Il soufflé dei PIR si sgonfia nel 2018 e mette a nudo tutti i difetti

“I rendimenti da Pir sono stati molto elevati. Dal 1° gennaio 2017 stiamo parlando di circa un 21,5% di rendimento del fondo più azionario e del 6% circa per quello obbligazionario, quindi rendimenti interessanti per i risparmiatori”.

Così a maggio del 2017, 8 mesi fa, Massimo Doris, amministratore delegato di Banca Mediolanum sottolineava, come fa ogni bravo oste, il suo vino e la capacità del gruppo fondato dal padre Ennio di saper cavalcare i Piani Individuali di Risparmio e fare boom con la raccolta.

“Siamo stati i primi sul mercato a credere ai Pir – spiegava Doris junior – Abbiamo visto subito un’opportunità importante per il Paese per portare risorse nuove alle imprese italiane; abbiamo visto una grande opportunità per i nostri risparmiatori che avrebbero potuto investire laddove c’è valore e ovviamente una grande opportunità per noi come banca per raccogliere risparmio”.

“Sic transit gloria mundi” ovvero “come sono effimere le cose del mondo” perché se si riguardano oggi le quotazioni dei fondi Pir (e non certo solo quelli di Mediolanum) complice il crollo dei mercati finanziari e soprattutto quello italiano si è verificata un’indietro tutta tale da annullare tutti i guadagni precedentemente vantati.

Il fondo pir Mediolanum Flessibile Futuro Italia è in perdita di circa l’2,6% da inizio 2017 (- 14,6 % nel 2018) e quello obbligazionario, il Mediolanum Flessibile Sviluppo Italia è in rosso addirittura del 5,5% e si posiziona fra i peggiori della categoria in tutte le classifiche e da inizio anno perde il -12,8% che per un fondo prevalentemente obbligazionario è tantino.

Sui Pir, una forma di investimento incentivata in Italia grazie allo specchietto fiscale, il 2018 si ricorderà come l’anno dell’indietro tutta. Per i risparmiatori naturalmente e non certo per banche e reti che ci hanno accumulato commissioni d’oro nel collocare fondi e polizze come non capitava da tempo.

Dall’entrata in vigore nel gennaio 2017 i Piani Individuali di Risparmio hanno raccolto a fine giugno 2018 oltre 14 miliardi di euro con Banca Mediolanum (4 miliardi di euro), Intesa San Paolo (3,6 miliardi di euro) e Amundi (3 miliardi) nel podio degli acchiappa-risparmi.

Poter andare dal risparmiatore italiano e raccontargli che poteva non pagare le tasse in caso di guadagni (comprese l’esenzione dalle imposte di successione) era ed è tuttora uno di quegli argomenti di vendita irresistibili da giocare per i venditori più scafati.

Banche e venditori si sono tuffati nel 2017 su questo “storytelling” omettendo magari di raccontare che se c’è una Borsa al mondo ricca di opportunità ma anche di insidie è proprio quella italiana dove la volatilità è fra le più alte in Europa. Basti dire che oggi rispetto ai massimi del 2007 Piazza Affari è ancora sotto del 40%: altro che orizzonte temporale minimo di 5 anni come prescrive la normativa sui Pir come periodo minimo di detenzione.

Per l’industria del risparmio gestito comunque un affare irresistibile visto che le spese di gestione medie annue applicate ai sottoscrittori sono del 1.75-2% e per un prodotto che probabilmente il risparmiatore terrà in portafoglio almeno 5 anni significa poter tosare circa un 10% senza grande fatica. Decisamente non male per i bilanci avari di molte banche italiane.

Su questo blog di SoldiExpert SCF, MoneyReport, abbiamo trattato naturalmente lo scorso anno il tema con diversi articoli e interventi critici (del sottoscritto come di Beppe Scienza fra i più lucidi critici insieme a Mario Seminerio e Oscar Giannino) e siamo stati facili Cassandre sul fatto che il vero regalo con questo provvedimento varato dal governo Gentiloni con il Patto di Stabilità lo si faceva soprattutto all’industria del risparmio gestito. Oltre probabilmente 300 milioni di euro di pingui commissioni.

La retorica finto patriottica che investendo sui PIR si canalizzava il risparmio delle famiglie verso il sostegno all’economia reale e in particolare verso le pmi sta poi dimostrandosi nella realtà qualcosa di discutibile e la montagna ha partorito un topolino (ma un elefante naturalmente di commissioni per i collocatori).

I soldi raccolti sono, infatti, andati come qualsiasi studente di economia e commercio al I anno poteva arguire, soprattutto sul mercato secondario ovvero a gonfiare le quotazioni dei titoli già scambiati e pochissimo è arrivato sul mercato primario ovvero direttamente nelle casse delle società per aumenti di capitale o nuovi collocamenti. E soprattutto nei confronti delle pmi. Secondo i calcoli di CFO Sim comprendendo anche i collocamenti di agosto su Aim Italia (il listino delle piccole e medie imprese italiane ad “alto potenziale di crescita”) sono affluiti quasi 2,6 miliardi di euro, ma la gran parte del denaro è rimasto «parcheggiato» (anche dagli stessi fondi Pir) nelle Spac, i veicoli che raccolgono capitali finalizzati all’acquisizione di società da quotare in futuro. Al netto di questi, l’ammontare delle azioni emesse è stato pari a 333 milioni, non tutte ovviamente sottoscritte attraverso i Piani di risparmio e quindi forse i soldi andati alle Pmi se si facessero i conti arriverebbero a circa 150 milioni di euro sui 14 miliardi di raccolta. Poco più dell’1%.

Sul laboratorio Frankestein Pir ora ci prova a mettere le mani anche l’attuale esecutivo giallo verde con una serie di modifiche nella legge di Bilancio che inseriscono un vincolo di destinazione per i Pir di investire almeno il 7% del patrimonio in società quotate su mercati alternativi come l’Aim  in pmi quotate (3,5%) e fondi italiani di venture capital (3,5%) all’interno della quota destinata a strumenti finanziari di imprese diverse da quelle inserite nell’indice Ftse Mib.

Bella idea sulla carta perché qualche gestore bravo nel fare stock picking c’è (ma sono un’esigua minoranza come le pernici bianche) ma che rischia una pessima esecuzione (e a pagarne le spese ancora una volta i risparmiatori italiani) conoscendo un po’ la storia e quello che già 2 anni di Pir dovrebbero aver insegnato. Oltre al fatto che con questa norma si impedisce totalmente (ma le banche di fatto quasi in massa avevano fatto cartello nell’impedirlo) ai risparmiatori di costruirsi un Pir fai da te senza passare dai prodotti del risparmio gestito e ora questa “bella pensata” in attesa del disco verde dell’Unione Europea (che potrebbe eccepire che si tratti di aiuti di Stato) crea qualche difficoltà interpretativa ai fondi Pir di nuova emissione e a quelli già costituiti diversi punti interrogativi che dovranno essere chiariti e in attesa del decreto attuativo questa situazione paralizza il lancio di fondi Pir conformi (complaint) di nuova emissione.

Come le ciliegie, una pir-lata tira l’altra.

 

 

 

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