FUSIONE BANCO POPOLARE/BPM: LA BCE APPROVA LE NOZZE E FA VEDERE AI BANCHIERI ITALIANI CHI COMANDA E COME FUNZIONA ORA LA VIGILANZA

Se la Bce dovesse chiedere un aumento di capitale la fusione tra Banco Popolare e Bpm “non si farà più”. E più precisamente: “Voglio essere chiaro una volta per tutte – ha detto ancora Saviotti – io ci metto la faccia: non ci sarà nessun aumento perché non ce n’è bisogno, lo abbiamo detto con chiarezza io e Castagna”.

Così solo qualche settimana fa (era il 26 febbraio) si esprimeva Pierfrancesco Saviotti, il numero 1 di Banco Popolare intervistato su “Il Messaggero” respingendo decisamente qualsiasi ipotesi di aumento di capitale eventualmente richiesto dalla BCE per portare a termine la fusione con la BPM guidata da Giuseppe Castagna.

L’annuncio ufficiale di fusione fra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano arrivato nella notte ha confermato quello che era già nell’aria da qualche giorno: Saviotti ci ha messo la faccia ma la Banca Centrale Europea ha preferito soldi sonanti. Per dare il disco verde a questa tribolata aggregazione dopo mesi di indiscrezioni, di stop e di ripartenze, la BCE ha preteso, infatti, che il Banco Popolare, l’istituto considerato più debole patrimonialmente per via dell’alto livello di sofferenze detenute, mettesse in campo un cospicuo rafforzamento per Banco Popolare di 1 miliardo di euro.

Il Banco Popolare ha crediti deteriorati (presti che faticano a tornare indietro) pari al 18,4% dei prestiti coperti con accantonamenti al 43,7%; le sofferenze nette sono pari a 6,5 miliardi di euro, cifra quasi pari al patrimonio dell’istituto. Il Texas Ratio (un indice che raffronta le sofferenze di un istituto al suo patrimonio) è per Banco Popolare a 156 fra i più elevati del panorama italiano ben oltre la soglia di quota 100. I collaterali a garanzia dei prestiti di Banco Popolare saranno magari buonissimi e super capienti ma di fronte a simili numeri è comprensibile che la BCE prima di dare il sì alle nozze abbia preteso una dote più ricca.

E così per la BCE il punto di partenza non è stato quello portato avanti dai banchieri italiani e dai loro consulenti secondo cui nelle fusioni uno più uno fa 3 per effetto delle magiche sinergie (315 milioni di euro secondo un recente report di Citigroup potrebbe essere il livello di minori costi che l’aggregazione Popolare/BPM potrebbe sprigionare ed è magari superfluo ricordare che Citi insieme a Lazard è fra i consulenti finanziari di Bpm in questa aggregazione) ma più terra terra ha preteso del capitale supplementare aggiuntivo nel caso il bicchiere invece che essere mezzo pieno fosse mezzo vuoto.

Le fusioni nel settore bancario italiano “sono le benvenute, ma occorre che si tratti di fusioni riuscite”. ha detto la presidente del board della supervisione bancaria Bce Daniele Nouy alla commissione economica dell’Europarlamento nel corso di un’audizione. “Sappiamo che in altri paesi delle fusioni hanno portato a situazioni peggiori o a difficoltà per le banche nate” da tali operazioni. Per questo, ha aggiunto Nouy, la nuova banca italiana nata dalla fusione “dovrà essere solida dall’inizio: si tratterà della terza banca italiana e dovrà essere in una situazione paragonabile a quella delle altre banche comparabili”.

Con questa aggregazione nasce, infatti, la terza banca del Paese con attivi per oltre 170 miliardi di euro e la BCE considera giustamente questa nuova entità una banca di rilevanza sistemica, richiedendo del capitale aggiuntivo a tutela maggiore dei depositanti e dei titolari di obbligazioni.

Peraltro in modo ironico la francese Danièle Nouy, il capo della vigilanza Bce, ha spiegato anche il modo curioso dei banchieri italiani di affrontare le fusioni: “in quello che era il mio precedente incarico (capo della vigilanza bancaria in Francia, ndr) la prima cosa che due banche avrebbero messo sul tavolo, discutendo una fusione, è un piano industriale della nuova entità. Prima di qualunque altra cosa…Ma dai miei colleghi italiani mi è stato spiegato che non è così che finora hanno funzionato le cose in Italia, che (il piano industriale) viene un po’ più tardi”.

In Italia prima si discute della governance (delle poltrone, insomma) e poi il piano industriale è come il Natale. “Quando arriva, arriva…” occorrerebbe spiegare a questa vigilante francese che forse non conosce i libri dei sogni che i banchieri italiani in questi anni hanno scritto in moltissimi casi facendoli passare per piani industriali con il sigillo dei loro advisor.

Se le banche italiane sono fra quelle in Europa con il maggior numero di “non perfoming loans” (NPL) ovvero crediti per i quali la riscossione è incerta sia in termini di rispetto della scadenza che per ammontare dell’esposizione, il triplo rispetto alla media dell’Unione Europea, e sono anche secondo l’Eba, l’Autorità Bancaria Europea, le penultime in Europa per redditività non ci si deve stupire se la vigilanza bancaria europea chieda dei requisiti supplementari e non si accontenti delle solo slide e dei fogli excel dei banchieri italiani.

Se il compito della vigilanza bancaria della BCE è quello di guardare prima di tutto agli interessi dei depositanti e dei creditori delle banche per prevenire eventuali situazioni di crisi come tutti i parlamenti europei (compreso quello italiano) hanno votato anche con l’approvazione della direttiva BRRD ovvero Bank Recovery and Resolution Directive) è curioso quindi che molti banchieri e opinionisti italiani in queste settimane abbiano cercato di far passare solo la tesi che i burocrati europei sono troppo rigidi e pure antipatici.

Peccato che vedendo quello che è stato scoperchiato in questi mesi nella gestione allegra e dissennata per gli azionisti e obbligazionisti di banche come Popolare Vicenza e Veneto Banca, Banco Popolare di Etruria o Banca Marche che per tantissimi anni hanno goduto di briglie non troppo strette è difficile non stare dalla parte dei nuovi vigilanti bancari europei.

E in proposito una fotografia mancata scattata all’assemblea del Banco Popolare venerdì 18 marzo nei capannoni fieristici di LodInnova dice più di mille parole. Un episodio che pochi media hanno raccontato ma che merita di essere ricordato.

Ilze Rainska
L’inflessibile Ilze Rainska, osservatrice della BCE all’assemblea del Banco Popolare si rifiuta di dare la mano al ceo Pierfrancesco Saviotti

Fra i partecipanti all’assemblea degli azioni anche la lettone Ilze Rainska, quarantenne in tailleur e capelli corti seduta in prima fila.  Non una signora qualsiasi ma la responsabile del «joint supervisory team» della Banca Centrale Europea. L’ispettrice inviata da Francoforte che per la prima volta ha partecipato a un’assemblea di una banca italiana in qualità di osservatrice.

Il padrone di casa, Pierfrancesco Saviotti, le manda i saluti dal palco “Welcome to Lodi, Mrs Rainska” e gli azionisti in sala a Lodi e in teleconferenza a Verona e Lucca applaudono. Per cinque ore seduta in prima fila la commissaria della BCE ascolta tutti gli interventi tradotti dall’inglese e al momento del congedo il ceo di Banco Popolare, Saviotti, si avvicina per stringerle la mano in favore di fotografi e telecamere.

“Nein, danke. Fra controllori e controllati occorre tenere le distanze per “non creare aspettative ” fa capire l’algida commissaria nordica lasciando il banchiere italiano stupito con la mano sospesa nell’aria.

Altri tempi rispetto a quando l’ex numero di Banca d’Italia, Antonio Fazio, proprio a Lodi si faceva fotografare in un’analoga assemblea per le vie cittadine con l’allora ad della Popolare Lodi, Giampiero Fiorani, Cesare Geronzi e Emilio Gnutti.

Welcome to Italy, Mrs Rainska 🙂

Twitter @soldiexpert

Il testo di questo articolo è stato anche pubblicato (vedi qui) in un articolo de “Il Fatto Quotidiano” il 30 marzo 2016.

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