I risparmiatori italiani? “Al tappeto”. Finanziariamente parlando…

Tanti anni fa intervistai a Torino la collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo per la mia tesi di laurea sul mercato dell’arte contemporanea. Donna di nobili origini, con casa che trasudava classe e ricchezza da ogni stanza. Ricordo che in salotto aveva ai piedi un’opera di Maurizio Cattelan. Era un tappeto con raffigurato il Belpaese, quello verde rappresentato sul formaggino della Galbani. Un’opera “scandalosa” presentata nel 1995 alla Biennale di Venezia e esposta anche in una mostra a New York dedicata all’artista padovano.

 

Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1995, cm 320 Ø, tappeto di lana
Maurizio Cattelan, Il Bel Paese, 1995, cm 320 Ø, tappeto di lana

Insomma Maurizio Cattelan, uno degli artisti italiani contemporanei più conosciuti all’estero, vedeva già l’Italia al tappeto oltre quindici anni fa. Dal mio piccolo punto di osservazione, quello di un consulente finanziario indipendente, non posso non notare che sul fronte degli investimenti rischiamo veramente la “fusione” noi italiani.

Investiamo come se dovessimo morire domani (concentrandoci sui risultati a brevissimo termine apparentemente privi di rischio che non coprono spesso l’inflazione) o non morire mai (per poter rivedere i prezzi di carico dei nostri errori di investimento passati). E’ come se il futuro per noi non esistesse. E infatti non diamo ai nostri risparmi un futuro ma o li imprigioniamo nel passato (non vendendo mai in perdita) o li condanniamo a vivere un eterno presente (dammi poco ma “sicuro” e pazienza se ogni anno mi impoverirò e se questa “sicurezza” può nascondere pericoli non di poco conto…).

 

Ammassa ammassa

Secondo gli ultimi dati di Bankitalia in Liguria (regione dove vivo buona parte dell’anno) i risparmi delle famiglie sono per il 40,4% su depositi bancari, per il 21,4% su obbligazioni bancarie, per il 13,9% su titoli di stato, per il 13,5% in fondi e sicav, per il 6,3% in obbligazioni non bancarie e per il 4,4% in azioni. I Liguri quindi hanno l’82% del proprio patrimonio finanziario investito in obbligazioni emesse da banche italiane, in depositi su banche italiane, in titoli di stato italiani. E per gli investimenti immobiliari? Tutti nel Belpaese of course.

C’è da sperare che al Belpaese capitino solo buone cose invece di finire al tappeto come nell’opera di Cattelan, perché una simile concentrazione di patrimonio su un unico asset (il Belpaese) non è tanto una mossa da “buon padre di famiglia” che diversifica il proprio patrimonio su più asset finanziari possibilmente non correlati tra loro. Mentre tra depositi bancari, obbligazioni bancarie e titoli di stato la correlazione è del massimo grado e sta raggiungendo livelli veramente preoccupanti.

IO ME NE ANDREI

Il 2012 è stato l’anno della grande fuga degli investitori esteri dal debito italiano, che a fine anno ne controllavano soltanto il 35% contro il 51% del 2011.

Quattro delle più importanti banche italiane (Banco Popolare, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena, Ubi) hanno in portafoglio oltre il 90% di titoli di stato italiani mentre Unicredit supera il 50%.

Un rapporto incestuoso debito pubblico/banche nazionali/risparmiatori i cui rischi non dovrebbero essere difficili da comprendere se qualcosa va storto e se lo Stato ha bisogno di risorse a cui attingere oppure qualche banca sistemica entra in difficoltà oppure torna a scatenarsi la paura per la sostenibilità del debito pubblico italiano e si inizia di nuovo (come è accaduto nel 2011 e nella primavera del 2012 ) a vedere la fuga degli investitori stranieri e di parte di quelli istituzionali dai BTP e dai CCT con flessioni dei prezzi di oltre l’11% per la curva a medio termine ! (altro che investimento tranquillo…)

All’investimento azionario? I Liguri dedicano le briciole. Situazione non molto diversa in Piemonte dove secondo una recente ricerca della Banca d’Italia gli abitanti continuano ad ammassare soldi sui conti deposito e sui conti correnti. In soli sei anni secondo i dati della Banca d’Italia i torinesi hanno raddoppiato i depositi bancari che sono arrivati a 110 miliardi. E visto che non c’è stata creazione di ricchezza in questi anni ma tutt’altro è evidente che siamo in presenza di una sorta di grande liquidazione da parte di molti risparmiatori. Preoccupati per la situazione economica e le prospettive si punta tutto sulla liquidità e sul non investimento.

In verità c’è un altro Paese nel mondo dove è accaduto in questi decenni qualcosa di simile con un debito pubblico altissimo (quasi il 240%!) ma detenuto quasi interamente dai suoi abitanti (circa il 90% si stima e questo consente di evitare l’attacco della speculazione straniera), il Giappone. Un Paese che ha visto però l’economia e la Borsa crollare nella più lunga recessione (oltre 20 anni di recessione deflattiva con la perdita di quasi 500 miliardi di dollari di reddito nazionale lordo) che si conosca nella storia occidentale e solo da qualche mese per uscire dall’impasse il primo ministro Shinzo Abe sta tentando forse l’ultima carta, stampando yen a più non posso. Una mossa che l’Italia non può fare però visto che la sovranità monetaria con l’introduzione dell’euro non è una carta che si può giocare.

Gli italiani evidentemente nonostante la situazione in cui versa il Paese lo considerano il posto più sicuro su cui investire i propri risparmi. “Sta a voi consulenti finanziari costruirgli un portafoglio diversificato e ricordargli che le opportunità spesso ci sono a livello di investimenti fuori da questo paese” ha ricordato Carlo Alberto Carnevale docente di strategia Sda Bocconi durante la trasmissione Missione Risparmio a cui ho partecipato (si può vedere qui la puntata http://video.milanofinanza.it/classcnbc/missione-risparmio/) Impresa non sempre facile visto che la stragrande maggioranza degli investitori valuta sicuro ciò che gli è familiare (le obbligazioni rispetto agli etf e ai fondi obbligazionari tanto per citare un esempio) mentre ha istintivamente paura di tutto ciò su cui ha operato poco o che conosce poco. In poche parole vendere obbligazioni di qualsiasi tipo o depositi bancari è molto più facile che cercare di dare un futuro al patrimonio del proprio cliente investendo in modo attivo (chiudendo quindi anche operazioni in perdita) sui mercati azionari e obbligazionari mondiali tramite fondi ed etf.

E pazienza se essendo questi strumenti quotati il risparmiatore si espone a continui saliscendi del valore del proprio patrimonio. E’ il prezzo da pagare, ed è secondo me accettabile se si capisce perché ci si espone a tutto questo stress: per non vivere nel passato (non vendendo mai asset su cui si è in perdita) o in un eterno presente (facendo investimenti di brevissimo termine). Si investe per avere un futuro. E questi strumenti finanziari che noi usiamo (compresi le azioni) e queste strategie attive di investimento sono state, risultati alla mano, capaci di raggiungere questo obiettivo: consentire una crescita reale del capitale nel tempo su orizzonti temporali non infiniti tagliando la volatilità cattiva dei mercati. La chiave per investire bene il proprio patrimonio è la conoscenza del funzionamento dei mercati, sapere che un risultato si raggiunge solo se si è disposti a vedere il proprio patrimonio oscillare anche violentemente di valore. L’ignoranza sul funzionamento dei mercati azionari e obbligazionari, l’arroccamento su ciò che conosciamo, può costare caro.

L’urlo di Bisognani (Iwbank)

A un convegno all’ItForum di Rimini sulla consulenza indipendente ho sentito pronunciare queste parole da Gianluca Bisognani Direttore Generale di Iwbank che non ha esattamente l’aspetto del rivoluzionario “L’ignoranza finanziaria degli italiani è spaventosa”. Ha usato proprio questo aggettivo “spa-ven-to-sa”. Non so perché mi è venuto in mente l’urlo di Munch. Forse perché Bisognani ha usato una parola così forte e poco istituzionale, che mi è sembrato quasi che la urlasse. Sembrava anche lui spaventato delle conseguenze di questa ignoranza. Purtroppo alcune ricerche dimostrano che lo spavento di Bisognani qualche fondamento ce l’ha. Marco Liera sul Sole 24 Ore cita una ricerca della Imd sul grado di preparazione finanziaria degli italiani. “Non c’è un paese al mondo così benestante e al tempo stesso impreparato dal punto di vista finanziario come l’Italia” sintetizza Liera. Per le nostre modeste conoscenze finanziarie ci piazziamo al 44mo posto. Ne sanno più noi di finanza i messicani e gli indonesiani.

Chi investe peggio di noi?

I nostri risparmi? Li investiamo come non dovessimo averne bisogno mai (quanti prodotti intrappolano i soldi degli italiani per tantissimi anni in cambio di una presunta sicurezza?). Investiamo come cicale, accontentandoci delle briciole. Non sappiamo che si investe per difendersi dal nemico numero 1 di ogni investitore: l’inflazione. E per far crescere il nostro capitale e difendersi dall’inflazione qualche rischio lo si deve correre perché l’investimento “privo di rischi” non esiste. E non lo è certo nemmeno investire massicciamente in titoli di Stato, depositi bancari, conti correnti.

Anche quando non siamo vecchi investiamo da vecchi: la maggior parte del patrimonio degli italiani è in obbligazioni. Molti entrano in Borsa solo dopo che è molto salita (ma soprattutto senza alcuna strategia anche di uscita) perché quando è salita ci fa meno paura. Mentre dovrebbe essere il contrario. Diamo tutti i nostri soldi alle banche e allo Stato perché la Borsa ci fa paura. Mentre è la concentrazione del rischio che dovrebbe farcene. Abbiamo già sempre più immobili sempre più svalutati e illiquidi e compriamo prodotti altrettanto illiquidi come le polizze per ingessare ancora di più il nostro patrimonio. Pur di non correre qualche rischio e di non sopportare un po’ di stress stiamo depauperando il nostro patrimonio. E ci facciamo fregare da tanti prodotti civetta come i fondi che distribuiscono la cedola magari intaccando il capitale del fondo. E questo lo capiremo solo quando li venderemo e ci troveremo con meno soldi di quelli che abbiamo investito se sappiamo fare i conti (cosa che ahimè molti risparmiatori non sanno fare quando si parla di cedole e interessi). Oppure compriamo titoli obbligazionari e mettiamo la testa sotto la sabbia pensando che anche se oscillano ci restituiranno 100 e noi prima della scadenza non avremo mai bisogno di quei soldi, quindi quegli investimenti sono sicuri. Un ragionamento che però molti investitori applicano solo quando conviene loro.

I soldi? Gli italiani mediamente li investono male perché non accettano di vedere oscillare il proprio patrimonio. Non accettano il giudizio del mercato e quindi amano investimenti che non li costringono a pensare ogni giorno se hanno fatto un cattivo o un buon investimento. La casa? Finchè non la vendi vale quello che pensi tu. Le obbligazioni bancarie? Fantastiche perché so prima quanto rendono. I titoli di stato? Ottimi tanto l’Italia non fallisce, non ristruttura il debito e non dovrà fare mai una patrimoniale. I depositi bancari? Mi danno il 2% blocco i soldi per un anno e non corro nessun rischio. Certo come no.

Ma solo uno che ignora totalmente la finanza può pensare che se investe in obbligazioni non corre rischi, che i conti deposito siano completamente a prova di bomba, che le obbligazioni di uno Stato sovrano diano sempre la cedola, rimborsino sempre 100 portandole a scadenza e siano liquidabili in qualsiasi momento senza perderci troppo. E che ci siano fondi che solo perché distribuiscono la cedola diano un rendimento positivo. Mentalmente saranno investimenti rassicuranti e metteranno al riparo da tanti stress mentali (spesso semplicemente perché uno mette come gli struzzi la testa sotto la sabbia e non va a verificare ogni giorno il valore di questi investimenti sul mercato) ma finanziariamente non sono sempre esattamente investimenti finalizzati a far crescere realmente il proprio patrimonio. Cosicchè per i nostri figli non rimarrà più nulla come sostiene un luminare della finanza comportamentale, Paolo Legrenzi, nel suo libro appena uscito “Soldi in Testa”. Si può imparare a gestire meglio il proprio patrimonio? Secondo Paolo Legrenzi sì: basta semplicemente separarsene… Ovvero gestendoli o facendoli gestire senza metterci il proprio ego.

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