Germania nell’euro? Non è obbligatorio

“If I were the Germans, if I were running Germany, I would have abandoned the eurozone last week…It is a costly decision, but losses are there and somewhere, somehow, the losses have to be taken. The first loss is the banks. In the case of Greece, one should have kicked out Greece three years ago. It would have been much cheaper.” Traduzione “Se fossi tedesco, se fossi alla guida della Germania avrei abbandonato l’eurozona la settimana scorsa…è una decisione costosa, ma le perdite ci sono e qualcuno da qualche parte e in qualche modo deve farsene carico. Le banche per prime. Nel caso della Grecia, l’avrebbero dovuta espellere tre anni fa. Sarebbe stato meno costoso”. Così Marc Faber, il “Dottor Destino”, analista scomodo e controcorrente, ha gettato la sua ennesima “poison pill” (pillola avvelenata) attraverso il suo blog pochi giorni fa. Un’opinione certo quella di Faber da prendere con le pinze ma che dovrebbe far riflettere sul fatto che l’idea che la Germania non possa a un certo punto abbandonare i paesi deboli dell’Eurozona al proprio destino, non possa non essere contemplata.

Ai tedeschi già non fa tanto piacere aiutarsi tra stati, con la Baviera, la più ricca regione della Germania, che lamenta il fatto di sborsare ogni anno 3.663 milioni di euro a beneficio degli altri stati tedeschi più poveri, figurarsi quando si chiede al contribuente tedesco di finanziare con i suoi soldi i paesi “maiali” dell’Eurozona che ai suoi occhi hanno l’assai deprecabile difetto di aver vissuto per anni al di sopra dei loro mezzi. Al contrario di lui.

 

L’euro? Chi l’ha visto?

Secondo una interessante analisi di Alessandro Penati pubblicata recentemente su Repubblica il boom dell’economia tedesca ha portato benefici (tanti) alle imprese e (pochi) ai consumatori. “Nei 14 anni della moneta unica” scrive Penati “la Germania è cresciuta in media all’1,35%…la produttività è cresciuta a un tasso medio dell’1,25%.. ma il livello dei consumi è rimasto sorprendentemente stagnante (0,7% la crescita media)…i tedeschi hanno tirato la cinghia con i salari netti cresciuti mediamente dell’1,3%, mentre il costo della vita aumentava dell’1,6%.” In 14 anni di euro le imprese tedesche hanno prosperato e la Germania vanta oggi un avanzo pari al 5% del Pil, un vero primato, se si pensa che la Cina, la nazione esportatrice per eccellenza, arriva al 2,7%. Ma il popolo tedesco di questo benessere non ha visto molto. Nemmeno sul fronte immobiliare si è arricchito come mostra Penati. “I tedeschi hanno perso anche con il mattone. Caso unico: i prezzi delle case sono più bassi che nel 1998” mentre in Italia sono cresciuti del 40% e in Francia del 100%. Morale?

Germania nell’euro? Non è obbligatorio

Il tedesco medio non è affezionato all’euro. L’imprenditore tedesco sì. Ma chi ha più voti da spendere? E poi siamo sicuri che le merci tedesche siano competitive solo fino a quando c’è l’euro? Se così fosse i tedeschi dovrebbero riuscire a vendere le loro merci solo a paesi con una valuta forte mentre sempre più la Germania esporta verso i paesi dell’Asia che quanto a convenienza delle loro merci non hanno eguali. “Germania nell’euro? Non è obbligatorio” titola l’articolo. Sarà pure fantascienza ma dati alla mano è un’ipotesi da non escludere totalmente bollandola come impossibile. Certo alla Germania costerebbe, circa 1000 miliardi di crediti delle proprie banche verso l’Eurozona, ma anche i salvataggi dei Piigs al contribuente costano. Ogni giorno di più. E fanno a pugni con il suo pensiero.

Cara Italia, io ti vedo così

In un articolo pubblicato sulla Stampa in cui si chiedeva ad alcuni giornalisti un commento sul nostro paese, il corrispondente per l’Italia della Frankfurter Allgemeine Zeitung Tobias Piller ha fatto un confronto tra l’Italia e la Germania dal 1992 a oggi. Il suo pensiero sostanzialmente è che noi italiani ragioniamo sempre e solo sul breve termine. Abbiamo avuto dal Trattato di Maastricht 13 governi mentre la Germania negli ultimi 20 anni ha cambiato cancelliere solo due volte. I nostri governi secondo Tobias Piller erano e sono sempre impegnati a risolvere problemi di breve. A gestire l’emergenza. E gli imprenditori secondo il corrispondente straniero non sono da meno, mentre in Germania imprenditori e politici guardano anche le prospettive di lungo termine. Anche il meccanismo salva spread richiesto da Monti gli sembra una soluzione tampone “In Italia viene cercato il salvataggio dalla crisi finanziaria e congiunturale con effetto immediato. E se lo spread non scende, il primo ministro vuole pure il meccanismo taglia spread dai suoi partner europei”. E quindi? Siamo punto e a capo. No agli eurobond, no ai salvataggi ma almeno lasciateci l’anti spread. Niente da fare. Congelato pure quello per almeno due mesi.

Lo scudo anti spread? Si, forse, ma non subito, magari dopo

Sembrava cosa fatta. A fine giugno concluso il summit europeo, lo scudo anti spread aveva fatto tirare ai più un sospiro di sollievo. Siamo salvi, almeno per il momento. Noi avevamo modestamente commentato che lo scudo anti spread non risolveva il problema ma era comunque un aiuto anche se non era dotato di una potenza esattamente di fuoco.

Poi la doccia fredda. Vane speranze anche di un “aiutino” sul fronte dello spread. L’Esm, il nuovo fondo salva stati europeo (permanente a differenza di quello che c’è già che è temporaneo: l’hanno capito anche i bambini che di “temporaneo” in questa crisi non c’è niente), con una dotazione di 500 milioni di euro, avrebbe dovuto entrare in vigore l’11 luglio con il compito di calmierare i tassi che i paesi deboli dell’Eurozona (tra cui l’Italia) pagano sul proprio debito pubblico. Niente da fare. Almeno per il momento. Tutta colpa della Corte Costituzionale tedesca che ha rinviato al prossimo 12 settembre il proprio pronunciamento sulla compatibilita’ dell’Esm e del fiscal pact con l’ordinamento giuridico del Paese.

Nell’attesa dobbiamo accontentarci del fondo salva stati temporaneo Efsf cui hanno già attinto Portogallo, Grecia, Spagna, Irlanda, e a cui sono rimasti solo 140 milioni di euro per fronteggiare la speculazione sui titoli di stato della Spagna e dell’Italia. Non c’è che dire: sarà una lunga estate calda.

Spagna: salvi grazie alla Bce

Il ministro del Bilancio spagnolo, Cristobal Montoro, parlando davanti al Parlamento di Madrid ha dichiarato oggi che “Siamo salvi per ora solo perché la Banca centrale europea ha acquistato i titoli di Stato. La Spagna non ha un soldo in cassa per pagare i servizi pubblici e se la Bce non avesse comprato i titoli di Stato, il Paese sarebbe fallito”. Tanto per avere un’idea chiara di come stanno le cose.

L’Italia prova a farcela da sola

Non potendo più di tanto contare sull’aiuto europeo in versione anti spread nell’immediato l’Italia sta sempre più seguendo una strategia “stand alone”. Sempre che i mercati si accontentino delle misure sin qui intraprese. E su quelle in cantiere. Se così non fosse c’è già chi per rovinare definitivamente le vacanze agli italiani, alimenta lo spettro della patrimoniale, con articoli anche su quotidiani nazionali (“Libero” di oggi), in cui si paventa una manovra che potrebbe colpire la ricchezza liquida e immobiliare dei contribuenti con patrimoni superiori ai 250-300 mila euro. Anche alla luce di questo improbabile scenario, visto che il mattone si rivela per quello che è ovvero un investimento poco liquido e liquidabile, e soprattutto poco “oscurabile” agli occhi del fisco, rimane qualche barlume di speranza di essere colpito in misura più contenuta da un’eventuale patrimoniale, a chi, sul fronte cash, anziché detenere ingenti somme di liquidità a vista, magari le investe su un fondo monetario. Sempre che una eventuale e remota manovra di questo tipo stile “ultima spiaggia” dovesse essere varata. E sempre che venga orchestrata come nel 1992 quando nottetempo con il governo Amato gli italiani si trovarono dall’oggi al domani un po’ meno liquidi sul conto. Ma questi sono tecnici e magari se la studiano meglio e in qual caso non c’è molto scampo.

E le banche come stanno?

Ci chiamano Piigs ma siamo tutti diversi. Le cause che ci hanno reso deboli rendono ogni stato del Sud Europa un discorso del tutto particolare.

Se per Spagna e Irlanda l’origine della crisi risiede soprattutto nello scoppio della bolla immobiliare, nel caso della Grecia, del Portogallo e dell’Italia, il problema di una eccessiva spesa (spesso improduttiva) del settore pubblico c’è sempre stata. Naturalmente in ognuno di questi paesi le aziende più colpite sono sempre e in ogni caso le banche.

Nel caso infatti di una crisi immobiliare come quella spagnola tipicamente le banche che hanno finanziato la bolla si ritrovano velocemente con moltissimi problemi: impresari a cui hanno prestato soldi che non girando più il loro lavoro fanno fatica a onorare i prestiti, mutuatari che speravano di diventare ricchi speculando sul prezzo degli immobili non sanno più a chi rivenderli e si ritrovano con case svalutate e con le rate del mutuo da pagare. E le banche? Si ritrovano con garanzie relative ai prestiti concessi estremamente svalutate. E con prestiti un po’ meno esigibili. Tutti problemi per le banche se non di solvibilità perlomeno di liquidità. Se nella banca i soldi non entrano (gli impresari non onorano i prestiti, i risparmiatori non pagano le rate del mutuo) con quali soldi paga i correntisti quando vanno a chiedere indietro i soldi che hanno depositato in banca?

Problema diverso riguarda le banche che risiedono in paesi in cui lo Stato si è indebitato troppo, come l’Italia: tipicamente queste banche detengono in portafoglio grossi stock di debito nostrano e anche qui le sorti della banca si intrecciano con quelle dei suoi debitori, non privati ma pubblici. Maggiore è il premio al rischio richiesto dagli investitori per essere disposti a comprare titoli pubblici italiani, maggiore è la svalutazione del portafoglio titoli di una banca italiana. Più lo spread Btp Bund sale più il rating delle banche dello stivale scende.

Come si vede in tutti questi casi il sistema bancario è il più danneggiato dalla crisi del proprio paese, per qualsiasi motivo sia generata, da una bolla o da un eccesso di debito pubblico. Essendo al centro di tutto le banche non possono restare immuni dalle crisi. Anche se a noi piccoli risparmiatori appaiono sempre granitiche.

La mia banca è in amministrazione straordinaria…

Purtroppo anche le granitiche certezze qualche volta possono essere messe in discussione. L’esempio più recente è quello di Banca Network.

In questi giorni una mia lettrice mi chiede avendo i suoi risparmi (liquidi) congelati presso questa banca, se deve chiedere l’intervento di un legale per accedere al Fondo di Tutela dei Depositi Interbancari. Ovviamente no, la procedura è automatica, ma rimane il fatto che la liquidità della lettrice è in questo momento bloccata.

Paradossalmente l’asset che da che mondo è mondo è ritenuto più sicuro (vi ricordate il detto “Cash in king?”) è quello più a rischio. Mentre chi ha i titoli o i fondi anche Banca Network è in amministrazione straordinaria può trasferirli su un altro conto bancario e disporre in qualsiasi modo del suo patrimonio investito, chi ha i soldi sul conto non può prelevarli.

La liquidità infatti una volta depositata sul conto corrente o sul conto deposito diventa di proprietà della banca che ha solo l’obbligo di restituirla a vista o a una scadenza predeterminata (nel caso dei conti di deposito vincolati) al cliente. Quando lasciamo i soldi sul conto corrente o sul conto deposito la banca li usa. Ovvero li presta o li investe sul mercato magari facendo operazioni sbagliate (come Jp Morgan, la più grande banca americana, che ha registrato nel secondo trimestre una perdita di 4,4 miliardi di dollari derivanti dal trading).

Quando compriamo un fondo o un titolo il capitale rimane invece nostro. Certo è esposto all’andamento del mercato ma non a quello della banca su cui ho appoggiato il conto. E vale quello che vale. Se ho comprato titoli e fondi per 400 mila euro riavrò indietro 400 mila euro, se i prezzi di questi asset non sono mutati. Se ho 400 mila euro su un conto deposito o su un conto corrente devo sapere che per legge i soldi sono garantiti fino a 100.000,00 e questa garanzia non è scritta sulla pietra ma dipende da tanti fattori.

Chi per paura dei mercati vende tutto e lascia i suoi soldi sul conto, è sicuro di aver fatto una scelta prudente?

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