Gestione patrimoniale: meglio attiva o passiva?

In questo articolo parliamo della gestione patrimoniale e cerchiamo di capire se è meglio la gestione attiva o la gestione passiva.

La gestione attiva è una strategia di investimento con la quale il gestore prende una molteplicità di decisioni di investimento nel tempo, finalizzate a ottenere una performance superiore a quella di un indice di riferimento, detto benchmark. Una gestione quindi di tipo più discrezionale dove c’è una sorta di “uomo Del Monte” che decide cosa comprare e vedere, interpreta i mercati o ha alla tolda un Comitato d’Investimenti.

La gestione passiva è invece una strategia di investimento con la quale il gestore di un portafoglio minimizza le proprie decisioni di portafoglio al fine di minimizzare i costi di transazione e replica di fatto l’andamento di un indice. Nell’ambito di questa strategia, è comune ricorrere al metodo di replicare l’andamento di un indice di mercato (detto benchmark) o di una composizione di indici di mercato. Tale approccio è più comune nella gestione dei portafogli azionari, attraverso la creazione dei cosiddetti fondi indice, che replicano l’andamento di un indice azionario e tipicamente gli ETF (Exchange Traded Funds) rappresentano il più classico esempio di fondi a gestione passiva.

Tra un attimo vi dirò cosa sono e come funzionano attraverso degli esempi concreti, ma prima, poiché siamo sempre nell’ambito del costo della consulenza finanziaria e di come scegliere quella migliore, vorrei fare una piccola premessa sul giusto prezzo per un consulente indipendente.

 

Il costo della consulenza finanziaria: il prezzo giusto.

Iniziamo con un esempio per introdurre il discorso su come stabilire il giusto costo di un consulente.

“Non è importante quanto prendo, ma quanto rendo” si racconta che abbia detto il grande giornalista Enzo Biagi quando nel 2002 alcune polemiche investirono il suo cachet milionario al tempo della conduzione del programma televisivo “Il Fatto”, la striscia di approfondimento di maggior successo della fascia 20.30/21.00 (il cosiddetto “access prime time” nel linguaggio televisivo) della Rai.

E con qualche ragione visto che una volta “defenestrato” in seguito al cosiddetto “editto bulgaro”, la trasmissione che prese il posto de “Il Fatto”, ovvero la striscia comica “Max e Tux”, si rivelò poi uno dei più clamorosi flop della Rai. Con conseguenze economiche dirette per l’azienda di Viale Mazzini le cui entrate pubblicitarie si mostrarono in
caduta libera.

enzo-biagi

Morale: se la Rai per quel programma spendeva per esempio 2 milioni di euro per incassarne 6, ciò sarebbe stato certamente preferibile rispetto a spendere “solo” 1 milione per incassarne meno di 2.

La politica sarà un’opinione, ma la matematica no. Anche se nel campo…

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