IL SETTORE DEL LUSSO NON TIRA PIU’ IN BORSA: COLPA DEI CINESI E DEI RUSSI.

Nel 2013 uno dei settori che maggiormente avevano fatto faville era stato quello del lusso ovvero dei titoli collegati alle griffe dell’alta moda.

Nei 5 anni precedenti il settore era stato fra i più forti a livello mondiale con quotazioni mediamente raddoppiate e diversi analisti e gestori consigliavano di restare sovrappesati come si poteva leggere in un report di Credit Suisse:

  • I beni di lusso sono un tema d’investimento di lungo termine con potenziale superiore alla media e minor dipendenza dai capricci di breve termine dei mercati.
  • Le società dei beni di lusso vantano una notevole capacità di determinazione dei prezzi e, di conseguenza, margini elevati.
  • Una base di consumatori sempre più ampia: si prevede che entro il 2020 il ceto medio asiatico raggiungerà 1,7 miliardi di persone, superando quelli di Europa e Nord America messi insieme.
  • I consumatori cinesi con un reddito annuo superiore a 30 000 dollari statunitensi spendono a testa circa otto volte di più per l’acquisto di beni di lusso rispetto ai consumatori europei.
Il lusso, secondo diversi analisti, come un settore che attira e non conosce crisi e descritto coma un zattera di salvataggio anche in caso di rallentamento dell’economia grazie alla polarizzazione della ricchezza e alla crescita mondiale dei “nuovi ricchi”.
Ma come spesso capita quando un settore inizia a essere considerato “rifugio”, o “sicuro” o del “futuro” i mercati, in modo diabolico, iniziano a non collaborare, facendo l’opposto.
E così è accaduto al settore del lusso che nell’ultimo anno si è imballato con diversi titoli che hanno perso molto terreno rispetto ai massimi come si può evidenziare in questa tabella?
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Cosa è accaduto per giustificare una discesa media dei titoli del lusso italiano da inizio anno mediamente del -25%?
Il forte calo e la odierna continua sotto performance del settore è in primo luogo una conseguenza della “bolla” delle quotazioni dei titoli del lusso culminata nel 2013, con quotazioni che rasentavano la “price to perfection”, ma può ancora protrarsi a seguito dei risultati deludenti e taglio stime negli ultimi trimestri e dell’outlook ancora sfavorevole per la ripresa del settore. In più su alcuni titoli si può aggiungere un rischio overhang (ossia il rischio che grossi quantitativi di azioni possano finire sul mercato, incidendo negativamente sui corsi) come per esempio il caso di Moncler di cui è scaduto il lock-up post Ipo) e l’uscita o il forte calo del peso sugli indici principali sia italiani sia europei (esempio Tod’s).

Il tema più interessante che potrà far ritornare i titoli del settore lusso interessanti è un cambiamento dell’outlook,  che peraltro pochi giorni fa una delle società meglio gestite e posizionate come Prada ha definito “senza nessun segno di miglioramento, in quanto le condizioni geopolitiche e il difficile andamento economico stanno negativamente influenzando le attitudini di spesa dei consumatori”. In altre parole, il calo dei flussi turistici dall’Asia verso l’Europa continuerà a pesare. Per il titolo ciò si traduce in ricavi stabili attesi per i prossimi 6 mesi con una perdurante pressione sui margini reddituali (il margine operativo lordo del primo semestre è sceso del -10,6% e l’Ebit del -18,6%), un maggiore assorbimento di capitale circolante e il ridimensionamento del piano di apertura di nuovi negozi (da 80 a 65 nel 2014).

E il titolo Prada, quotato alla borsa di Hong Kong, ha visto dopo la pubblicazione della semestrale muoversi verso i prezzi minimi degli ultimi 2 anni dopo che la società ha registrato al 30 luglio un calo dell’utile netto del 20% rispetto all’anno precedente a 244,8 milioni di euro a fronte di un fatturato in crescita dell’1,3% a 1,75 mld euro. E come ha rilevato in un report di Bank of Communications:  “il fatto piu’ deludente e’ stato che la Cina continentale si e’ rivelata il mercato piu’ debole per il gruppo, registrando ricavi in calo del 3% nel secondo trimestre e un fatturato stabile nel primo, indicazione che la regione a piu’ forte crescita degli ultimi anni sta sempre piu’ perdendo slancio”, ha dichiarato il broker.

I rallentamenti delle vendite di beni di lusso stanno interessando anche i mercati emergenti, come Russia e Cina. Nel primo caso, si tratta sia di minori flussi di turisti da e per la regione, a seguito della guerra in Ucraina, sia per le misure di restrizione di beni occidentali che fanno da contraltare alle sanzioni economiche contro il Paese sovietico. Le società più esposte nel Paese sono Ferragamo e Cucinelli, seguite da Tod’s, considerando anche che le misure colpiscono capi di abbigliamento e pelletteria, e per ora coinvolgono solo enti governativi pubblici centrali e locali, non quindi direttamente i consumatori privati. A Hong Kong si è registrato nel 2014 il peggior dato di presenze turistiche cinesi da anni, mentre nella stessa Cina le misure anti corruzione stanno penalizzando in particolare le società esposte ai gioielli e agli orologi di alto valore, quindi più Richemont che non Swatch, che invece risente dei timori degli investitori legati alla cannibalizzazione degli orologi di fascia bassa da parte degli smartwatch.

Anche i rivenditori multi brand (come Yoox che stando agli ultimi dati Consob è il titolo più shortato dal mercato con quasi l’8% del flottante e anche il mega fondo Norges Bank ha di recente ridotto la propria partecipazione al di sotto del 2%) hanno risentito del calo dei multipli del settore oltre che dei risultati inferiori alle attese, non solo specifici ma anche settoriali, guidati dal profit warning di Asos, le cui stime di utile lordo sono passate da un’attesa di crescita del 40% a zero per l’esercizio che si chiuderà ad agosto 2015 !

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Per i titoli del lusso anche sui mercati finanziari sembra arrivata l’ora dei saldi

Tod’s è uno dei titoli meno cari e più penalizzati, addirittura lontano dai massimi di oltre il 50% ma le indicazioni inerenti al business sembrano ancora molto prudenti. La crescita dei ricavi a parità di numero di negozi, quindi organica, detta SSSG (same store sales growth) è peggiorata progressivamente (-8,3% nelle prime 31 settimane rilevate dal -6,7% delle prime 19 settimane). L’investor day di fine settembre ha confermato l’attesa di un secondo semestre in lieve ripresa rispetto al primo, grazie a un confronto anno su anno meno sfavorevole, all’effetto dei cambi positivo e alla fine della razionalizzazione nel canale wholesale in Italia, che pesa ancora per circa un terzo delle vendite.

In rapporto al PEG (P/E rapportato alla crescita attesa dell’utile per azione), il titolo meno caro con un rapporto inferiore a 2x è Moncler , che peraltro è stato uno dei pochi titoli del settore a battere le stime del primo semestre, con un andamento del business persino in accelerazione, anno su anno, nel secondo trimestre rispetto al primo. Sia la crescita organica (+10% dopo il +18% dell’anno precedente) sia l’espansione dei negozi in Asia hanno supportato i buoni risultati dei ricavi nei negozi di monobrand (+40%) come nelle vendite alle catene di abbigliamento (+10%), per un totale di +27% nel secondo trimestre e di +19% considerando i primi sei mesi dell’anno. Come detto in precedenza, sul titolo grava la scadenza del vincolo di lock-up (dello scorso 20 settembre) da parte del private equity Eurazeo, che detiene bel il 23% del capitale e ha dichiarato questa partecipazione come in via di dismissione. Considerando il prezzo di carico di soli 3,7 euro e che anche gli altri private equity (Carlyle e Mittel) sono usciti da Moncler lo scorso giugno a 12,04 euro per azione, occorre monitorare prima il sicuro piazzamento dei titoli.

(a questo articolo ha collaborato attivamente Emanuele Oggioni, analista finanziario e gestore patrimoniale) 

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