Il nuovo Eldorado per la Germania? La Cina. Ecco come azioni tedesche ed economia hanno affrontato la pandemia 2020 e cosa sapere prima di investire

Cosa succede sui mercati finanziari e nel mondo? Il secondo focus della nuova Lettera Settimanale analizza la Germania al punto visto borsistico ed economico. Cosa è accaduto e perchè è fra le economie dell'Unione Europea che va meglio? Un'analisi ad ampio raggio che fa il punto sulla terza settimana del 2021 e sulla locomotiva tedesca che sembra sempre più correre verso il binario cinese.

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Nuovi massimi nella settimana scorsa per gli indici azionari Usa dopo il giuramento di Joe Biden come 46° presidente americano.

Il migliore mercato si è rivelato quello della Corea del Sud (+6,4%), Hong Kong (+4,5%), Nasdaq (+4,2%) e il plotone delle borse asiatiche (Giappone compreso) mentre in fondo classifica sono andati Polonia, Vietnam (dopo la corsa e di cui avevamo parlato diffusamente la scorsa settimana ) e anche Piazza Affari (S&P Mib) insieme a Spagna e Brasile.

La crisi di governo al “buio” in Italia ha influito un po’ negativamente come si è visto anche dalla risalita del differenziale di rendimenti del BTP italiano che è tornato ad aumentare e vede oggi il titolo obbligazionario greco offrire gli stessi rendimenti annui lordi di quello italiano: 0,68%.

Chiunque sia stato in Grecia avrà, prima o poi, sentito questa frase: “Italiani, Greci: Una faza, una raza” (una sola faccia, una sola razza).

Con tutto l’amore e il rispetto per il nobile popolo ellenico (e i romanzi di Petros Markaris) essere in Europa equiparati alla Grecia non è molto bello.
Il rapporto pre-pandemia debito/Pil della Grecia a fine 2019 era del 177% contro il 135% dell’Italia e il Pil pro capite dei greci (20.324 dollari Usa) è quasi la metà di quello degli italiani (35.000 dollari Usa).

Il Pil pro capite si ottiene dividendo il Pil (Prodotto Interno Lordo) di uno Stato con il numero degli abitanti e viene utilizzato come indice di misurazione della ricchezza e dello sviluppo di un Paese. Non farà la felicità ma aiuta.

Fra i più alti in Europa dei paesi medio-massimi come Pil Pro Capite c’è la Germania (quasi 48.000 dollari Usa perché i biglietti verdi in economia sono l’unità di conto mondiale) e la Germania merita qualche considerazione in questa seconda Lettera Settimanale perché nel 2020 nonostante la pandemia fra le piazze borsistiche migliori del Vecchio Continente c’è proprio la piazza azionaria tedesca.

Che è riuscita a recuperare tutte le perdite (di quasi il -35% nel momento peggiore ovvero a marzo 2020) e a chiudere in positivo (+3,8% l’indice Dax, +8,7% l’indice Mdax che raggruppa le società di media capitalizzazione).

Altro dato interessante: la Borsa tedesca dal 22 novembre 2005 (data in cui Angela Merkel è stata eletta nuova Cancelliera della Repubblica Federale Tedesca) è salita del 160% mentre quella italiana solo dell’1,94%.

Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo

La Germania nelle ultime settimane ha corso moltissimo e dal 1° novembre 2020 l’indice principale (il Dax) ha messo su un +20% sostenuto dall’andamento molto positivo del settore industriale nonostante una debolezza dei consumi. Ieri l’indice Dax è sceso anche perché la seconda ondata del Covid-19 anche in Germania sta provocando i suoi effetti nefasti dal punto di vista sanitario ed economico. Da metà dicembre i negozi sono stati chiusi come le scuole e qualche giorno fa le misure sono state prolungate e persino inasprite nonostante molti governatori siano in disaccordo con la Merkel.

E’ stato, infatti, introdotto l’obbligo per i datori di lavoro di proporre lo smart working ai dipendenti fino a metà marzo e dal 31 gennaio varrà anche l’obbligo di indossare mascherine FFP2 o chirurgiche obbligatorie nei trasporti pubblici o quando si va a fare la spesa. E resta confermato in Germania il divieto di vedere più di una persona, oltre al proprio nucleo di conviventi.

Il pugno duro in Germania sembra comunque iniziare a funzionare e in questi giorni il numero di decessi e contagiati è tornato indietro ai valori di ottobre 2020 con circa 6000/7000 contagi ma la media settimanale dei decessi resta ancora elevata (circa 800).

Ma tutto il mondo è paese (anche la Germania) e il lento avvio della vaccinazione preoccupa i manager tedeschi e non solo.

L’indice IFO rilasciato ieri ha certificato che l’umore tra le aziende in Germania è peggiorato all’inizio dell’anno e fra i settori in Borsa più penalizzati naturalmente quelli legati ai viaggi come il gruppo TUI (il tour operator n. 1 al mondo in crisi per la pandemia e salvato dallo Stato tedesco a marzo) che ha visto da venerdì le quotazioni scendere di quasi il 20%.

Il sentiment dei tedeschi è comunque abbastanza positivo sul futuro e secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale fra i Paesi dell’area Euro la Germania sarà fra quelli a tornare prima ai livelli Pil pre scoppio virus (già all’inizio del prossimo anno) mentre Italia e Spagna saranno quelli più seriamente danneggiati.

Non a caso la cancelliera Angela Merkel che quest’anno a settembre finirà il suo regno da “imperatrice d’Europa” durato 15 anni (nello stesso periodo in Italia, come indica l’immagine sottostante, abbiamo cambiato 7 presidenti del Consiglio e forse nei prossimi giorni ne cambieremo un altro ancora) ha appoggiato la proposta di aiuti comunitari massicci nel Recovery Fund per questi Paesi nonostante i dubbi dei paesi “frugali”.

PER UNA MERKEL IN CARICA 15 ANNI IN GERMANIA NOI IN ITALIA ABBIAMO CAMBIATO NEL FRATTEMPO 7 PRESIDENTI DEL CONSIGLIO. E NON E’ ANCORA FINITA….

I CINESI VOGLIONO VIAGGIARE IN AUDI, PORSCHE, MERCEDES E BMW E IN GERMANIA NE SONO ULTRA FELICI

Un’Europa allo sbando sarebbe un problema anche per la Germania che esporta quasi il 60% della propria produzione all’interno dell’Unione Europea anche se la grande speranza (oramai in verità una certezza) si chiama sempre più Cina come venerdì ha ben testimoniato la casa automobilistica Volkswagen (che comprende i marchi Audi, Porsche e Seat), fornendo alcuni risultati preliminari sull’andamento 2020.

L’andamento del produttore automobilistico n.1 al mondo come vendite ha avuto un quarto trimestre sostenuto che ha consentito di raggiungere anche nell’anno del Covid ben 10 miliardi di euro di profitti operativi nonostante un -15% di vendite globali. Un risultato inferiore naturalmente a quello del 2019 (19,3 miliardi di euro) ma che ha mostrato la capacità del gruppo con sede a Wolfsburg di realizzare comunque risultati positivi anche in uno degli anni più neri per l’industria automobilistica mondiale di sempre.

Merito del taglio dei costi ma anche dell’export soprattutto in Cina, il suo più grande e redditizio mercato, trainato soprattutto dai marchi più costosi. Risultati apprezzabili perché ottenuti nonostante i lanci ritardati del suo modello Golf 8 e della sua auto elettrica di punta, la ID. 3 (io aspetto curioso di vedere dal vivo, come si può vedere nell’immagine, l’uscita del Buzz, erede del glorioso T2, Bulli o Westfalia), mentre i marchi premium del gruppo hanno goduto di uno straordinario balzo nelle vendite. Audi ha registrato il suo miglior trimestre della storia negli ultimi tre mesi del 2020, vendendo più di 500.000 auto nel periodo per la prima volta.

 

Le vendite della Porsche sono calate del 3 per cento nel corso dell’anno, ma le consegne in Cina sono aumentate di oltre 2.000 unità rispetto al 2019, nonostante i lockdown e le chiusure dei concessionari.

E che la Germania punta molto al mercato cinese si è visto con l’accordo (di cui poco si è parlato sui media italiani) Unione Europea/Cina siglato a fine anno e fortissimamente voluto da Angela Merkel. Un accordo difficile negoziato per 7 anni che rappresenta la vera ciliegia sulla torta del suo semestre di presidenza europea.

Grazie a questo accordo, le imprese europee, in testa quelle tedesche del settore auto, potranno aumentare i loro investimenti in Cina (uno dei mercati più ostili al mondo) senza le restrizioni protezionistiche tuttora in vigore e in particolare l’UE ha ottenuto l’annullamento delle restrizioni delle aziende europee che vogliono avviare o espandere la loro attività in Cina in alcuni settori, tra i quali le auto elettriche (su questo insisteva l’industria tedesca), gli apparecchi sanitari, la chimica, i servizi finanziari, le costruzioni, l’informatica.

L’Ue a trazione tedesca ha ottenuto impegni sulla parità di trattamento delle sue aziende: Pechino ad esempio assicurerà che le sue imprese statali si muoveranno solo in base a criteri commerciali e smetterà di pretendere il trasferimento di tecnologie in cambio della possibilità di investire. Riguardo rispetto del clima e trattamento dei lavoratori in un Paese come la Cina dove esiste anche il lavoro forzato si è arrivati a un compromesso e il Cai (“Comprehensive Agreement on Investment” ) impegna la Cina a fare «sforzi continui e sostenuti» per ratificare le due principali convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro contro il lavoro forzato.

Chi vivrà vedrà.

 

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Il 2020 passerà alla storia borsistica della Germania anche come l’anno horribilis del più grave scandalo finanziario di tutti i tempi (Wirecard) e che ha coinvolto tutta la catena. I revisori dei conti (EY) ma anche le autorità di controllo (la Bafin, la Consob tedesca) accusati secondo un dossier dell’Unione Europea di conflitti d’interesse e influenze perniciose della politica.

Insomma tutto oro quello che luccica e il falò dei risparmi dell’ex gigante tedesco dei pagamenti online che era arrivato a capitalizzare quasi 30 miliardi di euro e oggi vale zero è stato clamoroso.

Una società di un paesino vicino Monaco di Baviera che si era guadagnata la fiducia dei mercati e dei consumatori ponendosi come alternativa europea del settore fintech alle americane PayPal e Western Union. Poi il 25 giugno 2020 il fallimento dopo la scoperta di un ammanco di bilancio da quasi 2 miliardi di euro e soldi scomparsi nel nulla fra le Filippine e i paradisi fiscali di mezzo mondo.

L’ex Steve Jobs tedesco (così era descritto) a capo di Wirecard, Markus Braun, è intanto in custodia cautelare e dice che lui non c’entra nulla.

Era l’amministratore delegato di Wirecard ma non sapeva di questi “magheggi”. Braun accusa Jan Marsalek, il suo ex direttore delle vendite come “criminal mind”. Da giugno Marsalek è braccato come un terrorista della Raf dalla polizia tedesca e compare fra i ricercati n.1

Una figura barbina non solo per Wirecard e i controllori tedeschi anche se non è la prima volta che la “superiorità tedesca” mostra pesanti crepe. Lo scandalo delle emissioni truccate della Volkswagen ha meno di 6 anni e prima c’erano stati altri scandali in Germania.

La stessa Volkswagen aveva offerto denaro e escort a dei sindacalisti presenti nel cda della società in cambio di voti all’interno dello stesso consiglio… E nel 2006 erano saltate anche fuori mega tangenti pagate da Siemens per aggiudicarsi appalti in tutto il mondo: 1,5 miliardi di euro! E la lista è lunga. Da Deutsche Bank con la manipolazione del tasso Libor alle innumerevoli cause del gruppo Bayer.

Cose che capitano anche nelle migliori famiglie, insomma.

Intanto gli investitori tedeschi piccoli e grandi come è accaduto d’altra parte in tutto il mondo hanno aumentato massicciamente le puntate sulle azioni e il 2020 è stato un boom con oltre 33 miliardi di euro di acquisti solo nei primi 9 mesi del 2020. D’altra parte con un Bund che rende -0,54% all’anno rifugiarsi nell’obbligazionario significa bruciare solo potere d’acquisto visto che peraltro quello è solo il rendimento nominale.

Intanto lo scandalo Wirecard ha convinto i vertici della Borsa tedesca a modificare lo stesso indice Dax che dal settembre 2021 passerà da 30 a 40 titoli e contemporaneamente l’indice Mdax (quello delle società di media capitalizzazione) passerà da 60 a 50 titoli.

Ci sarebbe da dire ancora moltissimo sul mercato tedesco (presente in alcuni nostri portafogli azionari di consulenza generica come quello legato all’Eurostoxx 50 e in quelli legati alla consulenza personalizzata) e magari ne parleremo ancora in futuro perché molte società presenti meritano di essere conosciute e non solo i soliti noti.

p.s. la scorsa settimana avevamo citato la probabile quotazione delle scarpe Dr Martens e la rivincita delle scarpe brutte ma comode e nei giorni successivi è trapelata un’altra possibile operazione questa volta di compravendita di un marchio iconico per le calzature proprio tedesche, Birkenstock.

Anche i celebri sandali tedeschi con il plantare in sughero potrebbero cambiare di mano e sembrano avanzate le trattative tra gli eredi del marchio e il fondo di private equity CVC Capital Partner.

Ma i pretendenti sembrano molti e si parla di una valutazione di oltre 4 miliardi di euro per una società che non produce solo sandali ma anche ha diversificato nella cosmetica e in Asia e Medio Oriente. Il profumo Birkenstock? Personalmente anche no.

 

p.p.s. “Deutschland, Deutschland über alles…” ovvero “Germania, Germania, al di sopra di tutto, al di sopra di tutto nel mondo..” sono le parole con cui comincia la prima strofa dell’inno nazionale tedesco.

Quando fu composto nel 1841 l’autore sognava una Germania unita senza stati e staterelli e i tanti piccoli e grandi re, principi, duca e granduca che popolavano il paesaggio politico della Germania dell’800 fino alla riunificazione attuata nel 1871 a opera di Bismarck.

Un bell’inno (senza intenti imperialistici quindi) ma se volete ascoltare un inno che per me resta fra i più belli del mondo (come musica e parole) vi consiglio quello dell’ex Germania dell’Est (DDR) che con la riunificazione tedesca dopo la caduta del Muro di Berlino è stato abbandonato e non più suonato in pubblico.