INTESA SANPAOLO, UN AUMENTO DI CAPITALE CONTROTEMPO

E’ partito oggi l’aumento di capitale di Intesa SanPaolo che prevede la sottoscrizione di 2 azioni ordinarie ogni 7 azioni possedute sia ordinarie che rnc. Un’operazione da quasi 5 miliardi di euro che durerà fino al 10 giugno, obbligando quindi gli azionisti Intesa a decidere entro il 3 giugno (ultima data di negoziazione dei diritti con codice Isin it0004723752) da che parte stare: sottoscrivere l’aumento o vendere i diritti sul mercato.
Una robusta iniezione di capitali che consentirà all’istituto guidato da Giovanni Bazoli (presidente) e Corrado Passera (amministratore delegato) di portare il coefficiente di solidità patrimoniale Core Tier1 al 10% per prepararsi a quelle che dagli addetti ai lavori vengono chiamate le nuove regole di Basilea III. L’operazione prevede l’emissione di 3,6 miliardi di nuove azioni ordinarie a 1,369 euro per azione nel rapporto di 2 azioni di nuova emissione ogni 7 azioni (ordinarie o di risparmio) possedute.

La ricapitalizzazione, secondo quanto dichiarato dal management, consentirà di ridurre i costi della raccolta, di sostenere la crescita organica oltre che di aumentare i dividendi. Oggi peraltro è anche lo stacco dei dividendi per questo gruppo che mette in pagamento la cedola di 0,08 centesimi per le azioni ordinarie e di 0,091 per le azioni rnc.

In particolare il gruppo Intesa, nel prospetto informativo che accompagna questa operazione, dichiara come obiettivi principali dell’aumento di capitale in oggetto di:

• concentrarsi sull’economia reale avendo un’incidenza dei ricavi derivante da attività di  proprietary trading inferiore all’1%. In particolare l’obiettivo del Gruppo è di confermare: (i) la centralità del cliente; (ii) la visione di medio-lungo termine; (iii) la  focalizzazione sul commercial banking; (iv) la crescita dell’Investment Banking e (v)  la crescita delle attività prodotto (bancassicurazione,  asset management  e carte di credito e debito);
• focalizzarsi su alcuni paesi “core”, tra cui, in primo luogo, l’Italia, mercato in cui il  gruppo possiede forti vantaggi competitivi. A giudizio del  management dell’Emittente, infatti, il mercato nazionale presenta un notevole potenziale di crescita, principalmente per la presenza di una serie di fattori, quali, ad esempio: (i)  la forte presenza del Gruppo nelle prime 9 regioni italiane, che presentano un forte  potenziale di crescita; (ii) le potenzialità del Mezzogiorno; (iii) il potenziale di crescita trainato dalle esportazioni e dalla globalizzazione; (iv) la necessità di  effettuare nei prossimi anni investimenti in infrastrutture; (v) l’esistenza nel  panorama nazionale di piccole e medie imprese che  rappresentano una grande  riserva di crescita e di collaborazione per le banche che ne sappiano interpretare i  bisogni; (vi) la presenza di un ampio spazio di crescita per molti prodotti bancari rispetto ad altri Paesi europei; (vii) la somma del debito pubblico e privato che non presenta, rispetto ad altri Paesi, particolari anomalie; (viii) la circostanza che l’Italia  è tra i Paesi con lo stock di risparmio più elevato al mondo.

 

La tegola Standard&Poor’s
Per un bizzarro scherzo del destino il via a questo aumento di capitale, quasi tutto puntato sull’orgoglio “tricolore”, giunge proprio in quasi perfetta sincronia con la modifica in negativo da parte dell’agenzia di rating Standard&Poor’s del rating sull’Italia con previsioni che passano da stabile a negativo, mantenendo il rating sovrano invariato (A+ per il debito nel lungo termine e A1+ per il debito nel breve termine).

Un giudizio che viene motivato da S&P dal fatto che “le attuali prospettive di crescita sono deboli e l’impegno politico per le riforme volte a far aumentare la produttività sembra diminuire”, lasciando presagire per il futuro che se la crescita dovesse deludere e/o la risposta politica dovesse essere considerata inadeguata, è possibile un ulteriore downgrade.Un’analisi che parte dalla constatazione che il vento della ripresa economica in Italia spira debolissimo nonostante che gran parte dei suoi partner commerciali principali abbiano invece il vento in poppa… Il PIL italiano, infatti, è salito dello 0,1% trimestre su trimestre in ciascuno degli ultimi due trimestri, malgrado il solido aumento di produzione registrato in Francia (1% trimestre su trimestre) e Germania (1,5% trimestre su trimestre) nel primo trimestre.

Al 31 dicembre 2010 il gruppo Intesa Sanpaolo opera prevalentemente in Italia, che rappresenta circa il 77,1% dei proventi operativi, l’86,4% dei crediti verso la clientela e il  77,9% della raccolta diretta da clientela.
E come si evince da questa tabella sono invece le banche estere ad andare relativamente meglio grazie ai buoni risultati generati dalle tre sub-divisioni, ovvero:
• l’Area del sud-est Europa (SEE), che comprende le controllate Intesa Sanpaolo, Bank Albania, Intesa Sanpaolo Banka Bosna i Hercegovina, Privredna Banka, Zagreb Group in Croazia, Intesa Sanpaolo Bank Romania e Banca Intesa Beograd in Serbia;
• l’Area dell’Europa centro-orientale (CEE) che comprende le controllate CIB Group, in Ungheria, VUB Group in Slovacchia e Banka Koper in Slovenia; e

• le Aree del Commonwealth degli Stati Indipendenti e il Sud del Mediterraneo (CIS & SM), che comprende le controllate Bank of Alexandria in Egitto, Banca Intesa in Russia (già KMB Bank), e JSC Pravex Bank in Ucraina e la banca russa ZAO Banca Intesa,

 

Insomma quasi per paradosso i banchieri italiani sono più bravi a fare il loro mestiere fuori dall’Italia…

Fare la banca “per bene” (non so se in questo i manager di Intesa San Paolo si riferiscono anche ai generosi affidamenti concessi a un certo Romain Zakesky, azionista eccellente del gruppo) come spiega il prospetto è sicuramente un proposito lodevole ma questo dubitiamo che significherà assistere a un forte incremento dei profitti salvo non assistere a una risalita dei tassi o a un’improbabile (almeno per ora) forte accelerazione della ripresa economica in Italia.

Il management della banca vede naturalmente in modo virtuoso questa operazione che dovrebbe consentire di ridurre i costi della raccolta, sostenere la crescita organica e aumentare i dividendi. Questo perchè secondo il management gli utili che eccedono il 10% di Core Tier 1 verranno distribuiti agli azionisti e il piano industriale di Intesa San Paolo prevede un monte-dividendi di 5,3 miliardi nel triennio 2011-2013 che dovrebbe favorire soprattutto i titoli di risparmio che dovrebbero nei prossimi anni contare su un dividendo maggiorato con un valore cedolare intorno ai dieci centesimi.E questi, detto per inciso, sono fra i pochi  titoli che ci sembrano meritare una piccola scommessa fra i big bancari che tutti, uno o per l’altro, hanno comunque ancora diversi problemi di visibilità degli utili futuri e l’opacità di molti attivi in portafoglio.

Le azioni rnc sono peraltro una categoria di azioni destinata probabilmente alla conversione in ordinarie, come indirettamente ha confermato lo stesso amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, circa un mese fa, dicendo che “il momento attuale non è adatto per una operazione di conversione delle azioni di risparmio”.

La priorità del gruppo in questo momento era infatti raccogliere 5 miliardi di euro, non certo procedere alla conversione di un gruppo di azioni la cui capitalizzazione complessiva ammonta ora a 1370 milioni di euro su 27470 milioni di euro del gruppo post aumento di capitale (meno del 5% della capitalizzazione). E il fatto di non aver proceduto in questo aumento all’emissione di questa categoria di azioni suona come un’ulteriore indiretta conferma che le azioni rnc nel prossimo futuro potrebbero essere convertite pur se il mercato a vedere il grafico sottostante sembra sì credere a questa conversione ma adeguando il prezzo delle ordinarie alle rnc e non viceversa!

Aderire o no, le ragioni dei dubbiosi

Se chiari sono le ragioni dell’operazione di Intesa SanPaolo da parte del management che fa bene a muoversi sul mercato prima che l’intasamento sia eccessivo (sono già in coda Mps, Ubi, Bpm…)  e i sottoscrittori inizino a latitare qualche dubbio forse è lecito porselo se si è nei panni di un piccolo risparmiatore.

Come ha ricordato recentemente l’avvocato Carmelo Casciano, presidente di AZIONE INTESA SANPAOLO, l’Associazione dei piccoli azionisti, dal 2007 al 2010 “la banca ha prodotto utili per 15313/mln di euro di cui ben 5689/mln rivenienti da operazioni straordinarie. I dividendi distribuiti negli anni ammontano a 6957/mln di euro. Ne consegue che nel periodo considerato il Gruppo ha accantonato solo 2667/mln di euro di utile riveniente dalla gestione ordinaria, poichè degli 8356/mln di euro accantonati, ben 5689/mln provengono da componenti straordinarie”.

In pratica oggi Intesa SanPaolo (come altre banche) da una parte paga i dividendi con un mano mentre dall’altra richiede i soldi indietro sotto aumento di capitale. Un rafforzamento patrimoniale che segue un bilancio come quello 2010 a cui si è assistito a un ulteriore flessione della operatività corrente netta (–20,7%) in contrasto con le previsioni più ottimistiche formulate nei piani industriali precedenti.
Per il 2011 il management prevede una ripresa dei ricavi, rispetto al 2010, nonchè un miglioramento della redditività dell’operatività ordinaria grazie allo sviluppo dell’attività fondata sulla relazione di lungo periodo con la clientela. Il consigliere delegato, Corrado Passera, ha dichiarato che i risultati sono “perfettamente in linea con gli obiettivi del piano e le nostre aspettative” e che “Intesa Sanpaolo ha preso la decisione giusta agendo subito sull’aumento di capitale”.
Intanto nei primi 3 mesi del 2011 i risultati realizzati non sono stati ancora all’altezza delle aspettative con un utile netto consolidato a 661 milioni di euro, leggermente inferiore alle attese (circa 674 milioni di euro).  L’istituto ha registrato proventi operativi netti pari a 4,206 miliardi di euro (-0,9% anno su anno) rispetto i 4,259 miliardi stimati dal consenso. Gli interessi netti sono stati pari a 2,396 miliardi di euro, in linea con il quarto trimestre e il primo trimestre 2010, e le commissioni nette si sono attestate a 1,394 miliardi di euro.

A fine marzo 2011 il portafoglio titoli di proprietà del gruppo includeva titoli governativi (emessi da amministrazioni centrali e locali) greci per 790 milioni di euro (scesi però a 591 milioni post rimborso ad aprile), spagnoli per 741 milioni, irlandesi per 204 milioni e portoghesi per 60 milioni.

Tutte le fondazioni presenti nel capitale hanno dichiarato che aderiranno all’aumento di capitale mentre l’ad di Credit Agricole, Jean-Paul Chifflet, ha fatto sapere che l’istituto francese, che attualmente detiene una quota del 4,99%, non sottoscriverà l’aumento di capitale della banca italiana. Ognun per sé…

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