LA GUERRA E’ GIA’ INIZIATA. QUELLA VALUTARIA E MOLTI PAESI EMERGENTI (E RISPARMIATORI) NE SONO LE PRIME VITTIME.

Tanto erano emersi, tanto ora sembrano sprofondare sotto l’ondata delle vendite. Non è un buon momento per molti BRICS & dintorni. Le valute, obbligazioni o azioni di molti dei cosiddetti Paesi Emergenti e di nuova frontiera stanno vivendo in queste ultime settimane una fase particolarmente sofferta che vede gli investitori istituzionali (molti degli stessi che solo fino a pochi mesi fa ne consigliavano l’acquisto e ne tessevano le lodi) uscire da questi mercati e a poco servono le misure delle autorità locali per trattenerli. Anzi ottengono l’effetto opposto.

La danza delle monete

Ieri è stato un altro giorno di fibrillazione per la rupia indiana, la valuta più penalizzata in questo momento insieme al real brasiliano. Dall’inizio del 2013 per queste 2 valute si parla di un ribasso nell’ordine del 15-20 e di ribassi anche in una sola seduta del 3-4% per valute come la rupia indiana Roba che non si era mai vista.

 

RUPIA
L’andamento da inizio anno della rupia indiana

Basta vedere peraltro l’andamento dell’indice azionario dei Paesi Emergenti  per rendersi conto che in poche settimane chi avesse investito in questi mercati ha visto volatilizzarsi tutti i guadagni realizzati dal 2006 a oggi!

Si sale con le scale, si scende rapidissimi con l’ascensore. Gli istituzionali (e in questo i gestori americani guidano le danze) portano via i capitali che avevano fatto affluire su questi mercati e ora stanno ritirando i capitali per riportarli a casa.

emergenti
L’andamento dell’indice Msci Brics come forza relativa rispetto all’indice S&P500 e l’andamento dei flussi di valuta

Non tutti i Paesi BRICS (Brasile Russia, India, Cina, Sudafrica secondo l’acronimo), naturalmente, sono colpiti da questo fenomeno allo stesso modo. Se Cina e Russia al momento sembrano resistere alla grande fuga altri sembrano in questa fase capitolare. India, Brasile e Sudafrica fra i più grandi e poi Turchia, Indonesia, Corea del Sud e perfino Thailandia che ha visto in queste settimane la Borsa scendere quasi una seduta dietro l’altra, lasciando sul terreno oltre il 20%. E cadendo le rispettive valute, a farne le spese non sono solo gli investitori azionari ma anche obbligazionari che avevano pensato fino a ieri (magari consigliati dai soliti guru del lungo termine) che questi erano i veri porti sicuri e i mercati del futuro.

La Speculazione La Fa Da Padrona

Che sta succedendo? E’ una correzione pesante o una vera crisi? La prima lezione che un risparmiatore dovrebbe trarre anche da questa lezione è (e scusate che ci ripetiamo ancora una volta) è che non esistono i “porti sicuri”, “i mercati del futuro” e le posizioni da “comprare e tenere lì tranquille” come qualcuno cerca ingenuamente di far credere o peggio di contrabbandare per trarne un profitto personale spesso ingiustificato (ed è il caso di molti sedicenti private bankers, consulenti e promotori finanziari o guru che si fingono oracoli).

Il mondo cambia e pure sempre più velocemente e solo una gestione attiva e flessibile come quella che cerchiamo di offrire da anni con i nostri servizi dove non si sposa mai a vita alcun tema d’investimento o “sciogno” può cercare di evitare simili scosse all’interno di un approccio basato sul metodo e non sulla gestione delle “tempeste finanziarie” che sempre peraltro ci sono state e sempre più ci saranno.

E prima si adotta un approccio realmente flessibile e attivo (e non siamo solo certo noi solo a offrirlo) meglio è.

Per spiegare le ragioni di questa tempesta si è tornato a parlare del fenomeno del “carry trade” e con qualche ragione è bene capire questo fenomeno per capire quello che sta accadendo e potrà accadere…

Il “carry trade”, termine abbastanza intraducibile in lingua italiana, è spiegato in termini sommari come la speculazione sulle valute che si pratica comprando una valuta in un Paese con un tasso di interesse basso e con questa investendo in Paesi che hanno interessi più alti.

Per esempio si possono prendere a prestito degli yen, pagando solo l’1%, convertirli in dollari australiani che rendono il 7-8%, e lucrare così la differenza di rendimento.

Naturalmente c’è un rischio valutario: la convenienza dell’operazione dipende dal cambio. Se prima della scadenza lo yen si rivaluta per più della differenza di rendimento, l’operazione è in perdita. É interessante notare, tuttavia, che di per sè il carry trade tende all’opposto a deprimere il cambio dello yen, dato che comporta la vendita di yen contro altra valuta, e quindi esalta la convenienza dell’operazione. Il cambio però dipende da molti altri fattori e il carry trade si fa solo quando i mercati sono favorevoli all’assunzione di rischio. Se fatto su larga scala, il carry trade può portare a movimenti destabilizzanti fra le valute, sia nella fase crescente che quando i carry trade vengono “smontati” perché si temono apprezzamenti nella valuta di rifornimento.

Questa sopra è la definizione da manuale del “carry trade” ed è evidente che quel che si sta verificando sui mercati ha proprio a fare con questo fenomeno. Per la speculazione nulla di nuovo sotto il sole, insomma.

In Atto La Guerra Delle Valute

C’è chi fa risalire l’inizio di questa gigantesca operazione di “carry trade” a partire dal 2002 quando la Federal Reserve, sotto Alan Greenspan, tagliò massicciamente i tassi dopo la fine della bolla di internet e i primi grandi investitori iniziarono a usare il denaro a basso costo per trasferirlo nei Paesi Emergenti dove potevano ottenere rendimenti sensibilmente superiori.
C’è chi invece segna più recentemente un flusso anomalo di capitali al secondo quantitative easing della Fed deciso nel settembre 2010 dove l’allora ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, lanciò un allarme che si è rivelato premonitore coniando il termine di “currency war”.

 

realbrasiliano
l’andamento da inizio anno del real brasiliano

Un conflitto valutario senza esclusione di colpi dove le cannonate e i carri armati non c’entrano nulla e gli attacchi (o le difese) si portano avanti a suon di svalutazioni competitive e manovre finanziarie sui tassi d’interesse e sul denaro immesso in un’economia.
Già allora il ministro brasiliano delle finanze aveva immaginato il rischio che il suo Paese poteva correre, restando inascoltato.

Temeva che un’ondata di liquidità arrivata nel suo Paese poteva sparire velocemente così come era arrivata, creando un effetto ingiustificato di ricchezza nelle famiglie, determinando di converso un calo di competitività nelle esportazioni. Ed è quello che si è verificato ora che è iniziato massiccio il deflusso di capitali. Appena 5 mesi fa il real brasiliano quotava 1,94 nei confronti del dollaro mentre in questi giorni per acquistare un dollaro ne servono quasi 2,4: una perdita di quasi il 20%.

In questi anni certo il Brasile ha visto l’economia crescere in modo sensibile (fra il 2009 e il 2012 il Pil è salito di oltre il 15%), l’export è cresciuto del 55,4% mentre l’import si è impennato del 70%.

Ma il giocattolo sembra essersi rotto come le manifestazioni di protesta di centinaia di migliaia di persone di tutte le classi scese in piazza in tutto il Paese in occasione della Confederations Cup di calcio hanno portato all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. L’economia cresce ora a tassi “europei” ma soprattutto l’inflazione galoppa (oltre il 6,5% all’anno) e la politica del governo di sinistra della presidente Dilma Rousseff viene messa sotto accusa come per esempio la decisione di investire 15 miliardi di dollari per il campionato mondiale di calcio del 2014. Vi è la guerra valutaria in atto ma in molti di questi Paesi le politiche portate avanti non si sono rivelate sempre azzeccate: tutta la liquidità affluita ha fatto perdere un po’ la testa.

Anche in India il timore ora è quello della super inflazione e il governo di New Delhi sta cercando, senza riuscirci, di fermare l’emorragia dei capitali con misure di ogni tipo: tasse sull’import di metalli preziosi, restrizioni ai movimenti dei capitali in fuga, protezionismo in varie salse. La crescita economica langue ai minimi degli ultimi anni e per ragioni elettorali e di ordine pubblico si potenziano i sussidi alimentari alla popolazione indigente e si sbloccano 36 progetti nelle infrastrutture per 28,4 miliardi di dollari, cercando di usare la leva degli investimenti.

BRIC

A far precipitare le situazione in molti di questi Paesi è stato, come è noto, il discorso di qualche mese fa del presidente della Fed, Ben Bernanke che ha cominciato a parlare di “sospensione graduale” dei suoi acquisti di Buoni del Tesoro americani.

Quale Soluzione Al Problema?

Per la grande finanza internazionale che con il carry trade si muove anche a leva (ovvero con i soldi degli altri moltiplicati enne volte) è stato quasi come una pistola dello starter. L’avviso che era arrivato il momento di smontare le operazioni in molti di questi Paesi perché tenere il cerino in mano poteva essere pericoloso.

Il possibile aumento dei tassi d’interesse negli Stati Uniti rende automaticamente un mercato emergente “carry trade” meno attraente. E i Paesi Emergenti, che negli anni passati avevano visto le loro azioni o bond decollare, ora vedono il ritorno al punto di partenza prima della sbornia determinata dall’afflusso dei capitali.

Guardando l’andamento di molti di questi mercati e lo stato di salute di molte di queste economie, i cosiddetti fondamentali e i multipli storici non c’è dubbio che alcuni di questi mercati possono iniziare a sembrare anche allettanti e sotto prezzati sia sulla parte azionaria che obbligazionaria. Ma quando un coltello cade è molto pericoloso cercare di afferrarlo e la nostra strategia è quella di rientrare eventualmente su molti di questi mercati (sia sull’azionario che sull’obbligazionario) quando si ripresenteranno segnali di forza e non ora quando la battaglia è nel pieno dello svolgimento. E dove si dovrebbe fare in questa fase una scommessa doppia. Che le autorità di molti di questi Paesi riescano a raddrizzare la barca nella tempesta e bloccare il deflusso e poi che il Tesoro americano non proceda veramente al cosiddetto “tapering” ovvero alla riduzione crescente degli acquisti sul mercato americano (oggi al ritmo di 85 miliardi di dollari al mese) dei Treasury Bills.

E se la Federal Reserve smetterà di iniettare denaro nelle vene dell’economia mondiale nei prossimi mesi, lasciando gli investitori senza un compratore potente ed enorme i mercati emergenti (e soprattutto quelli dei paesi con forti disavanzi correnti) potrebbero ancora ballare. E non solo il samba.

Salvatore Gaziano

 

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI