; un libro di Elizabeth Jane Howard intitolato ‘Confusion’, riassume in maniera chiara il mio sentimento attuale.
Le forze politiche, infatti, non esercitano il potere (‘They dont’t get power’) e l’unica donna che assume effettivamente un ruolo di guida non è il primo ministro Theresa May, ma Nicola Sturgeon, primo ministro della Scozia e leader del Partito Nazionale Scozzese dal 2014, prima donna a detenere entrambe le cariche. Personalmente, quindi, ritengo che la classe politica abbia diverse responsabilità”.

Russ Mould: “Focalizzando l’attenzione sui mercati finanziari, possiamo vedere come le non vi sia stato il tanto temuto impatto sui mercati in vista di una possibile hard brexit all’orizzonte, anzi, la sterlina è rimasta pressoché stabile e il marcato è salito negli ultimi mesi. Questo ci fa pensare che le istituzioni finanziarie credano nel ‘deal’, ossia nella capacità del governo inglese di trovare accordi con le controparti in gioco e diminuendo i possibili impatti negativi legati alla Brexit”.

Cosa pensi possa accadere in caso di Hard Brexit?

Cecilia Valente:” “God helps us” ovvero ‘Dio ci aiuti’! Il governatore della Bank of England dovrà essere molto cauto e ponderato, come in realtà è sempre stato.
Non nascondo che questa soluzione potrebbe essere un forte shock per tutto il Paese che diventerebbe, a mio avviso, meno competitivo e affidabile. Verrebbero coinvolti numerosissimi aspetti: importazioni, esportazioni, passaporti, sanità, catena di approvvigionamento, etc.
Per quanto riguarda il money management (gestione del denaro), posso affermare che non ho visto contratti strappati a causa della Brexit, ma sicuramente l’approccio che verrà seguito in questo settore sarà leggermente più prudente, a mio avviso.
Spesso si sente parlare del possibile trasferimento delle sedi di importanti società in altri paesi Europei in caso di Hard Brexit e, nonostante il nostro sia un Paese altamente innovativo ed attrattivo, trovo del tutto legittima l’intenzione delle Società. Perché non dovrebbero farlo?”

Russ Mould: “A livello personale ritengo che l’unica soluzione sia rappresentata dall’Hard Brexit in quanto le richieste che arrivano da più fronti sono numerose e fortemente diverse tra loro. Di conseguenza, trovare un accordo può diventare molto difficoltoso.
Ovviamente, le conseguenze in questo caso non saranno banali su tutti i fronti: sia da un punto di vista lavorativo che sociale.
Sembra che vi sia una proposta di legge che prevede l’obbligo di dimostrare di avere uno stipendio superiore di 30.000 sterline all’anno per poter rimanere a lavorare in Gran Bretagna. In questo caso, un gran numero di lavoratori stranieri sarebbe costretto a tornare nella nazione d’origine. Siamo proprio sicuri che questa sia la soluzione giusta per risolvere i problemi di disoccupazione interni al Paese? Anche da un punto di vista sociale le ipotetiche conseguenze non sembrano essere molto positive, anzi, saranno diverse le questioni spinose che dovranno essere affrontate”.

I prezzi delle case in Gran Bretagna non si sono rivelati un gran bene rifugio in questo scenario…

Cecilia Valente: “Forse l’unico beneficio che porterà con sé un’ipotetica Hard Brexit sarà che le persone proveranno ad acquistare un immobile a Londra. Infatti, i prezzi delle case sono scesi del 30% e si stima possano scendere maggiormente.
Da un punto di vista personale ritengo che questa situazione possa portare ad una maggiore introspezione da parte degli inglesi alla ricerca delle cause che hanno condotto a questa situazione e di una soluzione per rendere il Paese migliore”.

Russ Mould: “Nonostante la Brexit giochi un ruolo rilevante in questi termini, la diminuzione del prezzo degli immobili è dovuto anche all’effetto di altre componenti, quali la Stamp Duty Land Tax (una tassa calcolata sul valore dell’immobile di importo variabile dal 3% al 15% che deve essere versata in caso di acquisto), alla crisi petrolifera e alla recente introduzione delle norme in termini di AML (Antiriciclaggio). Infatti, al fine di rispettare le norme in tale senso, occorre dimostrare la provenienza dei capitali e diversi acquirenti che nel passato avevano comprato molto soprattutto a Londra si sono trovati fuori gioco.
Non è molto distante nel tempo l’arresto di un oligarca azerbaijano che pagava 10.000 pound di affitto a Londra e, non essendo in grado si dimostrarne la provenienza, è stato arrestato. Si è scoperto che la madre aveva speso 17 milioni di sterline ad Harrods nel giro di pochi anni”.

Molti italiani sono preoccupati per la Brexit, ma cosa ne pensano gli inglesi della politica italiana e dell’attuale situazione finanziaria? Tu, Cecilia, che sei di origine italiana e conosci bene i 2 Paesi che cosa ci dici in merito?

Cecilia Valente: “L’Italia viene associata ad un bellissimo Paese in cui fare vacanze, dove le persone sono generose, ospitali e il cibo è delizioso, ma da un punto di vista politico il tutto può essere descritto tramite: ‘inefficienza’.
Anche in questo caso il populismo sta effettuando scelte ‘particolari’ forse dettate anche dalla mancanza di conoscenza finanziaria che affligge non solo l’Italia ma anche la classe media inglese.
Una maggiore conoscenza finanziaria, come insegno ai bambini durante il mio lavoro, è alla base di tante importanti decisioni e permette di discernere più facilmente scelte oculate da decisioni poco lungimiranti.
Guardando all’aspetto finanziario dell’Italia, mi viene subito in mente un report che feci in materia e, informandomi, notai che gli italiani sono grandi risparmiatori con tassi di risparmio molto superiori rispetto ad altre importanti nazioni.
Quello che ho potuto constatare, inoltre, è che vi è una concezione di lealtà molto diversa tra inglesi ed italiani in termini di investimento. In Inghilterra, si parla di lealtà verso se stessi, non verso le banche e gli intermediari. Se vi è la possibilità di guadagnare maggiormente investendo tramite un’altra piattaforma e con un altro intermediario, why not? La decisione ultima in termini di investimenti dipende da me investitore, una volta che ho gli strumenti. Ai miei bambini, infatti, insegno sempre la prima regola del mondo finanziario: ‘Trust is a must. If you don’t trust, you don’t have to invest’ – ‘La fiducia è obbligatoria. Se non ti fidi, non devi investire’
In Italia, invece, si è ancora molto legati al proprio intermediario, alla propria banca e molto raramente si tende a comparare le offerte degli altri attori del mercato”.

 

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E tu, Russ Mould, a proposito di competitività e trasparenza da addetto ai lavori come è stata recepita in Gran Bretagna la normativa Mifid. In Italia ci sono diverse resistenze da parte di banche e intermediari mentre da voi con la RDR è stato sostanzialmente vietato già da fine 2012 il pagamento delle commissioni ai consulenti finanziari britannici sui prodotti consigliati…

Russ Mould: “La MiFid II non è stata molto ben vista da molte istituzioni finanziarie in quanto ha reso la gestione molto più difficoltosa e soprattutto costosa, alla ricerca di soluzioni che permettano di essere compliant (regolamentari, ndr) in ogni processo svolto dall’intermediario.
Gli effetti che ha avuto la sua applicazione sono stati enormi, soprattutto in termini di diminuzione dei costi di acquisto degli strumenti finanziari. Basta pensare che l’acquisto di fondi passivi (ETF) hanno costi di transazione anche dello 0,05%, veramente prossimi allo zero. Naturalmente per i risparmiatori questo si è tradotto in forti vantaggi e minori costi.

Ho tenuto delle conferenze sul tema alla Borsa inglese (prossimamente dedicheremo un articolo di approfondimento a questo spinoso argomento) e comunque dal punto di vista di quello che in Italia erano prima i promotori finanziari l’esito non è stato disastroso. L’obbligo di essere pagati solo a parcella (in Italia solo le SCF e i consulenti finanziari autonomi applicano attualmente questo tipo di rapporto, mentre in Gran Bretagna dal 31 dicembre 2012 è stato reso obbligatorio per tutti gli intermediari dal governo inglese per favorire competitività del mercato, maggiore trasparenza e tutela dei risparmiatori), all’inizio ha provocato naturalmente una netta diminuzione delle commissioni percepite dagli intermediari e anche un calo del numero dei consulenti finanziari, ma poi il mercato ha ricominciato a crescere e c’è sempre più domanda di buona consulenza finanziaria”.

(interviste a Londra a cura di Valentina Lucchesi di SoldiExpert SCF)

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