E SE INVECE DI FARLA DIFFICILE COME INVESTIMENTO ACQUISTASSI SOLO DEI BTP?

Lettera da un risparmiatore:


Seguo e sono interessato alla vostra consulenza ma mi domando se alla fine non sarebbe più semplice acquistare dei Btp e prendersi un rendimento all’ultima asta del 5,29% lordo (4,23% netto) all’anno. Si tratta di una somma che dovrei investire per conto di un mio parente che si fida di me. Godo piena fiducia e posso investirli come voglio, ma mi pare corretto non assumere particolari rischi (ho già pagato e pago profumatamente il mio personale ‘premio per il rischio’, se semplicemente lo identifichiamo nell’investimento azionario), anche se so bene che non esiste nulla di sicuro in finanza, forse nemmeno i Bund della Merkel.

Non ho una visione catastrofica del futuro e non credo ad una ristrutturazione del debito pubblico (“haircut”) alla greca e non ho pudore a chiederle se secondo la sua esperienza sarebbe possibile ottenere da una consulenza personalizzata un rendimento ‘leggermente’ superiore a quello di un BTP a 5 anni (vedi asta odierna), che necessariamente dovrei usare come riferimento/benchmark, pur sapendo perfettamente che nessuno è in grado di promettere o garantire risultati futuri in ambito finanziario.

Lettera firmata

a quanto ammonta il debito complessivo italiano e pro-capite al 31 luglio 2012 alle ore 16,4

 

La nostra risposta:

Gentile investitore,
se decide per la consulenza personalizzata possiamo poi, avendo carta bianca, discutere tutte le opzioni più opportune in termini di strategie di investimento.
Sul fronte debito pubblico italiano gli scenari che abbiamo davanti sono innumerevoli.
Lo scenario migliore….Cosa significa il Fiscal Compact.
Il più positivo è che l’allarme rientri e la situazione si normalizzi con la pressione dei mercati sul debito pubblico italiano (ben rappresentata dallo spread Btp Bund) che rientra nei ranghi. L’Unione Europea trova finalmente una “quadra” fra rigore e solidarietà, fra falchi e colombe e nel breve di fatto si “mutualizza” il debito correndo in soccorso di Spagna e nel caso dell’Italia, acquistando direttamente o indirettamente tramite la Bce o altri meccanismi i titoli di Stato e finanziando le tesorerie dei Paesi oggi in difficoltà di liquidità. Nel contempo si attuano, tramite il “fiscal compact”, delle manovre di massiccio rientro del debito pubblico dei Paesi “cicala” con l’obbligo, da parte di tutti i Paesi che aderiscono all’Unione Economica e Monetaria Europea, nell’arco dei prossimi vent’anni, di far diminuire il rapporto tra il debito pubblico e il Pil al 60%, vale a dire ad un livello pari alla metà di quello attuale (120% circa).
In pratica l’Italia, insieme ad altri Paesi europei, dovrà, fra le altre cose, ridurre il proprio debito di almeno 3 punti percentuali all’anno per ben 4 lustri, se non vuole che scattino le sanzioni dell’Unione Europea. In numeri, visto che l’Italia produce un Pil (prodotto interno lordo) annuale di circa 1580 miliardi di euro su cui grava un debito pubblico che si aggira intorno ai 1965 miliardi, questo significa che il debito obiettivo si dovrebbe aggirare sui livelli attuali a circa 948 miliardi di euro. La parte del debito eccedente al 60% del Pil è quindi più o meno di 1017 miliardi. Questo significa che l’Italia dovrà produrre annualmente circa 51 miliardi di avanzo per centrare l’obiettivo previsto dal trattato. Non è necessario, naturalmente, agire solo sul numero in alto, il numeratore, ovvero il debito pubblico ma sarebbe possibile realizzare questo obiettivo di raggiungere un rapporto fra debito pubblico e Pil agendo anche sul denominatore. Come? Se l’Italia dovesse centrare il pareggio di bilancio e mantenerlo per i prossimi 20 anni, il tasso di crescita medio del Pil che le permetterà di raggiungere il traguardo del rapporto debito/Pil del 60% è del 3,71%.
Una crescita da Paese emergente… che ciascuno può giudicare se è compatibile o meno con il passo dell’Italia e le sue possibilità.
E’ importante, quindi, per l’Italia certo l’arrivo al più presto della “cavalleria” (ovvero di un massiccio intervento dell’Unione Europea e/o della Bce) a sostenere nel breve il debito e i titoli italiani come il mercato sta confidando in questi ultimi giorni dopo le dichiarazioni pesanti di Mario Draghi. E l’apparente assenso questa volta della Merkel nonostante in Germania siano ancora numerose le voci contro come quelle della Bundesbank o dei banchieri di Stato. E’ per esempio di oggi la posizione espressa dalla federazione delle banche pubbliche tedesche (Voeb) che si è detta fermamente contraria all’ipotesi di concedere una licenza bancaria al fondo salva-Stati permanente Esm. ”Questo proposito – ha detto il segretario di Voeb Hans Reckers a Berlino – farebbe rientrare dalla finestra un’ulteriore condivisione illimitata dei debiti pubblici che invece e’ da rifiutare nettamente”.
C’è chi considera certo il bicchiere mezzo pieno come il premier Mario Monti che in queste ore dice di vedere “la fine del tunnel”.
Ma oltre che nel breve, se si vuole guardare la situazione in prospettiva il malato (ovvero l’Italia) è destinato ad affrontare una lunga cura. Come scrivono diversi osservatori, infatti, se il nostro Paese è davvero intenzionato a rispettare i patti, ciò significa che per i prossimi 20 anni ci aspetta un periodo di forti tagli (c’è chi dice “lacrime e sangue”), dimagrimento forte dello Stato sociale (e si spera che questo venga attuato soprattutto agendo sugli sprechi). E non vi è perciò da escludere il ricorso ad altre manovre finanziare un ulteriore aumento della pressione fiscale.
E questa cura (sempre che sia quella giusta) deve funzionare perché intanto anno per anno il debito pubblico passato dovrà essere comunque rifinanziato sul mercato e se si “sgarra” gli investitori stranieri, come la speculazione, troverà sicuramente il modo di saltarci di nuovo addosso al collo.
E questo è lo scenario migliore.
E lo scenario peggiore. Nelle varie intensità…
Quello peggiore vede l’Apocalisse in varie versioni e gradazioni d’intensità.
Più che un robusto taglio dei capelli (ovvero restituire 50 o 70 invece che 100 ai titolari del debito pubblico come è accaduto recentemente in Grecia) o una mega-patrimoniale, alcuni economisti ritengono più probabile nello scenario peggiore un ri-scadenziamento. Se le cose si mettono male invece che restituire alla scadenza il debitore (ovvero lo Stato) si prende qualche anno di tempo (per esempio 5) per saldare i conti come ha fatto l’Uruguay e ben spiegato Fabrizio Goria su Linkiesta.it
Inutile dire che non noi sappiamo quale scenario abbiamo di fronte. Ma proprio per questo visto che non siamo oracoli ma persone e consulenti prudenti che preferiscono adattarsi ai mercati piuttosto che pensare che siano i mercati ad adattarsi a quello che abbiamo in portafoglio non amiamo le scelte “senza uscita” del tipo puntare tutto sul rosso o sul nero.
E proprio questa è la chiave per rispondere alla sua domanda “se la nostra consulenza  renderà più di un Btp”.
Le domande che ciascun investitore per noi si dovrebbe fare. Anche nell’obbligazionario.
E’ da un punto di vista finanziario ragionevole per una persona che vuole essere prudente investire tutto il suo capitale in titoli di un unico emittente con un livello di rating non molto superiore all’investment grade?
Secondo noi no. In ogni caso, anche se fosse un emittente tripla A, non metteremo mai tutto il capitale su un unico emittente.
Altro ragionamento: se gli investitori esteri scappano a gambe levate dal debito pubblico italiano perchè devo scommettere tutte le mie carte su questo? Voglio fare Davide contro Golia? A che prezzo? Di una volatilità altissima… ovvero magari da qui a cinque anni non ci sono nè haircut nè riscadenziamenti e tutto va bene ma… in questi cinque anni ai miei titoli c’è la possibilità che facciano fare ancora un  “giro della morte”. E magari dopo sei mesi ho una perdita a valori di mercato pesanti e magari non vado a dormire tanto tranquillo… visto che sono pure responsabile di soldi non miei.
Negli ultimi 12 mesi, per darle qualche riferimento numerico, l’indice dei Btp ha avuto una volatilità del 20% circa: questo significa che il detentore di un tranquillo titolo di stato italiano ha visto il capitale, nel momento peggiore, scendere di 20 punti percentuali.
Immaginiamo (speriamo di no ma in queste settimane l’oscillazione negativa è tornata nel punto peggiore a essere di poco meno del 15%) che questa situazione si ripresenti. “Mai dire mai” si dice anche nei mercati.
Potrebbe anche in questa situazione sentirsi dire dai parenti considerazioni del tipo “ma i giornali non li leggevi per investire tutto in titoli di Stato italiani senza dubbio alcuno”?
La nostra strategia e il nostro valore aggiunto (quello che pensiamo di fornire) è quindi prima di tutto di aver capito che andare controvento espone a volatilità altissime e che andare contro mercato è molto pericoloso.
E qualche motivo per andare contro al nostro debito pubblico il mercato lo ha avuto altrimenti non sarebbe riuscito a portare lo spread da 200 a 500 punti.
E siamo assolutamente convinti  che non si investe mai su un unico emittente perché quello che è sicuro oggi (come i bund della Merkel che cita) domani potrebbe non esserlo più e quindi bisogna continuamente cambiare e adattarsi e soprattutto ragionare in termini globali, ovvero dare un respiro internazionale all’investimento obbligazionario spaziando su tutti i temi e le opportunità di investimento. E non si può rimanere confinati al proprio Paese, soprattutto quando non si è visti tanto bene dal resto del mondo. Un investitore prudente, secondo noi, non va contro mercato ma cerca di cavalcare i trend, ha delle strategie non solo di entrata (è facile comprare i fondi o gli Etf con le migliori performance passate come suggeriscono i venditori scaltri) ma anche e soprattutto di uscita, e opportunisticamente sapersi spostare da un mercato all’altro. Mettendo naturalmente in conto che non esistono sistemi perfetti e che anche attraverso strategie flessibili e attive come quelle che attuiamo con i portafogli di SoldiExpert SCF ci saranno pure falsi segnali, ovvero operazioni anche consecutive chiuse in perdita.
Ma i risultati reali realizzati in questi anni e perfezionati grazie a una continua attività di ricerca e sviluppo (si veda il grafico sotto) ci dicono che questo minimo impegno richiesto (poche operazioni al mese nei portafogli più dinamici) è premiato e i risultati realizzati possono alla fine essere migliori rispetto a un approccio statico. Sia nell’azionario che nell’obbligazionario. E soprattutto c’è un maggior controllo del rischio e della volatilità. Un qualcosa che chi investe, mette da parte i propri risparmi per la propria serenità futura o quella della propria famiglia non dovrebbe mai perdere di vista come obiettivo.
Le nostre strategie a confronto con il mercato obbligazionario

 

 

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BTP

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