Investire in ETF, un boom che fa paura (soprattutto alla banche italiane)

Il mercato di ETF è decollato ancora di più quest'anno e non sembra fermarsi più. Quali sono le ragioni del loro successo e perché gli investitori, retail e istituzionali, preferiscono affidarsi a questi strumenti finanziari?

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La settimana sui mercati azionari mondiali non ha visto grandi novità con alcuni indici statunitensi vicini a sfiorare i massimi storici, mentre questa settimana è iniziata con un sano ribasso che ha finalmente consentito di titolare “lunedì nero” o “centinaia di miliardi di euro in fumo” a un bel po’ di commentatori che non stavano più nella pelle di usare i cari e vecchi cliché che funzionano sempre per destare attenzione (la paura guida il nostro cervello primitivo).

I mercati non salgono sempre ed esistono le correzioni e anche le fasi di ribasso e chi investe seriamente (e non gioca) lo mette già in conto (essendo mentalmente e finanziariamente attrezzato), mentre chi ogni volta si stupisce è destinato a commettere tutta una serie di errori che possono diventare fatali.

Ci sono correzioni e cali del mercato azionario. Se non avete idea di cosa può accadere, allora non siete pronti. Non farete bene in Borsa” diceva Peter Lynch, uno dei più grandi gestori della storia.

Alcuni investitori sono preoccupati per la variante del coronavirus Delta, che potrebbe spingere a una rivalutazione delle prospettive dell’economia. Nonostante ciò, i tre principali indici azionari hanno chiuso ciascuno solo il 3% in meno rispetto ai massimi storici di lunedì scorso, sottolineando la forza del rally che ha alimentato i mercati azionari nella prima metà dell’anno.

Il rendimento del decennale obbligazionario Usa è sceso ai minimi di febbraio all’1,14%, un cambiamento massiccio rispetto a quello di qualche settimana fa quando si parlava di rendimenti del 2% e oltre entro giugno 2021 trainati dall’inflazione.

Invece i rendimenti reali, che escludono l’effetto che l’inflazione avrà sui rendimenti, sono scesi fino a meno 1,12 per cento per il Tesoro a 10 anni, il minimo da gennaio.

La diversificazione ha mostrato di funzionare (ieri a fronte dell’azionario che perdeva il 2% l’obbligazionario a lungo saliva del 2%) come il fatto che le previsioni dei guru non valgono un cent nonostante siti e giornali sono costretti a pubblicare migliaia di dotte analisi per tenere in vita l’idea che ci sono degli esperti in grado di disporre di informazioni superiori sui mercati.

Al “popolino”, ovvero al mercato retail come si dice in termini più professionali, potrai più facilmente collocare così fondi d’investimento o gestioni dove racconterai che il Comitato Investimenti in base all’andamento dei mercati e delle società quotate ribilancerà opportunamente i portafogli grazie ai propri strategist e guru.

L’altro lato della medaglia paradossale è che in realtà sempre più anche gli investitori istituzionali si affidano a strategie passive, facendo incetta di ETF il cui mercato è decollato e non sembra fermarsi più.

Sono più di 200 gli ETF lanciati negli Stati Uniti durante la prima metà del 2021, rispetto ai 131 dello stesso periodo dello scorso anno e ai 100 tra gennaio e giugno 2019, secondo i dati di CFRA Research.

Sono nati negli Stati Uniti negli anni ’90 e in origine venivano chiamati soprattutto “trackers” come la parola “inseguitori” in italiano ma oggi vengono chiamati ETF e di strada ne hanno fatta. E stanno sorpassando in alcuni Paesi anche i fondi comuni d’investimento.

Le ragioni del loro successo? Costi nettamente inferiori dei fondi d’investimento e rendimenti superiori per effetto anche di questa maggior convenienza.

A inizio 2021 il mercato europeo ha superato il trilione di euro di masse gestite in ETF grazie all’aumento dei corsi azionari e agli acquisti netti di questi strumenti sempre più preferiti ai fondi d’investimento cosiddetti attivi o sicav.

Una crescita che non mostra segnali di stanchezza tanto che il leader di mercato Blackrock con il suo marchio di fondi indicizzati iShares prevede che il capitale gestito in ETF raddoppierà quasi in cinque anni.

In principio gli ETF sono stati criticati per aver mirato deliberatamente alla “mediocrità”, accontentandosi di replicare passivamente gli indici di borsa, senza cercare minimamente di superare le loro prestazioni.

A quasi cinquant’anni dalla loro creazione da parte di pionieri come John Bogle, fondatore di Vanguard, i fondi indicizzati quotati, meglio conosciuti come ETF, sembrano aver posto fine alla battaglia tra loro e la gestione attiva tradizionale. Ed è un eufemismo dire che sono stati loro a vincerla.

Lungi dall’essere stati rallentati dalla pandemia, le quantità raccolte in tutto il mondo hanno raggiunto livelli stratosferici nella prima metà dell’anno portando il patrimonio in gestione ai massimi storici (quasi 10.000 miliardi di dollari). E i gestori dei fondi di investimento tradizionali, che spesso faticano invano a fare meglio degli indici e pretendono in cambio comode commissioni, si riducono a vedere volare via questi nuovi fondi, che addebitano commissioni fino a dieci volte inferiori.

 

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Come nel trasporto aereo, dove Ryanair è diventata la principale compagnia europea, il low cost ha preso un posto di rilievo nella gestione patrimoniale globale. Con lui anche i suoi campioni, che si chiamino BlackRock, Vanguard, Amundi-Lyxor o State Street.

Gli investitori sono particolarmente attratti dalle commissioni basse e dal trading semplice e senza complicazioni, come mostra un sondaggio di JP Morgan Asset Management.

Gli ETF su noti indici azionari sono spesso offerti con commissioni annue dello 0,1 percento. I prodotti attivi, vale a dire i prodotti controllati dal gestore del fondo, di solito costano almeno dieci volte di più.

Un fondo d’investimento azionario globale può costare anche il 2,5%-3% all’anno mentre un ETF sullo stesso comparto lo 0,2% e nel tempo ottenere risultati nettamente migliori nell’85% dei casi come dimostriamo anche con il nostro Fund Rating di SoldiExpert SCF, società di consulenza finanziaria indipendente per investitori privati, dove all’indirizzo fondiexpert.it analizziamo più di 13.000 fondi in classe retail confrontandoli con i benchmark e assegnando un voto da 0 a 10.

Oltre l’86% dei fondi d’investimento distribuiti ai risparmiatori italiani si comporta peggio degli ETF e conferma quello che tutta la ricerca accademica da anni in tutto il mondo dimostra senza appello.

D’altra parte i fondi d’investimento consentono a banche e reti profitti impossibili da generare con gli ETF e per questa ragione restano il piatto forte insieme ai certificati da collocare ai risparmiatori italiani da parte di banche e private banker che talvolta si fingono “indipendenti” pur di piazzarli.

Al tema degli ETF, come società di consulenza finanziaria indipendente, dedichiamo da sempre una particolare attenzione anche perché già nel lontano 2003 siamo stati fra le prime società in Italia a offrire portafogli di ETF e a dedicare approfondimenti e analisi su questo strumento (la guida che abbiamo scritto all’indirizzo etf.soldiexpert.com è fra le più scaricate) quando ancora molti dicevano che si trattava di “strumenti pericolosi” (e qualche venditore di banca o di reti di promotori finanziari scorretto e in pieno conflitto d’interesse continua ancora a dirlo mentre magari offre dei fondi d’investimento su cui può tosare i clienti e al cui interno magari contengono ETF…).

Un Exchange Traded Fund, o ETF in breve, replica un indice del mercato. Questi possono essere indici che investono su materie prime, obbligazioni, azioni, ecc.

L’obiettivo dell’ETF è ottenere esattamente il rendimento generato dagli strumenti finanziari contenuti nell’indice. Questo almeno è stato il principio perché poi sono nati anche ETF smart che incorporano strategie particolari e anche oramai ETF attivi (questa settimana Goldman Sachs ne ha lanciato uno dedicato alle aziende rispettose del clima).

Gli investitori utilizzano gli ETF per acquisire quote dell’intero paniere di titoli o dell’indice. Ad esempio, se un ETF replica il Dax, verranno acquistate tutte le 30 (e presto 40) azioni delle società dell’indice principale tedesco.

Gli ETF sono negoziati solo in borsa (e questo consente a differenza dei fondi la trattazione in continua) e questo rende possibile conoscere il loro valore di mercato in ogni istante.

Poiché replicano un indice, il prezzo degli ETF è quasi parallelo al rispettivo indice. Inoltre, aspetto importante per gli investitori, è che i costi di gestione non arriveranno mai ai livelli degli “avversari”, i fondi di investimento, per quanto negli ultimi anni da strumenti solo “passivi” sono evoluti in varie forme fra cui anche “attivi” e “smart beta” nel caso che replichino strategie particolari.

Naturalmente gli ETF non sono la panacea (come non tutti i fondi d’investimento sono da “rottamare”) e non sono sinonimo di guadagni sicuri ma per l’industria del risparmio gestito tradizionale (e soprattutto italiana) sono una bella spina nel fianco e per i risparmiatori un’opportunità da valutare perché possono consentire una diversificazione eccezionale low cost e con un buon consulente si possono usare come “mattoni” per costruire l’asset allocation ideale che è differente per ciascun risparmiatore.

E’ questo il nostro mestiere (e solo un consulente iscritto all’Albo OCF può fornire consulenza personalizzata altrimenti è un abusivo e commette un reato ed è bene saperlo) come quello di ragionare in termini di portafoglio complessivo dalla parte del cliente, senza conflitti d’interesse e con strategie anche diversificate frutto della nostra esperienza ventennale. E anche di errori fatti (o visti fare da centinaia di risparmiatori) perché nessuno nasce imparato ed è bene quando si parla di investimenti restare sempre umili e non pensare di avere capito tutto o aver trovato la strategia “definitiva”.