Finanza in famiglia: donne, metteteci il naso

Qualche giorno fa la giornalista Maria Laura Rodotà ha scritto su Io Donna un articolo che già nel titolo dice tutto “Ragazze i soldi non servono per le borsette ma per la libertà”. Molte donne, anche quelle di maggior successo nella vita professionale, all’argomento soldi “si fanno piccole” dice la giornalista. “E si riducono in condizioni estreme, che tante donne meno superdonne hanno imparato a evitare” argomenta la Rodotà nell’articolo e “trovano infiniti modi per mantenere condizioni di femminea dipendenza: che a loro fa comodo, le rassicura”. E invece bisognerebbe avere il coraggio “di lasciarsi alle spalle le vecchie abitudini, le vecchie scuse e gli alibi stantii” invita la guru della finanza personale d’oltremanica, Suzie Orman nel libro Donne e Denaro “per diventare pienamente abili e capaci nella gestione della finanza personale”. Lo conferma Paola Profeta docente di Scienza delle Finanze all’Università Bocconi: sul fronte finanziario le donne devono evolversi. “In un mondo – quello della finanza – rimasto forse l’ultimo baluardo nel quale si possa dire apertamente che le donne siano indietro – ha dichiarato la docente della Bocconi – emerge un grande bisogno di educazione finanziaria per la popolazione femminile. Si è mossa in questa direzione anche l’Ocse, con un team di esperti che si occupano di comprendere le ragioni e le implicazioni della scarsa alfabetizzazione finanziaria e che programmano interventi mirati. Perché essere meno capaci da un punto di vista finanziario significa contribuire poco allo sviluppo economico di un paese”.

Più donne occupate più crescita economica e demografica

Strette tra famiglia e lavoro, le donne tendono nella stragrande maggioranza dei casi a privilegiare i figli. Così in Italia abbiamo tante potenziali professoresse ma poche professioniste. Le Minerve d’Italia sono oggi più degli uomini nella fascia d’età 15-64 anni (2,8 milioni laureate contro i 2,3 milioni di laureati). In un’economia sempre più della conoscenza, le donne possono essere secondo ManagerItalia “la principale risorsa per lo sviluppo e la crescita dell’economia”. Se solo lavorassero di più e facessero più carriera. Le donne dirigenti nel settore privato sono in Italia l’11,9% del totale mentre in Europa sono in media il 33%. Nei Consigli di Amministrazione e negli organi di controllo delle società quotate le donne pesano appena per il 4,8%. Le donne imprenditrici sono appena il 23,3%. L’esclusione dal mondo delle professioni che ci ha relegato ai margini dell’economia e della società nell’800 e in parte anche nel 900, nel 2000 è diventata in Italia una vera e propria rinuncia ad entrare nel mondo del lavoro da parte delle donne con figli. Il ragionamento (finanziariamente sbagliato) è “se lavoro, con quello che prendo pago la baby sitter” è purtroppo molto frequente. Ma i bambini prima o poi crescono e anche se i primi anni si va a pari, il fatto di produrre reddito per 30 o 40 anni fa la differenza, perché se i primi anni lo stipendio coprirà le spese della nanny, negli anni successivi ci sarà un surplus. Che contribuirà in modo esponenziale alla crescita del Paese oltre a dare una maggiore stabilità finanziaria alla propria famiglia. Con grande beneficio anche della crescita demografica del Paese grazie al fatto ormai ampiamente dimostrato che le donne che lavorano fanno più figli.

Womenomics e progresso

Gli economisti inglesi hanno coniato il termine “Womenomics” proprio per evidenziare il circolo virtuoso che ci può essere tra più occupazione femminile, maggiore fecondità e maggiore crescita dei paesi più sviluppati. Sono stata recentemente in Danimarca, il paese più evoluto dal punto di vista della parità dei sessi, e ho visto famiglie con in media tre bambini a testa. Ho intervistato anche per la rivista “Patrimoni”, l’allegato mensile di Milano Finanza, un gestore donna di Nordea, una banca attivissima nei paesi del Nord in cui metà dei 31 mila dipendenti sono donne. Secondo la Goldman Sachs, l’Italia e il Giappone rischiano una bomba demografica individuando ancora una volta un nesso tra bassa occupazione femminile e negative prospettive demografiche. In America metà della forza lavoro è femminile. Ed è il paese che ha ricucito più in fretta le ferite della crisi finanziaria, mentre l’Italia è ancora al palo. Il gap di genere tra donne e uomini in Italia è maggiore di quello del Botswana e del Paraguay. In Europa siamo ultimi in base a questo indicatore. Le donne in Italia rappresentano il 57,5% dei laureati ma il tasso di occupazione mostra un distacco del 24% rispetto agli uomini che sale al 33% nel Mezzogiorno.

Finanza in famiglia: ecco chi comanda

Secondo una ricerca di Episteme per la compagnia di Assicurazioni Axa la ”la gestione delle entrate in famiglia e ancora prevalentemente delegata all’uomo; è lui a gestire i rapporti con il mondo finanziario e gli investimenti (38% contro il 19% di donne)”.

Investimenti_Donne

E questo è un vero peccato perché l’unione dei due generi su argomenti tanto importanti genererebbe certo qualche scontro in più, ma sarebbe un beneficio per la crescita del patrimonio: perché lo vedo anch’io nel mio lavoro di consulente finanziario indipendente: se l’uomo tende a essere (estremizzando) sbilanciato sul fronte del rischio (la richiesta è “faccia crescere il mio patrimonio”) la donna ne è talmente avversa da precludersi delle opportunità di investimento (la richiesta è “ne abbia cura, lo conservi”). Ovviamente tra la richiesta maschile di spingere il più possibile sull’acceleratore per non perdere nessuna opportunità e quella femminile di optare per investimenti totalmente “free risk”, c’è un mare di opportunità intermedie che una coppia potrebbe prendere in considerazione riequilibrando il proprio opposto atteggiamento mentale. Mi è capitato nel corso di un colloquio con una coppia di investitori di sentire due opposti commenti riguardo a obbligazioni di una banca italiana poi salvata dallo stato con i soldi dei contribuenti, che negli ultimi 4 anni stavano ancora come valore al prezzo di carico sentire dalla moglie il seguente commento “Meno male non abbiamo perso niente” dal marito “Ma come in quattro anni non hanno reso niente!”. Lui ovviamente voleva fare azionario lei solo obbligazionario. Lui aveva paura di perdere delle opportunità, lei di perdere soldi. C’è verità in entrambi i punti di vista per questo sarebbe importante ragionare di fronte a entrambi i coniugi di queste questioni.

Le donne fanno dell’avversione al rischio una bandiera spesso penalizzante: non si investe per conservare quello che si ha ma per farlo crescere. L’investimento è gestione del rischio e non la sua eliminazione a meno di non volersi far raccontare delle favole. Gli uomini di contro sono sempre sulla logica del confronto spesso avulso dal contesto “quell’altra cosa ha reso di più” confrontando spesso mele con pere e con la malefica e perdente logica del “senno di poi”.

In finanza l’unione tra maschi e femmine farebbe la forza se le donne come mi sono spesso sentita dire non si escludessero subito fuori dalla partita “Finanza? Ma per carità”.

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