SE FACEBOOK (E AMAZON E LE ALTRE) VEDONO SPEZZARSI LA FIDUCIA

L’inciampo in cui il 16 marzo Facebook è caduta, con lo scoppio del datagate Cambridge Analytica, ha contagiato come un virus il settore tecnologico americano e le cosiddette FAANG (Facebok, Amazon, Apple, Netflix, Google).
E a battaglia che si sta combattendo a Wall Street con l’indice S&P500 a ridosso della sua media mobile a 200 giorni non riguarda solo i titoli del settore ma mette sotto pressione tutto l’azionario Usa e quindi il motore principale del rialzo delle azioni mondiali dal 2009 a oggi

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Se si guarda il primo trimestre da inizio anno l’S&P500 è in discesa di circa il 4,5% ma con i tecnologici, e in particolare dopo lo scoppio dello scandalo sulla società di Mark Zuckerberg, le società che ruotano attorno al mondo dei social sono in picchiata dai massimi. L’indice “Social Media” fa -0,5% da inizio anno ma -15% dai massimi.

Facebook perde il 13% da inizio anno, Alphabet (Google) il -6%, Apple il 2,5%.

Amazon è in positivo del 17% seppure ha perso in poche sedute già il 15% sull’onda di una pressione crescente regolatoria che non è solo rappresentata dai tweet di Donald Trump. Il Presidente degli Stati Uniti non ha mai nascosto la sua antipatia per Jeff Bezos (che è anche editore del Washington Post) per i “giochetti fiscali” ma anche perché vede in Amazon il mostro che distrugge i piccoli negozianti e danneggia tutto il settore del real estate che vive di affitti e compravendite di spazi e uffici.

Potrebbe sembrare un argomento relativo dopo il boom, quello della caduta verticale della fiducia verso i FAANG (acronimo di Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google) ma questo indice capitalizza 2400 miliardi di dollari, più del Pil italiano e quello che succede o potrebbe succedere a questi titoli non ha un peso irrilevante sulle Borse di mezzo mondo. Soprattutto considerata l’importanza del comparto tecnologico nella crescita dell’azionario americano e delle borse in uno dei più grandi rally rialzisti della storia. Dai minimi del 12 marzo 2009 a oggi il Nasdaq ha visto il valore salire di quattro volte, mentre l’S&P 500 è salito del 264%, l’indice delle Borse Mondiali il 182% e l’Eurostoxx 50 “solo” del 71%.

E il motore dell’indice azionario Usa è stato costituito proprio dal settore tech che ha acquisito un peso crescente fino a valere il 27% di tutti i titoli dell’indice S&P 500.

Le big five ovvero Apple, Amazon, Netflix, Google e Facebook da sole valgono il 15% e fino a poco prima del crollo partito il 16 marzo avevano contato quasi la metà della crescita dei guadagni dell’indice da inizio anno.

La discesa di questi titoli non va perciò sottovalutata anche perché alcuni di essi come Amazon si trovano ad affrontare non solo un problema politico e fiscale sempre più evidente ma anche valutazioni non proprio a buon mercato (174 volte gli utili stimati 2018) e basate sull’assunto di una crescita poderosa, trionfale e senza ostacoli.

Sul mercato comunque sarà perciò importante vedere (siamo a quasi -20% per molti di questi titoli) cosa accadrà ad aprile e se arriverà una seria reazione visto che Facebook ma anche Amazon hanno come “nemici” non solo la Casa Bianca, ma anche il premier francese Macron che sembra essersi accorto (in particolare ora contro Apple e Google)  che c’è in Europa un forte problema di concorrenza sleale ed   elusione  fiscale per i giganti del web.

E’ giusto che le big tech digitali possano cambiare le condizioni di fornitura e di pagamento da un giorno all’altro e modificare unilateralmente i contratti?

E’ giusto che paghino grazie a Stati complici, meccanismi di elusione sofisticata e “transfer price” tasse ridicole in confronto al fatturato e agli utili che realizzano?

E’ giusto che i loro lavoratori in sempre più casi nella cosiddetta GIG economy (l’economia dei “lavoretti” alla Uber e Foodora per intenderci) vengano considerati lavoratori “autonomi” senza diritti e il cui costo sociale graverà un giorno interamente sugli Stati per come oggi sono organizzati?

E questi sono alcuni problemi sullo sfondo ma non i soli che si stanno addensando come nubi (passeggere? ) sulle big tech digitali .

E uno speculatore nel senso più pieno del termine non di poco conto come George Soros (che ha anche il potere di influenzare i mass media) già qualche mese fa (prima dello scandalo Cambrige Analytica)  aveva annunciato che le sue munizioni si sarebbero dirette massicciamente contro Facebook, Google e le altre compagnie tecnologiche e nel settore dei social media perché “creano dipendenza in modo deliberato” e ingannano gli utenti manipolando la loro attenzione”.

 

Qualcosa sta cambiando?

Dopo la Grande Crisi del 2007 iniziò ad apparire sempre più chiaro che qualcosa sarebbe cambiato nella politica degli Stati di tutto il mondo nei confronti dei paradisi fiscali che fino ad allora erano stati ampiamente tollerati nonostante le ineguaglianze fiscali e sociali che creavano; qualcosa di simile sembra iniziare a maturare nei confronti dei giganti del web e questa crescente insofferenza trova sempre più uniti populisti e intellettuali di destra come di sinistra.

Se l’azionario americano inizia a soffrire un po’ l’Europa non sembra proprio ancora sorridere.

Nessun “decoupling” finora e l’azionario Europa sembra totalmente al traino delle Borse mondiali e fuori dai giochi con la Borsa italiana che solo nell’ultimo anno ha dato qualche segnale di vita ma che si trova ancora a -35% rispetto ai prezzi di 10 anni fa come indice Msci Italy.

Se l’azionario Usa dovesse entrare in una fase di correzione e fermarsi, difficile pensare che questo non avrebbe conseguenze su quasi tutti i listini azionari mondiali e al momento mentre scriviamo non si vedono come alternative così interessanti da far decidere scommesse forti.

Parte del testo di questa analisi è stata anche pubblicata come contributo sul sito ItForum,it il 13 aprile 2018 (vedi qui

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