IMPARA L’ARTE E USALA PER INVESTIRE (BENE) IN BORSA. MA SIAMO IMPAZZITI?

Questo articolo è il secondo di una serie di articoli dedicati alla finanza vista da un angolazione particolare: quella dell’Arte. L’articolo precedente si può leggere a questo indirizzo il successivo cliccando qui

 

La passione per l’arte è nata sui banchi del liceo. Grazie a un professore straordinario, che noi studenti avevamo soprannominato Fidia, dal nome del più grande esponente dell’arte greca classica. Fidia è l’autore delle statue e dei fregi che adornavano il Partenone, molti dei quali sono andati distrutti.

 

“Fidia” era come il Professore Keating del film “L’attimo fuggente”. Si emozionava nel parlare e emozionava noi studenti, rappresentando davanti ai nostri occhi quanto lo studio delle opere d’arte potesse essere coinvolgente, vivo e elevare l’uomo.

La pensava come il Professor Keating, che diceva ai suoi allievi, nel film di Peter Weir: “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino, noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria, sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento, ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita.”

Feci tesoro di quella frase e dopo il liceo scelsi la facoltà di Economia pur non sapendo quale “nobile professione” mi attendeva. Continuai a coltivare nel tempo libero “quello che mi teneva in vita” per usare le parole del Professore Keating, ovvero la passione per l’arte. Durante le vacanze estive giravo per l’Europa in lungo e in largo, grazie all’InterRail. Visitai molti paesi: la Norvegia, la Finlandia, la Svezia, la Danimarca, l’Olanda, la Germania, l’Inghilterra. Per un mese, con questo speciale biglietto ferroviario, tutti i treni europei erano compresi nel prezzo.

109 milioni di euro per un quadro di Pollock?

Finiti gli esami, all’Università fu il tempo di scegliere la tesi. Volevo scovare un argomento che mi interessasse veramente. Un giorno lessi sul giornale una notizia. Il 2 novembre 2006, in asta, era stata battuta un’opera di Jackson Pollock per una cifra astronomica: 109 milioni di euro. Era il prezzo più alto che fosse mai stato pagato per un’opera d’arte.

 

La cosa che mi colpì è che quell’anno andarono in asta opere di due maestri dell’arte antica (Guido Reni e Giovanni Battista Tiepolo) per cifre enormemente inferiori. Con il 10% dei soldi spesi per il Jackson Pollock, il finanziere messicano David Martinez, che aveva acquistato l’opera dell’esponente dell’Espressionismo Astratto americano, avrebbe potuto comprarsi tre quadri di un maestro dell’arte antica. In asta “Ulisse scopre Achille tra le figlie di Licomede; Apollo scortica Marsia; Ercole uccide Anteo” di Tiepolo furono comprati dal titolare dell’Hotel Cavalieri Hilton di Roma per sei milioni di euro.

Perché, mi chiesi, le opere d’Arte Contemporanea raggiungevano in asta quotazioni stratosferiche? Per quale motivo un’opera di un artista americano, che molti in Europa non conoscevano nemmeno, era diventato il quadro più caro del mondo?

Volevo dare risposte a queste domande e pensai di proporre una tesi sul mercato dell’Arte Contemporanea e sui criteri di determinazione del prezzo delle opere d’arte. Mi rendevo conto che la tesi per l’Università Bocconi era un po’ “inusuale”. Pensai che l’unica chance di farla fosse di puntare in alto. Chiesi un appuntamento con il Professor Claudio Demattè. All’epoca Demattè, prematuramente scomparso nel 2004 per un ictus, era già un pezzo grosso. Era Presidente della Scuola di Direzione Aziendale dell’Università Bocconi ed era stato tre anni prima Presidente della Rai.

Avevo solo una freccia al mio arco per convincere il Professo Demattè ad accettare la tesi: sapevo che era un appassionato d’arte. Gli domandai se poteva essere il mio relatore della tesi di laurea. Mi disse solo due parole “No”. Rimasi di sasso. Mi sentivo come una che va alla stazione e ha il biglietto per il treno, si avvicina al binario, e il treno parte. Lasciandola a terra.

Quando una frase “giusta” ti cambia la vita

Mia mamma dice che il “no” è un concetto che non mi è mai entrato bene in testa. Chiesi al Professor Demattè perché non voleva farmi da relatore: considerava la tesi troppo “strana” o non gli interessava? Disse che l’argomento era troppo distante da quello che si insegnava alla Bocconi. Allora capii quello che volevo capire. A lui la tesi sotto sotto interessava. Ma era una tesi troppo “stravagante”. Me ne uscii con una frase che ancora adesso non so da dove mi venne. Dissi semplicemente “Pensavo avesse più potere”. Dopo averla pronunciata mi sarei voluta sotterrare. Ma lui capì al volo. Se non poteva nemmeno accettare una tesi solo perché gli piaceva, a cosa era servita tutta la fatica per raggiungere la sua posizione? Mi liquidò così “Mi prepari una tesina. E si trovi un correlatore”.

Il sistema dell’arte

Di correlatori ne trovai due perché la tesi, sarà stata anche “particolare”, ma destava interesse. Piaceva, perché era diversa. Presi 9 punti, un’enormità, e credo fu l’unica volta in cui non vidi professori annoiati durante la discussione di una tesi di laurea. Non finivano più di farmi domande.

La tesi fu un’esperienza straordinaria perché esaminai tutti i modelli teorici di determinazione del prezzo delle opere d’arte contemporanea. Ma soprattutto non mi limitai ai libri, andai sul campo, a conoscere gli “attori del sistema”. Mi feci spiegare da loro perché un’opera di Pollock poteva valere 109 milioni di euro. Intervistai i collezionisti più importanti di arte contemporanea da Giuseppe Panza di Piumo di Varese alla torinese Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, i galleristi di grido, quelli che riuscivano a scovare i talenti e a lanciarli sul mercato, editori di riviste di arte contemporanea come Gianfranco Politi di Flash Art, Presidenti di Fondazioni e artisti.

Grazie Maurizio grazie!

Per la tesi intervistai anche Maurizio Cattelan. Allora sulla rampa di lancio, Cattelan è oggi uno degli artisti italiani più conosciuti e amati all’estero. Il 13 maggio 2010 a un’asta di Sotheby’s una sua opera “Untitled” è stata venduta  per 8 milioni di dollari.

Maurizio Cattelan, “Untitled” 2001

L’opera ritrae l’artista che sbuca fuori da un pavimento. La cosa divertente è che per presentarla Sotheby’s ha fatto un buco nella sala dove si teneva l’asta. Ma “Untitled” del 2001 non è l’unica opera di Cattelan che ha toccato quotazioni milionarie. Nel novembre 2004 una scultura «La Nona Ora» è stata venduta all’asta da Phillips de Pury per 2,7 milioni di dollari (diritti esclusi). L’opera, realizzata nel 1999, presenta il pontefice Giovanni Paolo II a terra colpito da una meteora.

Cattelan dopo questi riconoscimenti del mercato, è stato anche (ri)scoperto in patria e una sua opera, “L.O.V.E.” è stata una fonte per me di ispirazione per raccontare la finanza da un angolazione particolare, quella dell’Arte.

L’arte punta il dito contro la Borsa

Un dito medio alzato puntato contro la Borsa di Milano campeggia da tre anni a Piazza Affari. E’ una scultura, in marmo di Carrara, alta 11 metri e dal peso di 60 quintali, dell’artista Maurizio Cattelan.

Maurizio Cattelan, “L.O.V.E.”, 2010

Quest’opera rimarrà davanti a Palazzo Mezzanotte per i prossimi 40 anni. Il titolo della scultura è beffardo. Si chiama “L.O.V.E” ma è evidente (basta guardarla!) che è tutto tranne una dichiarazione d’amore per la Borsa. E per i valori che secondo l’artista padovano evidentemente rappresenta. E dai quali si dissocia facendo presente a tutti di non condividerli affatto.

Ma perché tanto odio per la Borsa mi sono chiesta? Siamo tornati ai tempi del Medioevo quando il denaro era considerato lo “sterco del demonio”? O possiamo considerare definitivamente alle spalle i “secoli bui” e andare avanti con una nuova consapevolezza sull’importanza del denaro e sulla necessità di investirlo bene per vivere meglio? La finanza forse non è brutta sporca e cattiva come alcuni la dipingono. Ma sicuramente è una materia difficile, respingente e poco affascinante. Così mi sono chiesta: c’è un modo accessibile e accattivante per spiegare cosa è la finanza e come usarla per ricavare un profitto dai propri investimenti? E’ la sfida che mi sono posta. Unendo ancora una volta, trascorsi 15 anni dalla Laurea in Economia alla Bocconi, la finanza e l’arte. Perché è facile investire in Borsa, se conosci la Storia dell’Arte. Che strano connubio l’arte e la finanza d’altronde…io non volevo essere un riso in bianco.

Il problema del riso in bianco

Ricordo che quando frequentavo l’Università Bocconi ci fu un incontro con Marco Tronchetti Provera. Ci salutò così “Buongiorno, ho davanti la futura classe dirigente italiana”. Non provai alcuna emozione. Rimasi fredda. Tutti dirigenti dovevamo diventare? Non mi interessava. Poi un giorno ci fu una conferenza di una psicologa, Beatrice Bauer. Lei disse “Ragazzi non dovete cercare di essere come il riso in bianco. E’ vero, è un piatto che piace un po’ a tutti, ma sa di poco. E comunque non sentirete mai nessuno dire che impazzisce per il riso in bianco. Che è il suo piatto preferito. Ragazzi rischiate, siate voi stessi, siate originali, non cercate di piacere a tutti, cercate di piacere, veramente, a qualcuno”. Mi colpì dritto al cuore. Avevo capito chi volevo diventare. Una persona originale, non un riso in bianco. Anche a costo di non piacere a tutti. Ecco come è nato questo strano mix che a giudicare dalle testimonianze che ricevo sarà “strano” ma se piace arriva dritto al cuore.

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