“HOME BIAS”, QUESTO SCONOSCIUTO…PERCHE’ LA MAGGIOR PARTE DEI RISPARMIATORI ITALIANI DETIENE SOPRATTUTTO AZIONI E BOND ITALIANI?

“Ma questo titolo in base ai fondamentali non è sottovalutato e da acquistare a mani basse? Voi mi consigliate invece di venderlo. Siete forse ammattiti? No, no. Io lo tengo e aspetto che ritorni almeno al prezzo di carico…”.

Spesso ci sentiamo dire sostanzialmente questa frase di fronte al consiglio di uscire da titoli con “un grande passato dietro le spalle” e magari “fondamentali” apparentemente buoni.

A questo argomento in questi mesi e anni abbiamo dedicato numerosi articoli (per esempio questo oppure questo sulle illusioni del lungo periodo ma anche questo dedicato oltre un anno e mezzo fa a perchè ridurre la quota destinata a  Piazza Affari aveva un senso ) , mettendo in guardia in mercati come questi (e soprattutto sull’Italia) la “trappola” costituita:
1) dal dare un peso eccessivo all’azionario o obbligazionario italiano ovvero ai titoli del proprio Paese;
2) dal fissarsi che il miglior criterio per selezionare azioni in portafoglio sia quello di puntare soprattutto sui “fondamentali”.

“Home bias”, questo sconosciuto…
Il primo fenomeno, ovvero quello di preferire in modo quasi “nazionalista” le attività finanziarie del proprio Paese, è qualcosa di osservato a livello accademico finanziario da diversi decenni e che passa sotto il nome di “home bias”.

Una sorta di riflesso condizionato per molti investitori attratti spesso da ciò che è più conosciuto ma che altrettanto di frequente finiscono per essere traditi da questa sorta di familiarità che non è sempre sinonimo di efficienza.

Se ne parlava già all’inizio degli anni ’90 di “home bias” (Karen K. Lewis in “Puzzles in International Financial Markets” del 1994 oppure gli studi di French e Poterba del 1991; Baxter e Jermann del 1997) per descrivere la spiccata propensione degli operatori, specialmente non professionali, a detenere in maniera “esagerata” attività finanziarie relative al Paese in cui vivono.

Qualcosa che può suonare economicamente anche come patriottico e positivo a livello macro (se parliamo di interesse generale del Paese) ma che invece può rivelarsi una scelta sbagliata a livello micro di singoli risparmiatori se le cose vanno nel verso sbagliato. E i titoli azionari o del debito di quel Paese precipitano. Qualcosa di umano, molto umano certo (gli italiani preferiscono riempiersi di titoli italiani, i tedeschi di titoli tedeschi, gli americani di quelli americani…) ma che può avere anche effetti controproducenti.

Un fenomeno, questo dell’home bias, che bene ha spiegato recentemente in questi anni la finanza comportamentale e che implica come conseguenza spesso l’eccessiva fiducia verso le sorti economiche del proprio Paese perché quando si è tifosi… si è tifosi e spesso non si ragiona in modo del tutto obiettivo. Un fenomeno che ha come conseguenze dirette il fatto che un risparmiatore italiano si preoccupa meno del calo di fiducia sull’emittente Stato italiano rispetto ad un operatore estero ed è più restio a disinvestire dai titoli italiani azionari o obbligazionari. E tendenzialmente cerca un impiego alternativo sempre nel suo Paese.

Un argomento, quello dell‘home bias che questo fine settimana è stato trattato da Marco Liera su “Il Sole 24 Ore” evidenziando proprie le apparenti contraddizioni dell’investire “micro” e “macro” nell’attuale scenario di “eurocaos” che sta avendo come conseguenza il fatto che a fronte della “fuga” (certificata anche dalla Banca d’Italia) degli investitori esteri dai titoli di Stato italiani si sta assistendo parallelamente ad acquisti a compensazione fatti da risparmiatori e investitori istituzionali italiani.
Acquisti che sono continuati anche nel 2012 (a fronte di vendite massicce degli esteri) grazie anche ai finanziamenti a tassi da hard discount erogati dalle Bce alle banche italiane che hanno continuato ad acquistare Btp e Cct per oltre 70 miliardi di euro varie ragioni che Liera ben sintetizza proprio nell’home bias, nell’avidità scatenata dagli alti rendimenti che erano arrivati al 6,5% nell’asta di novembre unito alla consapevolezza che per chi è fisicamente residente in Italia e intende restarci, la solvibilità della Repubblica è un obiettivo ovvio e condivisibile.

Ragione per cui secondo il commentatore siamo quasi al paradosso:  “al momento quindi pare che uno dei principali antidoti al contagio della crisi dei debiti sovrani sia l’autarchia finanziaria, che paradossalmente doveva essere scongiurata con l’euro e l’unificazione del mercato dei capitali. Uno scenario “giapponese”; ossia di uno Stato fortemente indebitato ma meno instabile di tanti altri grazie al fatto che i titoli pubblici sono al 93% nelle mani di investitori domestici, non può essere al momento escluso o trascurato”.
Il debito pubblico italiano diventerà una partita di giro fra Stato, contribuenti e risparmiatori?

I più sciovinisti in fatto di investimenti? Americani, francesi, tedeschi e giapponesi…

Il fenomeno dell’ home bias non è certo solo italiano ma è qualcosa di planetario visto che il detto “mogli e buoi (e titoli…) dei Paesi tuoi è stato verificato a tutte le latitudini. Con certo alcune differenze significative. Di sotto una tabella che mostra al 2010 il peso sulla capitalizzazione delle Borse mondiali delle singole Borse “nazionali”. Si nota ad esempio come  il listino azionario statunitense pesa oramai “solo” il 30% delle Borse mondiali, quello tedesco poco meno del 3% e quello italiano sia arrivato a valere poco più dell’1%.

Secondo un approccio “razionale” (per quel che può valere in mercati talvolta poco razionali) e accademico un investitore americano dovrebbe quindi non detenere più del 30% in azioni Usa, uno tedesco non più del 3% e uno italiano non più dell’1,5%.

Nella realtà in base alle ricerche internazionali disponibili questo non si verifica quasi mai anche se esistono nazioni di investitori più aperti alla diversificazione internazionale (come per esempio i risparmiatori austriaci, olandesi e dei Paesi nordici e altri, al contrario, più sciovinisti come quelli americani, francesi, tedeschi e giapponesi.

E gli italiani? In questi anni i risparmiatori hanno accresciuto la quota di investimenti esteri ma sono ancora indietro. Ma il problema ora è soprattutto quello che gli stranieri stanno facendo le valigie dall’Europa. Italia, compresa. Colpa dell’eurocaos…

Prendiamo ad esempio i dati rilasciati in questi giorni dall’agenzia di rating Fitch che ha praticamente segnalato la “fuga” degli investitori internazionali dai Titoli di Stato italiani. Per l’agenzia la quota degli investitori esteri è scesa al 32% dal 50% del 2008. Questa fuga, iniziata nel terzo trimestre del 2011 e che a ritmo ridotto prosegue e coinvolge anche la Spagna (la quota di Titoli di Stato iberici è calata al 34% dal 60% nel 2008), è stata finora compensata dalle iniezioni di liquidità della Bce.

Una fuga che secondo il Financial Times riguarda un numero crescente anche di fondi d’investimento, riportando la notizia per esempio che Amundi, uno dei maggiori fondi europei, e Threadneedle Investments, colosso inglese, hanno ridotto in modo sensibile negli ultimi giorni la propria esposizione all’euro. Il fondo americano Merk Investments (una società di gestione specializzata in valute) ha addirittura tagliato tutta la propria esposizione alla moneta unica: «Abbiamo venduto il nostro ultimo euro il 15 maggio. Siamo preoccupati – afferma Axel Merk, chief investment officer – del processo disfunzionale».

Così mentre se si leggono le dichiarazioni dei gestori o banchieri italiani il messaggio è di sostanziale fiducia nella tenuta dell’euro e dell’Italia (sia per quanto riguarda i bond che il mercato azionario) un parere leggermente diverso appare dalla lettura dei giornali stranieri o dalle opinioni espresse da un numero crescente di money manager stranieri. Come Richard Batty, manager degli investimenti di Standard Life Investments, che da due anni sta riducendo i propri asset in euro e per il quale: «La crisi sta peggiorando e per questo l’euro è sotto pressione». Oppure Neil Williams, capo economista di Hermes Fund Manager, che ha ridotto quasi a zero la propria esposizione ai titoli dei Paesi della periferia dell’area euro e che ritiene ci sia un «fallimento della politica nel non convincere i mercati che stanno affrontando i problemi».

La discussione sull’ “home bias” (in italiano si traduce in “distorsione”) non è quindi proprio qualcosa di accademico ma qualcosa di concreto e reale che in questi mesi molti investitori e risparmiatori stanno “testando” sulla propria pelle o sui propri investimenti.

Le domande a cui rimanda, infatti, questa questione sono numerose e sintetizzabili in:

1) che peso dare alla Borsa e alle obbligazioni (Titoli di Stato compresi) del proprio Paese?
2) Quando capire che il “vento” è cambiato e di conseguenza modificare anche drasticamente la propria asset allocation?

Una serie di questioni che abbiamo affrontato spesso in questi anni, cercando di far comprendere come in mercati finanziari come quelli attuali non esistono né risposte facili, né ricette per tutte le stagioni come purtroppo molte banche e promotori finanziari vendono ancora oggi a numerosi risparmiatori che non hanno “tempo da perdere” ma si fidano ciecamente di coloro che raccontano loro quello che vogliono sentirsi dire… Rimanendo poi talvolta incastrati in investimenti a perdere.

E che se si vuole rispondere il più “scientificamente” possibile a queste domande uno dei pochi modi per affrontare la questione (o le questioni) è avere un approccio flessibile e dinamico come quello che attuiamo nei nostri portafogli di tipo quantitativo soprattutto sui fondi e poi sugli Etf (sull’azionario come nell’obbligazionario) che ragionano soprattutto sulla base della “forza” e che quindi in questi mesi e in questi anni avrebbero non fatte scelte “patriottiche” di puntare sull’Italia ma consigliato quasi sempre di starne fuori, privilegiando altri comparti obbligazionari (rispetto a quello dei governativi o corporate italiani) e altre Borse.

Un argomento che comunque affronteremo nei prossimi report (e che Roberta Rossi toccherà nella conferenza del 13 giugno a Milano, vedi qui tutte le info per partecipare) come della “pericolosità” di affidarsi a un approccio solo basato sui “fondamentali” salvo che non sia allacciati alle cinture e si sia disposti come investitori a subire anche perdite di oltre il 70%.

Ma anche di come con i nostri portafogli azionari “standard” (quelli di SoldiExpert SCF) per esempio sull’Italia (e che hanno continuano in questi mesi a comportarsi in modo nettamente migliore del mercato) abbiamo stretto ulteriormente le “viti” e abbiamo delle significative novità da comunicare. Ma ne riparleremo…

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