L’ERA DEL FINTECH. COME SARANNO LE BANCHE DEL FUTURO?

Il futuro delle banche e dei nostri soldi? C’è un banchiere italiano, napoletano di origine, che probabilmente ha più di altri lo scenario possibile in testa dal punto di vista dei modelli che si imporranno.

Si chiama Roberto Ferrari ed è il direttore generale di CheBanca! , la banca retail del gruppo Mediobanca nata nel maggio 2008.

Roberto Ferrari, direttore generale di CheBanca! autore del libro "L'era del fintech"
Roberto Ferrari, direttore generale di CheBanca! autore del libro “L’era del fintech”

E’ autore del primo libro italiano dedicato al fintech (abbreviazione del termine inglese “financial technology”) dal titolo “L’era del Fintech” (editore Franco Angeli, disponibile anche su Kindle); un manuale denso ricco di dati, storie, interviste e stimoli che interessano sia chi vuole costruire il nuovo modo di fare banca e finanza che i loro clienti.

Il fintech spiegato da Roberto Ferrari a una nonna? “Cara nonna, non devi più andare fisicamente in banca, ma tutto quello di cui hai bisogno lo puoi fare dal tuo pc o dal tuo telefonino”.

Si tratta di un banchiere atipico per il panorama italiano anche perchè non proviene da questo mondo e prima di approdare in questo settore ha lavorato in multinazionali come Procter & Gamble dove è stato anche direttore marketing europeo, occupandosi di dentifrici e saponette prima di diventare uno dei massimi esperti di banche digitali.

Col suo zainetto in spalla in questi anni non c’è quasi un evento significativo  del settore del fintech dove non ha partecipato e non a caso è attualmente l’unico banchiere italiano nella classifica elaborata da Financial News/WSJ dei 40 “ Fintech Power People che stanno cambiando in Europa il modo di fare banca grazie alla tecnologia”.

Una visione internazionale e attenta all’evoluzione delle nuove tecnologie digitali che stanno trasformando il modo di fare banca condensata in un libro.

Del settore bancario, e soprattutto in Italia, si parla soprattutto dei tanti rischi che lo caratterizzano e che vanno dalla bassissima redditività al problema delle sofferenze.
Ma esistono anche le opportunità che la rivoluzione digitale può offrire al settore bancario. E quello che emerge da questo libro è proprio come l’ondata digitale che sta colpendo anche i servizi finanziari (e SoldiExpert SCF nella gestione dei risparmi sta cercando di partecipare nel suo piccolo a questa piccola grande rivoluzione) e il banking cambierà (e sta già avvenendo da diversi anni) il modo di fare banca grazie alle potenti trasformazioni in atto che cambieranno prima di tutto il modello di banca generalista, quella che fa tutto. Con vinti ma anche vincitori.

Nel Ferrari pensiero il modello tradizionale andrà scomparendo: “i costi di struttura non sono sostenibili, in Italia abbiamo oltre 10mila filiali in più del necessario, perché molti clienti usano l’online. E’ in atto una fortissima trasformazione e le banche ripenseranno il loro modello di business. Ci saranno poche banche generaliste grandi e il banking si spezzerà in verticale: chi è forte digitalmente si prenderà pezzi della banca generalista».

L'Era del Fintech (Franco Angeli Editore) di Roberto Ferrari
L’Era del Fintech (Franco Angeli Editore) di Roberto Ferrari

Esistono forti rischi in quella che qualcuno invoca come una “digital disruption” ma anche opportunità per chi saprà coglierle. “Nelle vecchie filiali di qualche anno fa le banche potevano raggiungere al massimo 15-20 momenti di contatto intelligenti annui con un cliente medio, assumendo una visita al mese o più – osserva Michael Panowicz, deputy Head e SVP Digital Banking in Nordea – Oggi i contatti sono 10-15 dall’online banking più 20-30 via mobile, al mese, senza contare il contare il Contact Center e poi l’interazione con i Social….Non c’è nessun altra industria o settore dei servizi che io conosca che potrà avere un numero così alto di transazioni così intime con i propri clienti”.

Anne Boden (anche lei intervistata nel libro) è la fondatrice e amministratrice di Starling Bank, una delle top 25 fintech startup nel mondo secondo il “Sunday Times” che sta costruendo una banca (ha ricevuto le autorizzazioni da poche settimane e dovrebbe essere operativa dal gennaio 2017) che lancerà un conto corrente innovativo basato solo sullo smartphone. La banca a portata di telefonino.

Uno dei tanti giocatori più piccoli che vogliono aggredire le banche più grandi per portare loro via un pezzetto della catena del valore e che pensa che fra qualche decennio la sua come altre neobank riusciranno a far apparire le tradizionali banche come dinosauri destinate all’estinzione se non si adegueranno.

Il principale motivo che trattiene le persone dal cambiare banca è il fatto che l’80% dei clienti bancari non percepisce vere differenze tra le alternative esistenti, anche se, quando stimolati, due terzi dicono che i prodotti e servizi offerti dalla loro banca non soddisfano in realtà quello di cui hanno bisogno” analizza Anne Boden e questo punto di partenza mi sembra valido per affrontare anche il mondo delle banche italiane e le profonde trasformazioni in atto e iniziare la lunga chiacchierata con Roberto Ferrari.

intervista

Salvatore Gaziano: Come sarà la banca del futuro ? Esisterà una banca del futuro o esisteranno più modelli di banca? Quale è il modello che secondo lei potrebbe essere il più adatto per il mercato italiano o quello su cui sta lavorando la banca di cui è general manager ?

Roberto Ferrari: A mio avviso esisteranno diversi modelli di erogazione di servizi bancari, alcuni di essi nemmeno erogati da banche. Ci sarà molta più scelta e concorrenza. La diffusione del digitale abbatte le barriere all’ingresso e abitua la clientela a modelli di servizio e di user experience provenienti da settori diversi ma affini (si pensi all’e-commerce e alle piattaforme di sharing economy). E’ una forte rivoluzione rispetto al modello di banca retail tradizionale, la banca universale,  dove tutti fanno di tutto e tutti si assomigliano tra loro. Personalmente credo molto nel modello di Marketplace banking, -che descrivo nei nove trend futuri nel libro – dove la banca si trasforma in piattaforma si apre a  prodotti e servizi provenienti da partner esterni, attraverso una forte integrazione multicanale e di dati, mantenendo una user experience unitaria. Non è indispensabile che una banca faccia tutto da sola e mantenga tutte le fabbriche prodotto in casa. C’e’ gente più brava di noi. E’ una sfida per tutti che presuppone anche un’apertura mentale e un cambio culturale. Affascinante.

Gaziano:  Il fintech resta una forza trainante ma molti correntisti e risparmiatori non si rendono magari conto di come sta impattando e impatterà nel settore? Può fare qualche esempio di come già oggi il fintech sta cambiando in Italia o nel mondo nella vita di tutti i giorni il modo di fare la banca a beneficio del cliente in termini di miglior servizio, minori costi, maggiore efficienza?

 


Ferrari:
Il Fintech non nasce oggi ma è una tappa, fondamentale, nell’evoluzione tecnologica dei servizi finanziari, partita da fine dopoguerra già con le carte di credito e gli ATM (bancomat) per fare un esempio per arrivare all’internet banking. Lato cliente le prime trasformazioni visibili si vedono già nel mobile banking fino ad arrivare ai mobile payment e al P2P send money: servizi come Satispay o Jiffy poco tempo fa non esistevano e sono i progenitori di transazioni real time, via smartphone (e non solo), in modalità semplificata. La banca non solo si rende accessibile (internet banking) ma portatile (mobile), come spiego nel libro. Cambieranno sempre più i servizi di customer service, digitalizzandosi. Ci sono poi tanti altri servizi nuovi che stanno emergendo, dai Robo Advisor, al marketplace lending, dal crowdfunding ai servizi per le PMI. Tutti i vari pezzi di fare banca verranno rivisti. Questo porterà maggiore accessibilità ai servizi, maggiore trasparenza, scelta e minori costi (sia per i player digitallizzati che per i clienti finali). Del resto già l’avvento delle banche digitali degli anni 2000 come CheBanca! e le altre ha proprio portato questo. La trasformazione si rafforza e accelera.

Gaziano:    La crisi del settore bancario (che in Italia è più forte ma che in realtà è planetaria) evidente soprattutto a vedere le quotazioni di Borsa vede sul banco degli imputati al primo posto in Italia le sofferenze e la cattiva erogazione del credito unita a una congiuntura economica pessima ma esiste anche un problema di redditività che vede le banche italiane al fanalino di coda in Europa. Il fintech offre soluzioni e opportunità per fare banca in modo più efficiente ma taglia anche molti margini e rendite di posizione. E tutto questo processo potrebbe favorire le banche più veloci, leggere e con meno “zavorra” o far emergere nuovi sfidanti magari fra le start up del settore o fra le società big tecnologiche o delle Tlc (Apple, Google, Facebook, Amazon, Vodafone…). In conclusione, per il settore bancario tradizionale questa rivoluzione tecnologica nel suo complesso non potrebbe essere più una minaccia che un’opportunità? E l’addio ai grassi margini del passato ? Nel suo libro ricordo una tabella dove c’è scritto che il 60% dei profitti globali del mondo bancario sono a rischio col fintech… Per le banche il peggio deve ancora venire?

Ferrari: E’ una delle grandi domande sul futuro. Personalmente penso che i modelli tradizionali di ricavi per le banche verranno messi sotto pressione, come già successo con l’arrivo delle banche digitali. Il vecchio modello di fare banca attraverso le filiali, secondo il vecchio assioma per cui è la banca che detiene il controllo della relazione, è  in via di estinzione. La relazione diventa multicanale e il potere si sposterà verso il cliente, in virtù delle maggiori scelte disponibili. Già oggi McKinsey stima che il 30% dei ricavi del settore finanziario in Italia sia influenzato da un’attività di ricerca on line da parte dei clienti.

Dall’altra parte il digitale non è solo fronting ma riguarda l’intera filiera dei servizi bancari, ivi inclusi middle e back end.  C’e’ un’enorme opportunità di ridurre significativamente i propri costi operativi, di essere molto più efficienti. A mio avviso chi saprà correre sull’efficienza usando il digitale libererà risorse importanti. Ma ciò potrebbe non bastare, è necessario oggi costruirsi un vantaggio competitivo nei servizi alla clientela attraverso modelli e servizi digitali, l’uso dei dati e una UX all’altezza delle migliori practice per non rimanere tagliato fuori. Su questo concordo pienamente con Mariano Belinky di Santander Innoventures che ho intervistato nel libro. I benchmark sono cambiati. La banche non vengono più valutate rispetto ai propri peer ma rispetto ai grandi player del web. La concorrenza, tra FinTech startup e i GAFA (acronimo delle potenze del web Google, Amazon, Facebook and Apple, ndr)  non aspetterà certo. Sarà una grossa sfida che, di nuovo, richiederà un forte cambio culturale e manageriale in un Paese troppo ancorato al passato e un’iniezione forte di nuovi talenti.

bancafuturo

Gaziano:    Ci sono paesi e continenti al mondo dove l’eredità con il mondo tradizionale della banche è meno forte che in Paesi come l’Italia dove ci portiamo addosso il peso di aver inventato nel 1400 le banche (da Banco San Giorgio a Monte dei Paschi di Siena). E dove è più difficile innovare e rinnovare… Da questo punto di vista le banche del futuro più agili e moderne come i servizi più efficienti  da quel che si legge anche nel suo libro e nelle interviste potrebbero  nascere in Asia, Africa, nell’Europa dell’Est dove ci sono meno rendite di posizione da colpire e con la tecnologia e con la clientela si parte da zero. E non c’è probabilmente tutta la burocrazia e compliance che c’è nel Vecchio Mondo e la grande complicazione che si è raggiunta… Non è un paradosso? Da questo punto di vista l’Italia potrebbe essere al mondo dove vedremo meno innovazione nelle banche….

Ferrari: L’Italia in termini di innovazioni bancarie non è necessariamente indietro. Ci sono esempi come Fineco nel trading on line, come le prepagate, come le novità portate da CheBanca! che rappresentano dei casi di successo anche internazionali. Il punto è che sono punte che non sono ancora riuscite a rafforzare un ecosistema. Ma i clienti si stanno digitalizzando, ormai ci sono più di 17 milioni di correntisti che usano regolarmente l’home banking, il mobile banking sta crescendo molto, Paypal intercetta ormai un terzo delle transazioni on line, per cui a volte ho l’impressione che sia più l’industria a essere indietro, l’offerta, che la domanda. Certo la debolezza del sistema bancario italiano, la sua frammentazione, la sua limitata internazionalizzazione, la scarsa disponibilià di capitali, le problematiche relative agli NPL e ai requisiti patrimoniali  sono dei forti freni impliciti all’innovazione. Il rischio è di venire colonizzati anche in questo settore. Sarebbe un vero peccato perchè ho visto in giro startupper delle FinTech italiane, anche ex manager provenienti dal mondo finanziario, che non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi stranieri. Come spesso accade in Italia la somma delle individualità non produce un valore aggiunto, non fa sistema. Detto questo, è palese che dove ci sono meno legacy come in Asia e in Africa si fa prima, e non è un caso che i casi più eclatanti di nuovi servizi digitali nel mondo finanziario vengano dal Kenia dalla Cina, dall’India. L’Occidente ha molti più ostacoli nel percorso e dovrebbe guardare a sud e est per imparare qualche scorciatoia.

Gaziano:   Nel settore dei prestiti soprattutto negli Stati Uniti diverse società sono entrate in concorrenza in modo forte sul fronte dei prestiti a privati e imprese. Penso ai casi di Zopa, Lending Club o On Deck Capital, società che consentono di erogare direttamente prestiti tra privatisenza alcun intervento da parte di intermediari bancari o finanziari, e lucrando una percentuale sul prestito elargito più basso di quella applicata nel tradizionale canale bancario (e alcune esperienze di questo tipo sono state avviate anche in Italia). Il tutto gestito tramite la tecnologia e il web con piattaforme che nel giro di pochi giorni riescono ad analizzare la richiesta del creditore ed erogare immediatamente il prestito. Tutto fantastico e che va verso la disintermediazione bancaria grazia alla digitalizzazione.  Ma a vedere le quotazioni di Borsa di alcune queste società dopo il boom iniziale sembra esserci qualche problema ovvero un tasso di insolvenza dei debitori più elevato di quello che si stimava. Colpa degli algoritmi o il delinquency rate quando si erogano prestiti online rischia di decollare e avvicinarsi a quello dei mutui subprime (26%)? O talvolta si celebra con troppo entusiasmo l’”alternative finance” o il fintech (penso anche alle società di roboadvisoring più citate) senza guardare ai risultati e vedere i bilanci delle varie società ma solo le capitalizzazioni borsistiche o i soldi raccolti dai finanziatori in un clima quasi da “new economy”?

Ferrari: In ogni fase di distruzione creativa -questa è la fase in cui siamo con il FinTech oggi –  ci sono moltissime spinte verso l’innovazione e moltissimi nuovi player che cercano di farsi spazio nel mercato. Se torniamo indietro con la mente all’inizio del nuovo millennio ricorderemo tutti tantissimi siti di e-commerce e di on line travelling poi spariti. Per non parlare ancora prima degli ISP. Tiscali oggi è ben diversa da 17 anni fa. La bolla di internet è ancora ben impressa nella mente di tutti. Eppure da quella bolla sono emersi i grandi vincitori, i dominatori della scena digitale di oggi, da Google a Amazon da Expedia a Booking.com ecc. Nulla di nuovo quindi. Ci saranno vincitori e vinti, illusioni, delusioni e nuovi grandi player che emergeranno. Ma non è che nel frattempo Carrefour o Walmart siano sparite. Poi, nel caso specifico delle piattaforme di marketplace lending, come spiego nel libro, in realtà non è un vero P2P lending tra persone, la maggior parte delle somme prestate viene oggi da istituzioni finanziarie, fondi pensione, ecc. La finanza sta trovando un modo forse più efficiente di erogare prestiti.

Gaziano:      Dal suo libro emerge come il settore bancario tradizionale dovrà fare una forte cura dimagrante come sportelli bancari e personale. C’è chi parla di una riduzione fra il 30% e il 50% degli sportelli bancari (l’intervista  a Brett King, fondatore e ceo di Moven, una delle principali neo bank al mondo, l’ho trovata molto stimolante) resi obsoleti dalle operazioni bancarie che già oggi si possono fare col computer, tablet o smartphone. La banca di cui è direttore generale, Che Banca, è nata nel 2008, già puntando sull’integrazione fra banca online e negozi bancari. Che il mondo bancario fosse destinato a cambiare e non più fondarsi solo sugli sportelli bancari non è cosa che scopriamo da pochi mesi o anni. Perché il sistema bancario italiano allora ha perso 2 lustri per rendersi conto che il mondo stava cambiando e non ha avviato prima, quando poteva più facilmente permetterselo perché i bilanci lo consentivano, una più radicale ristrutturazione e modernizzazione? C’è forse una classe di banchieri italiani molto pagati e poco lungimiranti ? E che qualsiasi accada restano sempre al loro posto o al limite se fanno male vengono promossi ? O ci sono altre colpe nel sistema bancario italiano che riguardano gli azionisti delle banche tipo le fondazioni bancarie o altro?

Ferrari: In generale il sistema bancario italiano è stato lento nel percepire la portata del cambiamento in atto. Le faccio un esempio: CheBanca! è nata nel 2008, con un’impostazione da banca digitale con pochissimi sportelli. Nell stesso anno, a 8 anni dallo scoppio della bolla di internet, il sistema bancario ha raggiunto il picco massimo storico di numero di sportelli bancari. C’era la corsa agli sportelli. Una grossa miopia, ed oggi l’Italia ha una densità di sportelli circa il 30% più alta della media europea. Ora, è vero che all’epoca la penetrazione dell’internet banking in Italia viaggiava intorno al 10% e che ancora oggi viaggiamo a livelli uguali a quelli della Scandinavia di nove anni fa (intorno al 50%), ma è anche vero che la struttura dei costi in Italia è rigida e avere un pò di visione sui trend futuri avrebbe aiutato. Poi ci sono le eccezioni, da CheBanca! stessa a Fineco, alle cosidette Banche Rete, a IW bank, non tutti hanno seguito lo stesso percorso. Il messaggio che mi permetto di lanciare ai manager bancari che guideranno il futuro è di non sottovalutare la portata del cambiamento. Il digitale non è solo un canale che si aggiunge, è una completa trasformazione dell’industria e dei modelli di business, “L’era del Fintech” prova a spiegarlo.

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