EUROCRISI: IL FALLIMENTO DEI GOVERNI. ULTIMA SPIAGGIA LA BCE. PURCHE’ FACCIA LA PRIMA MOSSA

Come economista Tommaso Monacelli è abituato a ragionare in termini di cosa è meglio per l’interesse collettivo. E a capire come possa concludersi un gioco in cui attori economici con interessi contrapposti possano, ragionando solo su cosa è meglio per ciascuno, trascinare nel baratro tutti gli altri giocatori.

In Europa si sta facendo un gioco pericoloso con esiti che possono essere negativi per tutti. Perché gli interessi nazionali e personali stanno prevalendo su quelli collettivi. Le decisioni che sono stare prese finora sono sub ottimali e assolutamente non risolutive. Come nel caso dell’ultima mossa della Bce. Draghi ha detto a parole di essere disposto a tutto pur di salvaguardare l’euro ma nei fatti aver subordinato l’intervento della Bce al placet del fondo Salva Stati rischia paradossalmente secondo Monacelli di far impennare lo spread di un Paese portandolo al default. E di far intervenire la Bce quando uno Stato è ormai in bancarotta.

La mancanza di cooperazione e di coordinamento può uccidere l’Europa che ha bisogno assoluto di apparire unita e invece dimostra ogni giorno di non esserlo. Rendendosi una preda debole da dare in pasto alla speculazione. A meno che, auspica Monacelli, la Bce non si riappropri del suo ruolo quanto mai cruciale e necessario per superare questa crisi finanziaria. Con buona pace della Bundesbank.

Salvare l’euro. Facile a parole. Difficile nei fatti quando numerosi interessi contrapposti rischiano di compromettere l’adozione di misure per il bene collettivo e non dettate dall’interesse di una parte. Parlare di una maggiore unione a livello europeo e poi leggere martedì scorso sui giornali che la Finlandia è disponibile ad aiutare l’Italia in cambio però di garanzie reali sui beni dello Stato, fa un po’ cadere le braccia. Siamo agli accordi bilaterali quando dovremmo prendere decisioni a livello europeo. “Bce e governi nazionali sembrano pugili che si affrontano sul ring” sostiene l’economista Tommaso Monacelli. E non si può che dargli ragione. La Merkel  zittisce i politici tedeschi quando discutono della possibile uscita di Atene dall’Euro, la Bundesbank  ammonisce Draghi di voler finanziare gli Stati stampando moneta. L’Europa dovrebbe parlare con una voce sola. E invece gli stati membri parlano con tante voci diverse avendo ciascuno una propria personale ricetta per uscire dalla crisi.

L’unico organo sovra nazionale che può agire nell’interesse generale uscendo da quello particolare è la Banca Centrale Europea che avrebbe molte armi a disposizione senza violare il suo mandato ma avendo subordinato il proprio intervento al beneplacito del fondo Salva Stati ha esautorato e non di poco il proprio ruolo.

Per come è concepito l’euro oggi non funziona e non può funzionare. Secondo Monacelli è svanita “la fiducia nella capacità dei governi europei di trovare una soluzione cooperativa alla crisi”. L’euro può sopravvivere alla attuale crisi finanziaria ma solo se si cambiamo e radicalmente le regole del gioco secondo il direttore del Corso di Laurea in Economia e Scienze Sociali presso l’Università Bocconi di Milano.  ”Il problema centrale che in questa fase mina alla base l’equilibrio stesso della moneta unica in Europa – sostiene l’economista Monacelli (uno dei contributori più attivi anche del sito Lavoce.info)  – è la totale mancanza di cooperazione tra autorità monetaria e fiscale. Avere un’unione fiscale risolverebbe questo problema”.

Tommaso Monacelli, Direttore Cles Bocconi

Posizione di grande attualità. Non molto distante da quella su cui ultimamente insiste la cancelliera tedesca: sì agli eurobond e a una Bce sovra-nazionale se l’Europa saprà darsi un’unione fiscale e politica.

Su un rafforzamento della Bce concorda anche Monacelli. L’attuale sistema di intervento da parte della Banca Centrale Europea a favore dei paesi in difficoltà è estremamente macchinoso: un Paese che vuole ottenere un abbassamento degli spread deve passare dalla forche caudine del fondo Salva Stati.

Per come è stato concepito questo intervento di soccorso da parte della Bce potrebbe far esplodere lo spread “Se uno stato dovesse ricorrere all’Efsf – argomenta Monacelli – il suo spread potrebbe salire, invece di calare”. Il danno reputazionale che subirebbe un Paese che chiede l’intervento dei fondo Salva Stati è talmente grande da disincentivarne la richiesta. Richiedere l’intervento significa ammettere di fronte al mondo e ai mercati di essere in una situazione gravissima. “I paesi membri preferiscono non ricorrere all’aiuto della Bce – spiega Monacelli- quando sarebbe più opportuno farlo, cioè quando la crisi è seria ma ancora, forse, non irreparabile. Di fronte al disastro, ricorrere all’Efsf sarebbe ovvio ma totalmente inutile. Perché in quel caso l’entità degli aiuti necessari sarebbe insostenibile”. E ci si chiede se la Bce a quel punto sarebbe veramente in grado di farvi fronte. Per come è stato concepito il fondo Efsf ammonisce il professore della Bocconi “crea un gigantesco fenomeno di selezione avversa:finiranno per rivolgersi al fondo solo gli stati con le peggiori condizioni finanziarie”. E di fronte a uno stato al collasso la Bce non potrà che intervenire. Ma a quel punto sarà troppo tardi.

Fotogramma tratto dal film a “Beautiful Mind” dedicato al Premio Nobel John Nash ideatore della “Teoria dei Giochi”

Oggi secondo Monacelli l’attuale frammentazione del quadro politico con 17 governi che possono ostacolare il ruolo della Bce porta a prendere decisioni che “trasudano di compromesso al ribasso “ e vacillano “al minimo dubbio espresso da uno dei “piccoli falchi” dell’euro.” Particolarismi da cui la Bce si deve sganciare per riaffermare la propria indipendenza.

Professor Monacelli, Lei insiste molto sull’importanza che si arrivi a un’unione fiscale per risolvere i problemi della stabilità dell’euro e dell’Europa. Cosa ha in mente esattamente quando parla di unione fiscale? Che sacrificio di sovranità comporterebbe?

“L’area dell’euro come architettura si è mostrata in grado di prosperare nei tempi buoni ma non in quelli cattivi. I mercati non hanno più alcuna fiducia che il meccanismo decisionale europeo possa funzionare frammentato com’è, né che si riescano a prendere decisioni nell’interesse comune né che sia in grado di risolvere l’attuale crisi finanziaria. Occorre andare verso un’unione fiscale. Ci deve essere un organismo centrale europeo indipendente che valuti, approvi o chieda modifiche alle decisioni sul fronte fiscale e della spesa pubblica che i singoli governi europei intendono adottare. Ma non ho nessuna fiducia che questo possa accadere. Significherebbe di fatto scavalcare i ministri delle finanze dei governi europei. Gli stati membri dovrebbero cedere sovranità su temi delicati come le tasse e la spesa pubblica. Non si riesce ad andare verso l’unione bancaria, abbiamo visto la levata di scudi delle banche tedesche di fronte a queste proposte, figuriamoci se riusciamo ad avere un’unione fiscale”.

Lei sostiene che nelle crisi finanziarie la cooperazione tra autorità monetaria  e il governo è fondamentale e cita come esempio come l’America che grazie al tandem Bernanke (capo della Fed) e Paulson (segretario del Tesoro americano) che è riuscita la lasciarsi alle spalle la  bolla dei subprime.  Ammesso che la nostra autorità monetaria (la Bce) riesca a ragionare come un organo sovranazionale come si risolve in Europa il problema di avere un unico referente a livello politico quando oggi abbiamo 17 stati membri?

Sempre con l’unione fiscale. L’unione politica non è necessaria. Sarebbe sufficiente quella fiscale. L’Europa deve imparare a parlare e ad agire con una voce sola non con 17 voci diverse.

Però se è assolutamente poco fiducioso sulla possibilità che si arrivi a un’unione fiscale, come si può risolvere il problema dell’attuale crisi dell’eurozona?

Una soluzione c’è. Che la Bce riacquisti e riaffermi il proprio ruolo sovra nazionale. L’Europa per tornare a essere credibile deve poter contare su una Bce forte e indipendente che agisca nell’interesse comune. La Bundesbank nel porre le proprie condizioni alla Bce interferisce con le manovre di politica monetaria che la Banca Centrale Europea dovrebbe porre in essere per salvaguardare l’euro. I falchi tedeschi dicono che con le loro pressioni vogliono salvaguardare l’indipendenza della Bce ma con queste intrusioni la indeboliscono e fanno apparire una Bce assolutamente dipendente e ostaggio di un paese.

Se uno stato del calibro della Germania non autorizza la Bce ad andare in soccorso di un altro stato, la Bce è legittimata comunque a porre in essere le misure che ritiene più opportune per salvaguardare la sopravvivenza dell’euro e dei suoi stati membri o il suo mandato glielo vieta?

E’ assolutamente legittimata. Anche la Fed americana non prende decisioni a maggioranza assoluta, così anche la Bce può agire in contrasto con la Bundesbank. Anche quando l’anno scorso ha comprato titoli di stato italiani nell’ambito del Security Market Programme la Bundesbank non era d’accordo però la Bce l’ha fatto lo stesso.

Il Presidente della Bundesbank Weidman è contrario all’acquisto di titoli dei paesi in difficoltà da parte della Bce. Perché equivarrebbe a un finanziamento agli stati stampando moneta. Il finanziamento della Bce dice il presidente della Buba potrebbe indurre alcuni Paesi «all’assuefazione, come se fosse una droga». Pochi giorni fa il condirettore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, su eventuali aiuti all’Italia ha accusato Draghi di voler utilizzare la Bce per piazzare il proprio debito come il Tesoro italiano faceva con la Banca d’Italia…

Sono paragoni che non hanno alcun senso. La Banca d’Italia era obbligata a sottoscrivere il debito pubblico italiano e operava sul mercato primario. L’intervento della Banca Centrale Europea sarebbe discrezionale, quindi la Bce non avrebbe alcun obbligo di sostenere sempre e comunque un paese. Inoltre interverrebbe sul mercato secondario. E in un’ottica di stabilizzazione monetaria non di sostegno fiscale.

Però la Bce continua a tenersi un passo indietro rispetto ai governi e alle banche centrali dei diversi paesi. Non sembra voler adottare un ruolo di primo piano. Tanto è vero che ha detto che il suo intervento sarà successivo alla richiesta da parte di un paese di intervento al fondo salva stati.

Stati e Bce stanno operando in un modo molto pericoloso. Nel “game of chicken” (gioco del pollo) due corridori si sfidano in una corsa folle su una strada senza uscita con in fondo un muro: vince chi frena per ultimo. La teoria dei giochi mostra che entrambi questi giocatori non cooperando prenderanno da soli la decisione sbagliata: freneranno più tardi possibile probabilmente quando l’altro giocatore si sarà già schiantato per poter vincere. E’ quello che succede tra i governi e la Bce. La Banca Centrale Europea si rifiuta di aiutarli se questi non chiedono aiuto, i governi non chiedono aiuto perché sarebbe come ammettere di fronte ai mercati di essere in una situazione grave, col tempo la situazione dei governi da grave diventa gravissima, e a quel punto quando non c’è più molto da fare, quando i governi sono vicini alla bancarotta, chiedono l’intervento della Bce. A quel punto gli spread dei governi dei paesi in difficoltà sono schizzati alle stelle, lo stato da salvare è in bancarotta, e la Bce è costretta a salvare uno che non ha la febbre ma sta per morire con costi per la collettività altissimi.

Se invece i due giocatori ovvero gli stati e le Bce cooperassero…

Ci sarebbe la soluzione migliore per la collettività. Ma per farlo la Bce dovrebbe intervenire prima senza aspettare che un paese sia sull’orlo del baratro e quindi sia costretto a chiedere il salvataggio al fondo salva stati. Solo cooperando i giocatori possono prendere decisioni ottimali dal punto di vista collettivo. E la Bce non chi è sotto attacco deve fare la prima mossa.

Quindi la soluzione è tutta in un rafforzamento del ruolo della Bce, in una sua ritrovata indipendenza, e in un suo ruolo attivo e reattivo di fronte agli eventi, in una sua supremazia rispetto ai governi…

Se non supremazia coordinamento. Se ai summit europei oltre ai politici partecipasse anche il Presidente della Bce sarebbe un segnale molto forte per i mercati della volontà di perseguire una road map comune verso una maggiore integrazione a livello europeo. Bisogna far capire che l’Europa è in grado di prendere decisioni rapide e veloci. Che c’è un progetto comune. Non tanti piccoli passi che si contraddicono tra loro tante dichiarazioni che danno l’idea che ognuno giochi una sua personale partita sullo scacchiere europeo. Bisogna cooperare per il bene comune mentre ogni paese ragiona da se e non tiene conto delle conseguenze per la comunità.

Il governo italiano sostiene a più riprese che una parte consistente dello spread è di origine esogena, ovvero non dipende dai nostri conti pubblici ma è dovuto alla debolezza dell’euro e alle conseguenze che potrebbero esserci nel caso in cui alcuni paesi uscissero dall’euro o facessero default. Lei concorda con questa giustificazione?

In parte è vero nel senso che è come se l’Italia fosse l’inquilino di un grande edificio. Siccome il suo appartamento ha bisogno di interventi si lavora per rimetterlo in sesto. Ma se è l’intero edificio ovvero l’Europa che cade a pezzi a chi vuole che importi che l’Italia abbia messo a posto il suo alloggio? Questo non significa che i paesi della periferia non debbano rimettere a posto i propri conti pubblici solo che questo non è sufficiente per ridurre lo spread. La crisi attuale è anche dovuta a  un crollo della credibilità dell’intera architettura dell’eurozona che sembra non avere armi, strumenti, e strategie per superarla.

Il nostro governo è stato messo all’angolo come quello spagnolo. E’ assolutamente razionale che Monti non chieda l’intervento del fondo Salva Stati perché questo equivarrebbe ad ammettere che l’Italia non può farcela da sola, che ha bisogno dell’aiuto degli altri paesi, che quindi è in una situazione grave. Quindi lo farà quando non potrà più farne a meno. E allora vorrà dire che le cose sono diventate veramente gravi. A quel punto la Bce interverrà. E non sarà il momento migliore per farlo. Il momento migliore è curare il malato prima che la malattia lo devasti non accorrere al suo capezzale quando rischia di morire.

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