Diamanti in banca: secondo Banca d’Italia nessuno scandalo

Molto delitto e poco castigo per la vicenda dei diamanti di investimento che ha coinvolto diverse banche. Ma Banca d'Italia dissente sostenendo che ha fatto tutto il possibile e che non era materia di sua competenza

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In Italia è tornata nuovamente sotto pressione l’autorità di vigilanza bancaria, la Banca d’Italia, dopo la messa in onda a dicembre di una nuova puntata di Report su Rai3 dedicata allo scandalo dei diamanti d’investimento collocati a tradimento a decine di migliaia di risparmiatori a prezzi super gonfiati.

Un’inchiesta, quella sui diamanti in banca, che si è arricchita (era stato Report nell’ottobre 2016 a far deflagrare il caso) della testimonianza drammatica di un funzionario della stessa Banca d’Italia, Carlo Bertini, che ha raccontato la sua versione con clamorose rivelazioni come documenti e registrazioni audio con vertici di Banca d’Italia e che non lasciano indifferenti.

Roberta ha nelle scorse settimane bene ricapitolato cosa è emerso nell’articolo “Banca MPS e l’accusa di un ispettore di Banca d’Italia: vertici sapevano dei diamanti a prezzi gonfiati” (l’analisi è stata anche ripresa da Dagospia) e diversi risparmiatori e risparmiatrici ci hanno scritto sgomenti e turbati dalla visione di questo servizio considerando anche che Carlo Bertini, il funzionario whistleblower che ha deciso di metterci la faccia e denunciare quella che secondo lui non è stata una gestione limpidissima da parte di Banca d’Italia sulla vicenda dei diamanti in banca, è stato sospeso dal servizio e dalla retribuzione per 12 mesi.

Della serie per dirla con le parole dell’ex onorevole Antonio Razzi: “Fatti li cazzi tua!”.

Della vicenda sui diamanti in banca è intervenuta l’autorità di vigilanza, Banca d’Italia, la quale sostiene, come si potrà leggere più avanti, che non si possa parlare di scandalo.

 

 

È uno scandalo quello dei diamanti in banca?

 

Chi ci mette la faccia (e non solo) va sempre rispettato e sul quotidiano Domani ho provato ad evidenziare alcune cosette che non mi tornano in questa vicenda sui diamanti in banca dove da qualsiasi parte la si voglia guardare le autorità di vigilanza non ne escono al momento rafforzate.

È iniziato, secondo alcuni, (ma Bankitalia su questo punto dissente come leggerete dopo) il solito scaricabarile fra le authority e vedremo se si arriverà al bandolo della matassa. E se è uno scandalo quello dei diamanti in banca.

In un’intervista rilasciata a fine anno a La Stampa, il n.1 di Banca d’Italia, Ignazio Visco, si è, infatti, difeso dicendo che sostanzialmente sui diamanti d’investimento la competenza non era di via Nazionale, perché i diamanti non erano stati classificati dalla Consob (l’altra authority di controllo) come investimenti finanziari ma una pratica commerciale: come la vendita delle enciclopedie, per capirsi. La responsabilità quindi, secondo Visco, non era di Bankitalia.

Secondo il Governatore della Banca d’Italia l’inchiesta di Report “non è solo lacunosa. È erronea e fuorviante, anche perché basata su registrazioni effettuate a insaputa degli interessati, tagliate così da offuscare il contesto e rovesciarne il significato. Vi sono poi state illazioni assolutamente fantasiose e offensive” aggiungendo che Banca d’Italia è intervenuta quando si sono accese alcune spie (in seguito a un’ispezione antiriciclaggio) irrogando forti sanzioni e dando “la massima collaborazione all’autorità giudiziaria. E non vi è stata nessuna pressione né dall’interno né dall’esterno”.

Le parole del governatore della Banca d’Italia attuale mi hanno riportato alla memoria cosa scriveva 30 anni fa circa un altro governatore, Guido Carli, che ricordava come “gli autori della legge bancaria del 1936 stabilirono che la parola ‘banca’, ‘banco’ o ‘cassa di risparmio’ avrebbe potuto figurare soltanto nelle insegne poste all’ingresso di istituti assoggettati al controllo della Banca d’Italia. E così facendo i risparmiatori dovevano essere garantiti che quanto accadeva all’interno di questi istituti sarebbe stato tutelato dalla Banca d’Italia”.

Seguo come consulente finanziario indipendente da anni (ed ho cercato di evitare a centinaia di risparmiatori di cadere anche in questo pozzo) la vicenda della vendita dei diamanti d’investimento e insieme a pochi altri “cani sciolti” avevo denunciato nell’articolo “Come ti piazzo i diamanti allo sportello bancario al risparmiatore sprovveduto” i rischi di una nuova stangata sui risparmi degli italiani.

Il caso dei diamanti in banca dovrebbe ora approdare alla Commissione parlamentare d’inchiesta-bis sul sistema bancario (presieduta da Carla Ruocco) che dovrebbe audire fra poche settimane il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, proprio sul caso sollevato in tv da “Report” sulla base della testimonianza del funzionario whistleblower Carlo Bertini, e difendersi dalle accuse di scarsa supervisione di via Nazionale sulla vendita di diamanti alla clientela da parte di alcune grandi banche.

Ci sono diversi punti oscuri certo da chiarire da questa vicenda e nemmeno la Consob ne esce benissimo secondo alcune associazioni di risparmiatori da questa ennesima storia di risparmio tradito.

Nel maggio 2013, con una comunicazione specifica, la Consob aveva fornito un incredibile assist alle società di brokeraggio dei diamanti e alle banche per venderli massicciamente, dichiarando che i diamanti d’investimento non erano prodotti finanziari.

Ergo, le banche potevano venderli ai risparmiatori senza dover fare troppo domande e ricorrere alla profilatura del cliente Mifid, sul profilo di rischio o l’orizzonte temporale poiché non si trattava di un investimento di natura finanziaria e “bisogna escludere pertanto che sia applicabile alle operazioni di investimento in diamanti la complessiva disciplina dettata in materia di offerta al pubblico, ivi inclusa quella concernente la pubblicità”.

Per la Consob (all’epoca sotto la presidenza Vegas) per investimento di natura finanziaria si dovevano, infatti, intendere “le proposte d’investimento che implichino la compresenza di tre elementi, quali l’impiego di capitale, l’aspettativa di rendimento di natura finanziaria e l’assunzione di un rischio direttamente connesso e correlato all’impiego di capitale”. 

Argomenti che erano proprio quelli utilizzati dagli stessi intermediari nei loro opuscoli promozionali come ha rilevato poi l’AGCM. Può perciò essere ritenuto uno scandalo quello dei diamanti in Banca?

Si potrebbe fare forse qualche dietrologia a scoprire dalla lettura del provvedimento della Consob che quel parere “tana liberi tutti” era stato richiesto (l’ho scoperto rileggendo i provvedimenti dell’AGCM del 30 ottobre 2017) proprio da DPI (Diamond Private Investment) fra le maggiori società protagoniste poi del collocamento dei preziosi attraverso il canale bancario.

Società all’epoca presieduta da un importante ex dirigente della vigilanza di Banca d’Italia (Massimo Santoro, deceduto qualche mese fa e per quasi 30 anni fino al 1997 in Via Nazionale) passato poi alla libera professione. Secondo Report, l’uomo giusto al posto giusto che ha pianificato il meccanismo di vendita dei diamanti in banca attraverso lo sportello. Un collocamento che ha fruttato agli istituti centinaia di milioni di euro di guadagni. Ed è costato qualche milione di euro di sanzioni.

Questi sono presupposti per considerare scandalo la vicenda che riguarda i diamanti in banca?

 

 

Diamanti: quanto hanno guadagnato le banche?

 

Mi ha colpito come una nota stonata la difesa di Visco di Banca d’Italia sulle “pesanti sanzioni alle banche interessate” irrogate dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. È giusto chiedersi infatti quanto hanno guadagnato le banche dalla vendita dei diamanti. E dall’immagine si può osservare la “sottile” differenza tra sanzioni comminate dall’AGCM e le commissioni di guadagno stimate dalla vendita dei diamanti in banca.

 

Diamanti in banca: molto delitto, poco castigo

 

Le sanzioni irrogate sono state infatti di 4 milioni di euro per Unicredit; 3,35 milioni per Banco BPM; 3 milioni per Banca Intesa; 2 milioni per Banca MPS.

Sono significative, come dice Visco, forse troppo generosamente? Nello stesso provvedimento dell’AGCM si sono stimati i ricavi commissionali che queste banche hanno portato a casa dalla vendita dei diamanti e sono un multiplo della multa comminata! Ecco quindi che non si può evitare di guardare quanto hanno guadagnato le banche dalla vendita dei diamanti.

Molti risparmiatori hanno certo poi avviato cause civili ottenendo transazioni economiche e rimborsi per i danni causati da questa stangata. Che ha visto la procura di Milano indagare su vari reati fra cui truffa, autoriciclaggio, riciclaggio, corruzione fra privati a carico degli intermediari delle pietre preziose, International Diamond Business Spa e Diamond Private Investment Spa e poi allargando la lente sulle banche coinvolte.

Riguardo il quanto hanno guadagnato le banche, secondo la stessa AGCM, il gruppo BPM che è stato sanzionato per 3,35 milioni di euro, ha guadagnato dalla vendita dei diamanti nel periodo 2011-2016 complessivamente oltre 100 milioni di euro.

Unicredit oltre 40/50 milioni di euro, Intesa oltre 10-15 milioni di euro di commissioni solo nel 2016 “quale compenso per aver segnalato a DPI i clienti interessati all’acquisto di diamanti”, mentre per Monte dei Paschi di Siena “le commissioni percepite a seguito dell’attività di segnalazione per data fatture hanno superato i 10-20 milioni di euro nel 2015 e i 20-30 milioni di euro nel 2016” per poi inaridirsi dopo la messa in onda della trasmissione Report su Rai3. Che ha fatto finire il giochino.

 

Diamanti in banca: margine di guadagno per banche e broker

 

 

Per Banca d’Italia quello dei diamanti non è uno scandalo

 

Dopo la mia risposta alla risparmiatrice pubblicata sul quotidiano Domani, Banca d’Italia ha voluto replicare con alcuni chiarimenti che ribadiscono quanto ho scritto nell’articolo come posizione del governatore Ignazio Visco nell’intervista a La Stampa. Per Banca d’Italia quello dei diamanti non è uno scandalo.

Nella stessa intervista di fine anno il governatore Visco specificava peraltro “noi svolgiamo l’attività di vigilanza prudenziale sugli intermediari, dal 2014 con la Bce nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico, ma a fianco di questo, ci preoccupiamo dei rischi legali e di altra natura che possono creare danni alla reputazione e al capitale alle banche”.

Diversi risparmiatori e associazioni si domandano, infatti, come nei controlli di via Nazionale non sia stato individuato come la vendita di diamanti a prezzi gonfiati non potesse configurare un rischio per la reputazione bancaria (e con evidenti conseguenze a livello legale ed economico).

E doveva una trasmissione come Report spingere le varie authority a riunirsi per capire il da farsi e intervenire e bloccare la vendita selvaggia di diamanti in banca. Certo “le banche coinvolte oltre ad essere state sanzionate hanno anche adottato iniziative di ristoro nei confronti dei clienti” ma definire le sanzioni applicate dall’AGCM come “significative” può risultare stridente se si confronta con il monte commissioni accumulato dalle banche “pusher” di diamanti.

L’ufficio comunicazione di Banca d’Italia evidenzia poi che “Il riferimento all’ex Governatore Guido Carli è estrapolato da un contesto, quello bancario e finanziario degli anni ’60 e ’70, in cui il quadro regolamentare in materia era completamente diverso, come diversamente ripartite rispetto a oggi erano le competenze delle varie autorità nazionali ed europee, molte delle quali ancora non nate (ad esempio, l’AGCM viene istituita nel 1990) e che la Banca d’Italia continua a operare ancora oggi secondo lo stesso spirito di servizio verso i cittadini tracciato dai precedenti e dall’attuale Governatore, nell’intensa, quotidiana e silenziosa attività di vigilanza e di tutela dei consumatori bancari”.

È certo vero che il mondo è cambiato e il ruolo di Banca d’Italia è prezioso oggi più che mai ma le parole di Guido Carli sono state scritte non negli anni ’60 o ’70, ma negli anni ’90 poco prima della sua scomparsa avvenuta nell’aprile 1993 a causa di un infarto.

Banca d’Italia poi specifica che il dott. Carlo Bertini “in precedenza membro del JST (Joint Supervisory Team) organismo costituito dalla BCE e incaricato dell’attività di vigilanza su Banca MPS, non è stato demansionato né sottoposto a ‘sabotaggio professionale’ per la vicenda dei diamanti, in quanto gli è stato attribuito dal febbraio 2020 l’incarico di coordinatore locale con riferimento ad altro gruppo bancario significativo, anch’esso sottoposto alla vigilanza BCE”.

Riguardo il funzionario “whistleblower” Carlo Bertini risulta comunque che il Consiglio Superiore di Banca d’Italia ha decretato qualche settimana fa la sospensione dal servizio e dalla retribuzione, per una durata di dodici mesi e la sua carriera non sembra certo decollata dopo le sue dichiarazioni e posizioni sulla vicenda MPS/diamanti d’investimento.

 

 

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