Stop alla diversificazione ma se siete una società quotata

Nel passato la diversificazione andava di moda e le società avevano all’interno business talvolta diversissimi. Ancora oggi molte società quotate puntano su questa strategia? È la soluzioone?

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Quella passata è stata per i mercati azionari mondiali una settimana mista con alcuni indici che sono andati verso l’alto (il Nasdaq) e altri verso il basso. Sul tema della diversificazione c’è da fare una riflessione. Già perché moltissime società puntano sulla diversificazione del proprio business. Ma la diversificazione eccessiva è la soluzione? Se si è una società quotata sarebbe meglio mettere uno stop.

Ma prima di parlare di questo diamo un’occhiata al mercato obbligazionario. Sul mercato obbligazionario non è successo nulla di straordinario e la scorsa settimana la Banca Centrale Europea ha avvertito che ci sono segnali di “esuberanza” soprattutto in alcuni mercati immobiliari, nelle obbligazioni spazzatura e nelle criptovalute.

A proposito di obbligazioni resta sotto quota 100 il bond emesso dalla Repubblica dell’Austria lo scorso anno con scadenza 2120! Un vero Matusalem Bond!

È quotato anche sulla Borsa Italiana al Mot (codice Isin AT0000A2HLC4) e paga una cedola annuale dello 0,85% lorda. Nelle ultime settimane, è tornato sotto il valore nominale, ovvero 100, dopo che lo scorso anno abbiamo visto investitori strapparselo di mano a 140. Una bella batosta e potrebbe non essere finita considerando che un rendimento nominale dello 0,85% non copre oggi nemmeno la metà dell’inflazione prevista da qui al prossimo decennio.

Sull’obbligazionario, abbiamo preparato questo video di approfondimento dal titolo “Guadagnare il 4% all’anno con obbligazioni, fondi o ETF. Non farti prendere in giro!” dove ho provato a raccontare, senza omettere nulla, la reale situazione, poiché ricevo spesso email o considerazioni curiose sul tema da risparmiatori che, purtroppo si fanno abbagliare da chi racconta loro che “gli asini volano” ed è possibile ottenere “rendite periodiche senza grandi sforzi” comprando l’Isin giusto.

Il mondo (e non solo quello obbligazionario) è oggi un pochino più complicato e le anime troppo semplici rischiano di essere spennate, diceva il mio parroco.

Per quanto riguarda le società quotate, vediamo ora quali e perché hanno puntato su diversificazione interna a livello di business e perché sarebbe il caso di dire “Stop alla diversificazione eccessiva. Se si è una società quotata!

 

 

Diversificazione: per le società quotate è la soluzione?

 

Viste le tantissime azioni da parte di molte società quotate di cui parliamo tra poco è lecito chiedersi: “ma la diversificazione per le società quotate è la soluzione?“. Tantissime società quotate, infatti, hanno optato per la strada diversificazione, scorporando il proprio business, non in due, ma in alcuni casi anche in 3, se non di più, business differenti tra loro. In questo senso la diversificazione per le società quotate è la soluzione? Vediamo alcuni esempi.

Fra i temi delle ultime settimane, ha fatto rumore il colosso General Electric, che fino a qualche anno fa era la società più ammirata e fra le più capitalizzate del mondo, che ha annunciato una piccola rivoluzione. In ambito di diversificazione, GE si separerà in tre diverse società quotate – una per la sanità, una per l’energia e una per l’aviazione – a partire dal 2023.

 

Diversificazione, è la soluzione per le società quotate? General Electric si fa in tre

 

Sotto la guida del leggendario amministratore delegato Jack Welch (e con braccio destro l’italiano Paolo Fresco), GE era diventata la più grande società al mondo, nota per la sua efficienza manageriale e cara a Wall Street per i suoi solidi margini di profitto. Ma la crisi del 2008 ha mandato in crisi il conglomerato che produceva tutto, dagli show televisivi ai motori per gli aerei, dai frigoriferi agli ecografi.

E gli amministratori delegati pagatissimi che si sono susseguiti in questi anni e che hanno seguito i consigli strapagati delle più note società di consulenza e dei banchieri d’investimento hanno solo peggiorato le cose. È stato calcolato che da inizio 2000 General Electric ha pagato ai banchieri d’investimento oltre 7,2 miliardi di dollari di commissioni! Di questi solo 2,3 miliardi in consulenza su fusioni e acquisizioni e, in questo pazzo pazzo mondo, oggi la parola d’ordine è concentrazione.

Nel passato era, invece, diversificazione e andavano di moda le conglomerate, le società che avevano all’interno business talvolta diversissimi. Ma oggi la diversificazione per le società quotate è la soluzione?

Il modello delle conglomerate non sembra reggere alla velocità e alla specializzazione dei tempi correnti o soprattutto i mercati finanziari non sopportano più questo modello, perché si privilegia forse il tutto e subito. Difficile avere il tocco magico già in un settore, figuriamoci in due o tre e il focus assoluto è la strategia perseguita. Quindi è il caso di dire stop alla diversificazione, se si è una società quotata!

Anche Johnson & Johnson ha annunciato di attuare una diversificazione al proprio interno e di dividersi in due società: una per il mercato consumer e una per i farmaci e i dispositivi medici. E Toshiba ne genera addirittura tre anche con l’obiettivo di calmare gli azionisti furibondi per i numerosi scandali che hanno colpito il conglomerato giapponese.

Una prima divisione Toshiba si occuperà di prodotti energetici e infrastrutturali, una seconda si dedicherà agli hard disk e ai semiconduttori, la cui domanda cresce in maniera esponenziale, e una terza gestirà la partnership con la società di chip e di memorie flash Kioxia Holding.

Tempo di spezzatino, insomma, anche se ci sono ancora società quotate di questi tempi “eroiche” che, all’interno del proprio business, tengono i piedi in più scarpe.

A Piazza Affari resiste quotata la Cir oggi in mano dei figli dell’ingegnere Carlo De Benedetti che si occupa di case di cura (Kos) e componentistica auto (Sogefi).

In Svizzera mi fa sempre sorridere il caso del gruppo Calida che vanta la presenza contemporanea nel settore della lingerie sexy (Audabe), dei mobili per giardino (Lafuma) e delle attrezzature per escursionisti e alpinisti esigenti (Millet). In termini di diversificazione, dall’ago alla pelliccia insomma.

In Cina, come soprattutto in Giappone, questo modello di conglomerate è diffusissimo e gli amici di Niche Asset Management mi hanno ricordato recentemente il caso divertente della Katakura Industries (quotata alla Borsa di Tokio) che spazia dalle vitamine alla biancheria di seta, dalla fibra idrosolubile ai macchinari industriali per la depurazione dei liquidi e camion per i pompieri, dall’allevamento delle api alla pulizia dei condomini, dalla compravendita di immobili ai macchinari industriali.

Possono sembrare casi curiosi, ma dentro molte di queste società (e ce ne sono numerose e, in alcuni nostri portafogli di SoldiExpert SCF le selezioniamo) si nasconde spesso dell’immenso valore, perché calcolare la somma delle parti per molti investitori (o speculatori) “fast & furious” è cosa troppo complicata.

Ci sono certo azioni care in alcuni listini o comparti, ma non tutto è sopravvalutato e fare di tutta l’erba un fascio e dire che “i prezzi sono saliti troppo e aspetto un bello storno prima di entrare” mi fa sorridere, perché per fare un’affermazione perentoria di questo tipo la storia dimostra che non basta avere nemmeno il premio Nobel per l’Economia o essere governatori della Fed per azzeccare il timing.

E a proposito di costumi da bagno, lingerie e bolle speculative mi ha colpito molto il caso di Naked Brand, società neozelandese specializzata nella vendita di mutandine e reggiseni online quotata al Nasdaq che la scorsa settimana ha annunciato ufficialmente uno scorporo dell’attività principale.

Esce totalmente dal business dell’abbigliamento intimo e dei costumi da bagno, perché il management si è accordato con una società specializzata in veicoli elettrici.

Il titolo Naked Brand rischiava di essere delistato dal Nasdaq, perché le azioni erano scese sotto il valore di un dollaro e il management ha tirato fuori questo coniglio dal cilindro, diventando di fatto una società marsupio ovvero una Spac. Il vantaggio per la società che produce furgoni elettrici per uso commerciale e cittadino è quello di quotarsi più velocemente e contare su una base di azionisti “leali e entusiasti” ha twittato il ceo di Centro Automotive Group.

Nudi alla meta.

 

 

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