Le Banche centrali rastrellano l’oro. Acquisti saliti del 29% in sei mesi

Il prezzo del bene rifugio per eccellenza, in grado di contrastare l'inflazione, in 20 anni è cresciuto del 375%. Ma nell'ultimo periodo l'oro si è mostrato volatile. Ecco il focus sul metallo prezioso

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Nell’ultimo ventennio l’oro ha visto i prezzi da 293 dollari l’oncia ai 1750 attuali. Un rialzo del 375% che non è certo male seppure nell’ultimo anno dopo i massimi a 2067 dollari l’oncia è entrato in una fase laterale fra i 1660 dollari l’oncia e i 1930 dollari senza prendere una chiara direzione.

Fra i metalli preziosi l’oro resta il più importante come dimensione del marcato seppure nell’ultimo decennio è il palladio quello che è decuplicato di valore per effetto del suo ruolo chiave nei catalizzatori delle marmitte. Circa l’85% del palladio finisce, infatti, nei sistemi di scarico delle auto. Il metallo serve per trasformare gli inquinanti tossici in anidride carbonica e vapore acqueo, componenti meno dannose.

Il fascino dell’oro resta comunque intatto per gli aficionados e ha destato scalpore che Palantir, la società tecnologica quotata da qualche tempo quotata a Wall Street e finanziata in origine dall’FBI, ha deciso di acquistare una cifra ingente di oro fisico per proteggersi da “eventi imprevedibili”.

Rifugio sicuro e protezione dall’inflazione: queste due proprietà sono tradizionalmente attribuite all’oro. Ma gli ultimi mesi hanno dimostrato che il prezzo del metallo prezioso può essere volatile. E inoltre, nonostante il rapido aumento dell’inflazione, la scarsa performance dell’oro ha acceso un dibattito sul fatto che il metallo prezioso offra effettivamente una buona copertura.

In portafogli di medio-lungo periodo la sua protezione e decorrelazione rispetto all’azionario ha comunque spesso funzionato e negli ultimi tempi, secondo i dati del World Gold Council, la quantità di oro gestita dai fornitori di indici (soprattutto ETF) è diminuita di quasi 130 tonnellate nella prima metà del 2021.

È la prima volta in sette anni che gli investitori prelevavano denaro netto dai prodotti dell’indice aureo nei primi sei mesi di un anno e secondo alcuni uno dei motivi è il timore che la Fed avvierà un rialzo dei tassi d’interesse.

Se l’oro negli ultimi mesi ha perso smalto e così i cercatori d’oro, va aggiunto comunque che nel secondo trimestre 2021 le banche centrali sono tornate acquirenti del metallo giallo come non si vedeva da tempo.

 

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Nel secondo trimestre, le loro riserve auree sono aumentate di quasi 200 tonnellate, secondo i dati del World Gold Council (CMO). Ciò porta gli acquisti netti nei primi sei mesi dell’anno a 333,2 tonnellate, ovvero il 29% in più rispetto alla media decennale. Dalla crisi finanziaria del 2008, le istituzioni hanno acquistato metallo su vasta scala.

E secondo alcune ricerche la bulimia dell’oro delle banche centrali non si fermerà: il 21% degli istituti emittenti intende rivedere al rialzo le proprie scorte auree. Le motivazioni per detenere o acquisire il metallo giallo sono però cambiate: “Performance in tempi di crisi” è ora il motivo principale addotto, accanto alla diversificazione delle riserve, alla de-dollarizzazione o ancora meglio alla gestione del rischio e dell’inflazione.

L’atteggiamento della Russia è un buon esempio in questo senso. La banca centrale ha certamente sospeso il suo regolare programma di acquisti nel marzo 2020, ma il ministro delle finanze Anton Siluanov ha annunciato a giugno che il 20% del patrimonio del National Wealth Fund – il fondo pensione pubblico – sarebbe stato investito in oro.

Nell’oro si può investire sugli ETC che detengono il metallo fisico e ne replicano l’andamento dei prezzi oppure sui fondi che acquistano i “miners”, le principali società minerarie nel mondo che estraggono i metalli preziosi.

Fra questi un esempio è Newcrest Mining specializzata nell’estrazione di oro e rame e che possiede miniere in Australia, in Papua Nuova Guinea, in Canada e in Indonesia. Ha prodotto 2,1 milioni di once d’oro e 142,7 mila tonnellate di rame secondo l’ultimo bilancio. Il costo di produzione dell’oro (AISC per gli addetti ai lavori ovvero All-In Sustaining Cost) è di circa 911 dollari l’oncia contro una quotazione di mercato dell’oro di circa 1750 dollari Usa.

I risultati dell’ultimo bilancio, chiuso al 30 giugno, annunciati qualche settimana fa hanno registrato il più alto profitto nella storia superando gli 1,16 miliardi di dollari (647 milioni di dollari l’anno precedente). Un utile cresciuto di oltre il 45% nonostante i maggiori costi dovuti alle spese straordinarie per gestire il Covid e che nel 2022 dovrebbe vedere una riduzione ma su livelli comunque superiori al 2020.

 

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Questo contributo dell’Ufficio Studi di SoldiExpert SCF è stato pubblicato in parte sul quotidiano La Verità il 23 settembre 2021.