COSA NE PENSO DEL FINANZ-CAPITALISMO? SURREALE PIU’ DI UN DIPINTO DI MAGRITTE.

Questo articolo è il decimo di una serie di articoli dedicati alla finanza vista da un angolazione particolare: quella dell’Arte. Clicca qui per leggere l’articolo precedente

 

La finanza non è negativa in sé e per sé, sostiene Ha Joon Chang, docente di economia dello sviluppo a Cambridge nel libro “23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo” (il Saggiatore editore). “Se avessimo ascoltato Adam Smith, che si opponeva alle società a responsabilità limitata – spiega l’economista coreano nel libro – o Thomas Jefferson che considerava le banche ‘più pericolose degli eserciti permanenti’ le nostre economie sarebbero fatte ancora con i ‘macchinari satanici dell’era vittoriana, se non necessariamente dalle fabbriche di spilli di Adam Smith”. Sulla finanza motore di crescita dell’economia molti accademici concordano. “La finanza” spiega Robert Shiller, Professore di Economia alla Yale University in “Finanza e Società Giusta” (IlMulino editore), “è stata fondamentale per la crescita delle ricche economie di mercato dell’era moderna e certamente tale crescita non sarebbe stata immaginabile senza di essa.” Non possiamo fare a meno della finanza secondo il Professor Shiller perché “la finanza rimane un’istituzione sociale essenziale, necessaria per gestire i rischi che permettono alla società di trasformare impulsi creativi in prodotti e servizi vitali”.

E allora perché questa stessa finanza ha bruciato i risparmi di milioni di persone con lo sboom della new economy e ha fatto perdere il lavoro e la casa a numerosi americani? Perché migliaia di miliardi di dollari di soldi dei contribuenti americani e europei invece di essere destinati a costruire scuole, ospedali, asili, sono stati impiegati per evitare il collasso del sistema finanziario mondiale e a salvare le banche?

Ma il problema non è solo quello che è accaduto oltreoceano. Anche in Italia non ce la passiamo proprio bene: solo nel 2012 ci sono state oltre 5000 denunce da parte della Guardia di Finanza per reati bancari, finanziari e societari. Metà delle aziende quotate a Piazza Affari in termini di capitalizzazione sono in questo momento sotto inchiesta da parte delle procure di mezza Italia. Si stimano in 3,5 miliardi di euro le tasse evase dai principali gruppi bancari italiani. Nel Belpaese il reddito delle famiglie secondo una recente indagine di Rete Imprese è tornato ai livelli del 1986 mentre la quota di disoccupati ha raggiunto la soglia di 2,9 milioni con il 37,1% dei giovani senza lavoro. E per renderci conto che anche in Italia le cose non vanno meglio che in America si può ricordare come tra il 2008 e il 2012 il numero dei pignoramenti immobiliari è più che raddoppiato. Solo nel 2012 oltre 46 mila famiglie sono state costrette a lasciare casa perché non riuscivano più a pagare il mutuo.

Ora vi provo a spiegare cosa non funziona del sistema attuale e confesso che nonostante faccio da molti anni il lavoro di consulente finanziario indipendente (www.soldiexpert.com) e il mio compito è proprio difendere e far  crescere nel tempo i risparmi dei clienti che mi affidano sotto consulenza il loro patrimonio, continuo a stupirmi ancora di come il sistema bancario-finanziario è diventato sempre più diabolico. E basta leggere non un saggio di denuncia ma un semplice prospetto informativo di quasi qualsiasi prodotto collocato da una banca…

In effetti da circa trent’anni ci sono un sacco di cose che non sono andate come sarebbero dovute andare.

La mano pubblica? Diamoci un taglio!

Nei film “Capitalism: A love story”  di Michael Moore e “Inside Job” vincitore dell’Oscar al miglior documentario nel 2011, viene mostrato come a partire dagli anni ’80 in poi Wall Street ha condizionato pesantemente la politica economica a stelle e strisce facendo varare a Ronald Reagan, Bill Clinton e George Bush delle norme per de-regolamentare completamente il sistema finanziario.

Nel 1999 il Presidente Clinton ha abolito il Glass Steagal-Act che vietava alle banche di investimento di raccogliere soldi presso il pubblico e di investirli in attività finanziarie rischiose. La separazione tra banche tradizionali e banche di investimento (in inglese merchant bank) è venuta meno. Caduto quel divieto il mondo è diventato un luogo meno sicuro e stabile in quanto con i soldi dei depositanti le banche potevano investire in attività finanziarie rischiose.

Con l’abrogazione del Glass Steagal-Act la mano pubblica che teneva prigioniera le banche è stata tagliata come in questo quadro del surrealista Renè Magritte “La traversata difficile”. Un’opera inquietante vero? E’ questa del resto la cifra stilistica di questo pittore e questa de-regolamentazione del settore finanziario ha avuto conseguenze inquietanti.

Renè Magritte, La traversata difficile (particolare), 1926

Profitti e bonus a go’ go’

La possibilità per un istituto di credito di svolgere sia la tradizionale attività bancaria sia quella di investimento, resa possibile dall’abolizione del Glass Steagal Act, ha fatto decollare il sistema finanziario. Nel 1972 Morgan Stanley aveva 110 dipendenti, un ufficio e 12 milioni di dollari di capitale. Oggi la merchant bank americana ha 50 mila dipendenti, un capitale di svariati miliardi di dollari e uffici in tutto il mondo.

Il secondo “laccio” che è stato tolto agli istituti di credito americani è stata la possibilità di aumentare enormemente la leva finanziaria: quindi i soldi dei depositanti vengono prestati o investiti per effettuare prestiti o comprare attività finanziarie con un valore di leva sempre più alto. Una lira depositata può moltiplicarsi anche per 100 nella moderna “tecnica” bancaria. Se le cose vanno bene gli amministratori e i manager delle banche incassano ricchi bonus e compensi sempre più stratosferici; se le cose vanno male si invoca per la “stabilità del sistema” l’intervento della Mano Pubblica.  E i top manager del nuovo sistema capitalistico hanno perso completamente il contatto con la realtà. Alcuni amministratori delegati hanno iniziato a sentirsi come i nuovi uomini della Provvidenza, caduti direttamente dal cielo (o saliti in cielo come “Angeli” o “Demoni”?), come in questo quadro di Magritte “Golconde”. La cosa allarmante di questo quadro è che ciascuno di questi uomini in bombetta proietta molteplici ombre sul cielo come un oscuro presagio delle conseguenze delle loro azioni.

Renè Magritte, Golconde, 1953

L’aumento abnorme delle retribuzioni dei super manager è un fenomeno che non ha riguardato solo Wall Street. Lo ricorda Robert Reich, ex ministro del lavoro del governo Clinton nel libro “Supercapitalismo” (Fazi Editore), “Nel 1980 l’amministratore delegato di una grande azienda si portava a casa circa 40 volte tanto lo stipendio di un lavoratore; nel 1990 100 volte tanto. Nel 2001 i pacchetti salariali degli amministratori delegati erano lievitati fino a 350 volte quelli dei lavoratori comuni”.

In questo scenario gli stipendi dei Ceo di Wall Street, essendo commisurati agli utili aziendali, hanno raggiunto livelli mai conosciuti prima. A colpi di decine e in alcuni casi centinaia di milioni di dollari. Prima della crisi finanziaria del 2007-2008 gli utili netti delle banche avevano toccato i 788 miliardi di dollari  (fonte McKinsey). Nel 2006 le banche avevano guadagnato più delle società petrolifere. 

La finanza genera mostri

La terza “arma di distruzione di massa” è stata l’enorme diffusione delle cartolarizzazioni e l’uso senza limite degli strumenti derivati. L’innovazione finanziaria ha resto instabile l’intero sistema economico. Le banche per aumentare i propri profitti si sono buttate nella finanza strutturata. Hanno preso dei crediti verso clienti (ad esempio dei mutui), li hanno impacchettati e hanno creato dei titoli finanziari chiamati Mortgage backed securities quindi titoli obbligazionari in cui il rimborso delle cedole e del capitale dipendeva dal pagamento delle rate del mutuo da parte di un certo numero di individui. Ma l’innovazione finanziaria è andata oltre.

Sono stati poi assemblati diversi Morgage backed securities per creare dei CDO ovvero delle obbligazioni garantite da dei pacchetti di debiti. “Poi – spiega il Professor Chang – sono stati creati CDO al quadrato usando altri CDO collaterali. E poi sono stati creati CDO al cubo combinando CDO e CDO al quadrato. Sono stati creati perfino CDO di più alta potenza. Poi sono stati creati CDS, ovvero credit default swaps (titoli per coprirsi dall’insolvenza di un debitore) per proteggere dal fallimento di CDO.” Un castello di carte sempre più complesso a partire da una sola attività finanziaria che grazie a ingegneri e matematici faceva derivare sempre più prodotti (da qui il nome di strumenti derivati) a partire dallo stesso nucleo originario. La prima CDO è stata emessa nel 1987 dalla Drexel Burnham Lambert Inc.  Nel 2007 negli USA sono stati emessi CDO per un valore di 481 miliardi di dollari.

Go Goldman go

La Goldman Sachs, nel periodo in cui era diretta da Hank Paulson, futuro segretario del Tesoro americano che ha fatto approvare al congresso il piano da 700 milioni di dollari per salvare le banche, compresa la Goldman, aveva iniziato a scommettere sul fallimento degli stessi CDO che aveva creato comprando dei credit default swap dalla AIG.

La Goldman comprava quindi dei titoli che sarebbero valsi una fortuna se i CDO fossero crollati, perché se ciò fosse avvenuto, la Goldman avrebbe potuto riscuotere il suo premio dal gigante delle assicurazioni (la AIG). Essendo quasi certa che in questi CDO c’era robaccia e non erano di qualità elevata come le agenzie di rating facevano credere assegnando la “tripla A” a questi Frankenstein finanziari, finiti poi in molti fondi pensione e in innumerevoli prodotti assicurativi, la Goldman aveva pensato bene di assicurarsi contro il fallimento della stessa AIG, la compagnia di assicurazioni che in caso di fallimento dei CDO avrebbe pagato alla Goldman il premio assicurativo.

Nel frattempo la Goldman Sachs offriva a piene mani ai propri clienti i CDO contro cui scommetteva. E se volete leggere la follia incestuosa di Wall Street al tempo dei derivati e della crisi dei subprime il libro dell’ex trader Michael Lewis “The Big Short“ offre uno spaccato inquietante. Un comportamento non nuovo visto che nel periodo del boom della New Economy diverse merchant banche americane  spingevano i propri clienti a riempirsi di internet stocks che in privato consideravano pattume.

La Goldman non aspettava altro che il mercato dei CDO crollasse in modo da mietere profitti. I suoi uomini stavano alla finestra. Ad aspettare il mese della vendemmia descritto in questo di Magritte. Inquietante vero?

Renè Magritte, Il mese della vendemmia, 1959

 

Rifinanziatevi tutti

La finanza entrò nel 2000 prepotentemente nelle case della gente. Prima attraverso la bolla internet, la più grande della storia finanziaria, poi attraverso un concetto che per primo iniziò a usare Alan Greenspan, dal 1987 al 2007 a capo della banca centrale americana. Il Presidente della Fed iniziò a dire agli americani “Usate il capitale delle vostre case”.  Ovvero chiedete un prestito dando in garanzia la vostra casa. Fu così che milioni di americani che possedevano già una casa la persero perché le condizioni iniziali del rifinanziamento erano molto favorevoli, poi i tassi sono iniziati ad aumentare finché le rate del mutuo sono diventate insostenibili da pagare quando la recessione economica ha tolto il lavoro a molti di loro.

Poi ci fu l’innovazione finanziaria e gli appetiti di Wall Street che avendo scoperto che i crediti verso i mutuatari potevano essere impacchettati e venduti sul mercato come normali titoli obbligazionari, fece in modo di piazzare più titoli possibili sul mercato. I derivati avevano proprio questo scopo a partire da una base piccola di mutui si potevano costruire grazie ai CDO al quadrato o al cubo enormi castelli di carta. Ma a un certo punto iniziava a mancare la materia prima: i mutui da cartolarizzare. Così le banche andarono in cerca di mutuatari.

Nel film di Michael Moore “Capitalism: A love story” si vede come la Countrywide andasse in cerca di clienti. In una pubblicità, una accattivante signora bionda, raccontava come a una giovane coppia, a una famiglia con prole con alte spese e a un lavoratore di colore ben tre istituti di credito avevano negato un mutuo, mentre lei che lavorava per la Countrywide li aveva fatti approvare tutti. Ecco come sono nati i famigerati mutui sub-prime. A Wall Street serviva carne fresca. Per soddisfare i propri piaceri (spesso cocaina e prostitute d’alto bordo). Come nel quadro omonimo di Magritte in cui è ritratta una fanciulla che mangia un uccello. Spero non abbiate appena fatto colazione.

 

Renè Magritte, Il piacere (Fanciulla che mangia un uccello) 1927

Si scoprì poi che la Countrywide attirava i propri malcapitati clienti con tassi estremamente bassi che poi improvvisamente decollavano, mentre a molti politici tra cui numerosi regolamentatori del settore dei prestiti, facevano condizioni di grande favore sui finanziamenti erogati.

Occhio ai colletti bianchi

A un certo punto l’FBI iniziò ad allertare l’opinione pubblica che c’era una epidemia di frodi sui mutui messa in atto dalle banche. Ma poi arrivò l’11 settembre e Bush decise di destinare 500 agenti dell’Fbi specializzati in crimini finanziari su altri temi ritenuti più importanti ai fini della sicurezza nazionale.

Nel 2005 si tenne a Jackson Hole la consueta riunione dei vertici finanziari delle banche centrali di tutto il mondo. L’affascinante economista Raghuram Rajan, Professore di Finanza dell’Università di Chicago e allora capo economista del Fondo Monetario Internazionale, scrisse una relazione in cui si chiedeva se lo sviluppo della finanza avesse reso il mondo più rischioso. E la risposta era: sì. Apparentemente la cartolarizzazione dei debiti e i derivati avevano diminuito il rischio bancario. Le banche trasformando i loro prestiti ai mutuatari in titoli avevano eliminato dai loro bilanci il rischio che i mutuatari divenissero insolventi. Ma questo aveva avuto anche lo spiacevole effetto di una sempre minor attenzione alla solvibilità del debitore da parte delle banche il cui business era diventato quello di impacchettare questi debiti e rivenderli sul mercato, liberandosi del rischio.

Lo sviluppo dei derivati sembrava anch’esso aver reso il sistema finanziario più sicuro perché permetteva alle banche di assicurarsi contro il rischio del fallimento di un loro debitore trasferendo questo rischio a spalle più grosse delle loro come le compagnie di assicurazione che potevano contare su orizzonti temporali più lunghi e su portafogli maggiormente diversificati. La cosa strana era che queste innovazioni finanziarie, che avrebbero dovuto ridurre i rischi e avrebbero dovuto rendere le banche più solide, non sortirono questi effetti. I dati di Rajam mostravano che negli ultimi dieci anni quindi tra il 1995 e il 2005 l’esposizione al rischio delle banche era aumentata. Per quale motivo? Perché sia la cartolarizzazione sia l’uso dei derivati si era diffuso tra tutte le banche e queste per generare sempre maggiori profitti anche rispetto alle loro concorrenti dovevano continuamente assumersi rischi sempre maggiori per non “rimanere al palo”.

Come lo stregone di Magritte le banche erano troppo impegnate a riempirsi la pancia che si erano fatte prestare nuove mani per ingurgitare asset tossici sempre più in fretta. L’immagine è un po’ disturbante ma il surrealismo è così.

Renè Magritte, Lo Stregone, 1952

La Goldman Sachs o la Citigroup non potevano più fare a meno di questi prodotti perché Citigroup o Merrill Lynch o Lehman Brothers li vendevano e finché è durato è stato il business più profittevole del mondo. Le banche avevano trovato veramente la pietra filosofale che trasformava in oro i metalli. Ovvero crediti di debitori di serie B o C venivano trasformati grazie alla cartolarizzazione in obbligazioni tripla A, ovvero della massima qualità creditizia.

Finché il business funzionava (cioè i mutuatari pagavano le rate) i banchieri facevano affari d’oro e i manager guadagnavano bonus milionari. Quando i debiti cartolarizzati hanno iniziato a mostrare il loro lato meno nobile, essendo di qualità sempre più scadente, le merchant bank hanno iniziato a scommettere contro di loro comprando credit default swap. Altra tornata di profitti. Finché il sistema è collassato nel 2007-2008 come aveva non solo predetto ma raccontato alla riunione di Jackson Hole a cui era presente anche il Presidente della Fed Alan Greenspan, l’economista Raghuram Rajan. Che nel libro “Terremoti Finanziari” (Einaudi Editore) spiega perché arrivò alla conclusione che lo sviluppo della finanza aveva reso il mondo più rischioso e che il sistema finanziario rischiava un “catastrophic meltdown” ovvero di andare in fumo.

Innanzitutto per Rajan c’era un problema di incentivi che erano troppo asimmetrici: gli operatori guadagnavano un sacco di soldi se conseguivano dei profitti che una volta incamerati nessuno si sognava di chiedergli indietro quando le cose andavano male. Per far guadagnare le banche per cui lavoravano e portarsi a casa i bonus di fine anno i manager investivano in prodotti finanziari sempre più complessi, con ritorni potenzialmente elevati ma con rischi altrettanto elevati di perdite clamorose. I credit default swap, le assicurazioni contro il rischio di insolvenza, erano fantastici finché nessuno falliva ma se questo accadeva bisognava capire se le assicurazioni che vendevano questi titoli avrebbero avuto le spalle così grosse da non fallire a loro volta. Inoltre le banche non vendevano al mercato tutti i titoli da loro creati aventi come sottostante i mutui sub prime ma ne trattenevano una parte quindi non erano immuni dal rischio di un crollo del settore immobiliare. Ma il vulnus, il pericolo più grande, era che in caso di panico finanziario, il sistema si sarebbe bloccato perché le banche sapevano perfettamente che i CDO erano rischiosi e tutte ne avevano in portafoglio. Quale banca si sarebbe fidata di prestare soldi a un’altra in caso di crisi sistemica non riuscendo a valutare la qualità del suo attivo e i titoli tossici che aveva in pancia?

Rajan accusò i banchieri di aver trovato il modo di fare più soldi non rischiando di meno ma rischiando di più. Ma non fu ascoltato e due anni dopo scoppiò la bolla dei mutui sub prime che alla fine costò ai contribuenti americani migliaia di miliardi di dollari.

Nel 2008 in piena crisi finanziaria globale con il programma Tarp il governo americano mise sul piatto 700 miliardi di dollari per comprare dalle banche asset tossici. Ma quella è la cifra ufficiale del piano salva banche. Numerosi istituti fallirono, altri furono nazionalizzati, altri venduti. Il tutto costò moltissimo al contribuente americano. Molto più di 700 miliardi di dollari. Nel 2011 l’agenzia di stampa Bloomberg ha accusato la Federal Reserve di aver stanziato molto più di quanto aveva dichiarato: 7.700 miliardi di dollari. E ancora la tipografia americana non ha finito di stampare soldi e anche quella europea si è dovuta adeguare.

Qui si ruba ai poveri per dare ai ricchi                                                   

Non è quindi senza motivo la rabbia espressa da movimenti antagonisti all’attuale sistema finanziario, da “Occupy Wall Street” agli “Indignados”, né la critica spietata del FinanzCapitalismo di Michael Mooore in “Capitalism: A Love Story”, né il fallimento della de-regolamentazione selvaggia del sistema finanziario in Irlanda e in Islanda raccontato dal documentario “Inside Job”. Purtroppo è tutto vero. Il sistema attuale crea forti disuguaglianze sociali.

Nel 1976 – racconta Rajan – l’un per cento delle famiglie al vertice della scala dei redditi maturava soltanto l’8,9% del reddito totale generato negli Stati Uniti, ma nel 2007 la percentuale era arrivata al 23,5 per cento. In altri termini, di ogni dollaro della crescita del reddito reale statunitense fra il 1976 e il 2007 58 centesimi andavano al primo un per cento delle famiglie”. I maggiori contributori a questo crescente divario nella distribuzione della ricchezza sono stati i manager di Wall Street. Ovvero con il sistema attuale i ricchi sfondati (e parliamo di quelle persone con patrimoni superiori alle centinaia di milioni di euro) sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Il sistema finanziario attuale sta incrementando non riducendo il gap. E tagliare in America le tasse ai ricchi come ha fatto Bush negli anni Ottanta non si è tradotto in una maggiore crescita economica, perché se chi dovrebbe investire non investe più il beneficio è solo a favore dei ricchi. Secondo un rapporto di Citibank del 2005 inviato ai propri clienti e che sarebbe dovuto rimanere segreto gli Stati Uniti non sono più una democrazia ma una plutonomia, una società guidata dalla ricchezza. Nel 2007 il gestore di un hedge fund che scommetteva sul crollo dei mutui subprime (e a cui Goldman Sachs offriva i propri servigi) guadagnò 3,7 miliardi di dollari ovvero 74000 volte il reddito di una famiglia media americana. 

Finanza e società giusta

Il sistema finanziario attuale incentiva i banchieri ad assumersi troppi rischi venendo pagati profumatamente quando le loro operazioni spericolate hanno successo e non li penalizza quando le cose vanno a finire male.  Purché rimangano nei confini della legge. E’ evidente che la legge attuale ha maglie troppo larghe. Tocca alla politica tornare protagonista del mondo, regolamentando il settore finanziario. Lo ha detto perfino (ma poi poco o nulla si è mosso) il Presidente della Consob Vegas qualche anno fa “Oggi ci sono prodotti di una tale complessità, con formule matematiche difficili da comprendere, per cui è difficile capire se sono prodotti buoni o cattivi. Questi prodotti sono come il veleno per topi: se sono nocivi il problema non è misurarne il grado di tossicità, ma vietarli”.

Se vogliamo banche più solide dobbiamo evitare che i profitti siano fatti correndo rischi sempre maggiori, quindi contingentando per esempio la leva finanziaria. E pescando i regolatori del sistema finanziario non tra coloro che hanno lavorato nelle banche d’affari. Il sonno della ragione genera mostri. Anche quello della politica.  Il mondo finanziario ha bisogno di un terapeuta che conosca i suo vizi e lo costringa  a lavorare per una società più giusta e più equa non per produrre ulteriore disuguaglianza sociale, precarietà, insicurezza economica.

Il Professor Robert Shiller che insegna Economia all’Università di Yale sostiene che per funzionare bene il nuovo sistema finanziario dovrà far sentire gli individui parte del capitalismo finanziario moderno “e non vittime degli atti aggressivi e egoistici di un sistema finanziario cinico.” E disumano per colpa di tutta la libertà che gli è stata data. Il capitalismo non è un male e non va eliminato come afferma il regista Michael Moore. Ma bisogna tornare alla democrazia. Regolamentando il sistema. Per farlo tornare a essere motore di ricchezza e sviluppo e non di disuguaglianza. “La finanza è una scienza funzionale –  dice Shiller  – poiché esiste per promuovere altri obiettivi-quelli della società. Quanto più le istituzioni finanziarie di una società sono allineate con i suoi obiettivi e i suoi ideali, tanto più forza e successo avrà quella società”.

E’ ora di fare pulizia, e di dare alla finanza nuove regole e nuovi limiti. Per una società più giusta. Contro le banche Frankestein e i banchieri e i top manager dai compensi e comportamenti più surreali di un quadro di René Magritte. Parola di un consulente finanziario. Libero e indipendente.

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