Azioni e obbligazioni: chi vince e chi perde nei primi 100 giorni del 2017

Il primo trimestre 2017 ha registrato un andamento positivo per quasi tutti i comparti e mercati azionari mentre sui mercati obbligazionari l’andamento è stato piatto con uno degli indici più rappresentativi della categoria (il Barclays Capital Euro Aggregate Bond Index) addirittura negativo dello -0,7%.

Un approccio dei mercati in modalità “risk on” ovvero semaforo verde per gli asset più rischiosi che ha penalizzato di converso gli asset più prudenti.

Il clima positivo sul mercato più importante del mondo come quello Usa sulle attese di tagli fiscali ha agito positivamente da stimolo su tutti i mercati azionari mondiali grazie anche a dati economici migliori e in crescita sia sul fronte macro-economico che delle imprese.

Sul mercato obbligazionario, invece, ha pesato il cambio di politica della Federal Reserve che ha alzato i tassi interessi Usa e preannunciato che durante il corso dell’anno saranno possibili altri 2 o 3 tagli se l’economia americana continuerà a crescere al ritmo attuale.

L’obbligazionario governativo è fra i comparti che più ha sofferto anche perché agli attuali livelli di remunerazione non c’è grande protezione dalle cedole. Il Barclays Capital Euro Aggregate Bond Index, che rappresenta un paniere di titoli governativi ed europei con rating Investment Grade (quindi con qualità medio-alta degli emittenti fra cui Stati e grandi Aziende) su un paniere di titoli con scadenza media (duration) di 6,5 anni offre oggi un rendimento medio (e lordo) dello 0,56%!

confrontoObbligazionarioPrimoTrimestre2017
A confronto da inizio anno l’indice obbligazionario europeo “investment grade” con l’obbligazionario emergenti in valuta locale e il Corporate e Governativi High Yield

La politica di massiccia iniezione di liquidità effettuata dalle banche centrali ha portato quasi rasoterra i rendimenti obbligazionari (e l’obiettivo era proprio quello di spostare liquidità sull’economia reale e dal mondo del credito a quello del capitale di rischio) e non si può dire che questo non sia quello che sta accadendo. Un effetto già chiaro da tempo sui titoli obbligazionari governativi che sono arrivati in alcuni casi a offrire perfino rendimenti negativi nel caso per esempio della Germania ma che è visibile anche sulle obbligazioni societarie. Si calcola che il prossimo giugno, la quota di obbligazioni corporate senior (non bancarie) possedute dalla Banca Centrale europea supererà il 15 % del totale.

Questo è ben rappresentato dall’ETF che replica l’andamento del BTP a 10 anni che ha perso negli ultimi 12 mesi il 4% nonostante le cedole staccate e anche l’indice obbligazionario mondiale senza rischio cambio (il Global Treasury Hedge) ha perso l’1,4% nell’ultimo anno.

 

Chi cerca protezione e sicurezza nell’ultimo anno non l’ha trovata facilmente nel reddito fisso.

E in questo quadro negativo per il mercato obbligazionario complessivo hanno performato meglio naturalmente i comparti più aggressivi come l’obbligazionario societario, l’high yield (ovvero le obbligazioni emesse dalle società con merito creditizio più basso) e quello dei Paesi Emergenti in valuta locale.

Sui mercati azionari questo appetito per il rischio ha visto favorite soprattutto le borse dei mercati emergenti nonostante all’inizio dell’anno proprio questi mercati erano visti come quelli potenzialmente più pericolosi con l’elezione di Donald Trump e i forti flussi in uscita che si erano visti su questi mercati soprattutto nel mese di ottobre e novembre.

Nel primo trimestre 2017 il clima si è rasserenato grazie a dati congiunturali buoni anche se non sono mancate alcune eccezioni come il Sudafrica alle prese con una forte crisi di reputazione del governo locale o la Turchia dove lo stato di emergenza continua.

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A confronto da inizio anno l’indice azionario mondiale Msci World con quello di Stati Uniti, Mercati Emergenti ed Europa.

Negli Stati Uniti l’azionario ha raggiunto i suoi massimi storici e l’indice S&P500 vale circa 18 volte gli utili prospettici: valutazioni elevate ma che possono trovare una spiegazione, oltre che alla ingente liquidità mondiale a caccia di impieghi, al fatto che le previsioni per i prossimi trimestri indicano una crescita del fatturato medio del 4% e degli utili del 6%. E senza tenere conto di un eventuale impatto di una riforma fiscale come quella che vorrebbe attuare Trump per portare la tassazione delle imprese dal 35% (quasi la metà di quella italiana!) al 15-20%. Un effetto “turbo” per gli utili delle aziende di un ulteriore +10% annuo se una simile misura venisse effettivamente realizzata.

Negli Stati Uniti poi nel primo trimestre sono stati soprattutto i titoli tecnologici a prendersi una rivincita sui titoli della “old economy” con l’indice Nasdaq quasi ai massimi assoluti.

In Europa i dati economici delle ultime settimane hanno mostrato un buon miglioramento confermato dai positivi dati delle società quotate e i timori relativi a una possibile vittoria dei partiti antieuropeisti sono diminuiti dopo le elezioni in Olanda mentre in Francia il “pericolo” di una vittoria lepenista (così sarebbe interpretata dai mercati con l’accellerazione di un quadro disgregativo dell’euro) sembra meno possibile di qualche mese fa anche se non mancano alcune inquietudini negli ultimi sondaggi con l’ascesa fra Marine Le Pen e Emmanuel Macron del “Terzo Uomo”, il candidato di “gauche” Jean-Luc Mélenchon.

Quali le borse e le tendenze più forti?

I mercati anche in questa prima decade di aprile sembrano confermare l’intonazione positiva con l’indice MSCI WORLD in prossimità a fine marzo dei massimi assoluti che sembra resistere anche alle cannonate (vedi Siria). In recupero appaiono un po’ in tutto il mondo le small cap rispetto alle blue chip (e in Italia questo fenomeno è “dopato” anche dall’effetto PIR (dei pro e contro per i risparmiatori dei Piani Individuali di Risparmio abbiamo parlato qui)  e dalla valanga di prodotti che si stanno riversando sul mercato per convogliare qui i risparmi strombazzando il beneficio dei vantaggi fiscali e omettendo diverse storture e rischi).

E a livello globale forti restano le Borse dei mercati emergenti (più Asia che America Latina, più India che Cina) e fra i settori quello tecnologico e del lusso si confermano in un ottimo momentum come confermato dall’eccezionale trimestrale di LVMH (titolo presente nel nostro portafoglio Eurostoxx50) che ha battuto anche nel primo trimestre 2017 le attese con una crescita a doppia cifra in tutte le divisioni.

Sul mercato obbligazionario il deprezzamento dell’euro contro dollaro di fine marzo ha ridato smalto al corporate e all’high yield, al debito dei paesi emergenti e al comparto legato ai bond indicizzati all’inflazione e legato al dollaro Usa.

Tutti temi sia nell’azionario che nell’obbligazionario presenti da tempo nei nostri portafogli che quindi in base al nostro approccio flessibile (vedi qui) basato sul momentum e una combinazione di analisi quantitativa e fondamentale restano ancora fra le nostre preferenze fino a segnali forti contrari .

“Un trend esiste fino a quando non emerge un forte segnale di inversione” recita uno dei punti salienti della teoria di Dow Jones. E al momento seppure con l’avvicinarsi di diverse scadenze elettorali politiche europee e con un minimo comprensibile di imballo del mercato azionario americano ) i mercati si muovono in un trend laterale.

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