Quer pasticciaccio brutto di Telecom Italia e altre storie

Il più famoso romanzo di Carlo Emilio Gadda “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” prende spunto da un fatto di cronaca pubblicato sui giornali e parla di un commissario di Polizia che indaga in una situazione caotica, in una storia dove compaiono una miriade di personaggi, su un furto di gioielli ma anche su un’anziana e ricca donna, vicina di casa, che viene misteriosamente uccisa.

E’ un’opera bellissima che parla, fra le tante cose, della “realtà complessa” o meglio, come direbbe Italo Calvino, della «molteplicità di causali», che non si presentano mai in uno schema nitido ed ordinato ma tendono ad ingarbugliarsi, a formare un “groviglio” come un “gomitolo”.

Quel gomitolo ingarbugliato di Telecom Italia 

E se c’è un’immagine adeguata per raccontare la storia di Telecom Italia in questi lustri quella del “gomitolo ingarbugliato di fili” telefonici… è perfetto come rappresentazione anche ora, dopo che nell’ultima assemblea c’è stato l’ennesimo ribaltone e a guidare la società ora c’è un consiglio di amministrazione nuovo dopo la vittoria del fondo attivista americano Elliott in cordata in assemblea con numerosi fondi e soprattutto il peso determinante dello Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti (CDP).

C’è la conferma di un amministratore delegato, Amos Genish, (israeliano ma che si è distinto in Brasile nel settore delle telecomunicazioni) nominato a settembre 2017 dall’azionista di maggioranza relativa con il 24% ovvero i francesi di Vivendi dopo l’uscita di Flavio Cattaneo.

E c’è un presidente nuovo di zecca che passa dalla luce ai telefoni come Fulvio Conti, già amministratore delegato di Enel.

Una Telecom Italia, insomma, guidata da un cda veramente eterogeneo (ai francesi di Vivendi sono rimasti 5 consiglieri di amministrazione mentre gli altri 10 fanno parte della lista Elliott) con un azionariato ancora più magmatico fra fondi “avvoltoio” (ora diventati “attivisti”), “invasori” francesi, fondi d’investimento del Vecchio e Nuovo Continente e pure la presenza dello Stato italiano che è rientrato nella partita delle tlc con l’ingresso della Cassa Depositi e Prestiti cioè la società finanziaria del ministero dell’Economia, con il 4,9% delle azioni di TIM, Telecom Italia.

E che votando al fianco del l’hedge fund americano all’ultima assemblea ha portato la bilancia in modo decisivo a favore di Elliott. E la CDP non è un azionista neutrale (e non solo perché è nell’orbita pubblica) visto che è anche socia al 50% di Open Fiber, la rete in fibra ottica concorrente a quella di Tim. Un’operazione ardita quella di Open Fiber voluta dall’ex premier Matteo Renzi per cablare l’Italia con il perno di Enel (azionista al 50%) e tramite l’acquisizione anche di Metroweb.

Secondo i progetti originari doveva esserci la fila di investitori istituzionali disposti a entrare in Open Fiber ma questo scenario non si è poi realizzato e ora quasi tutti fanno il tifo perché con Telecom Italia “all’americana” si vada verso uno scorporo della rete Telecom Italia con una successiva e possibile fusione con Open Fiber e poi una cessione di azioni sul mercato. Una roba “alla Marchionne”.

E naturalmente gli americani di Elliott vedrebbero di buon occhio una cessione parziale di questa creatura (una sorta di Terna o Snam Rete Gas della rete telefonica) per valorizzare questa partecipazione, ridurre il debito di Telecom Italia (25,3 miliardi di euro è l’indebitamento finanziario netto) e far salire il titolo grazie all’emersione del valore oggi inespresso tramite  una sorta di spezzatino stile il finanziere raider interpretato da Richard Gere in Pretty Woman e che qui invece indossa i panni meno affascinanti del 73enne Paul Elliott Singer .

A leggere i commenti entusiasti di molti report di banche d’affari sembra finalmente che su Telecom Italia sia arrivata la quadratura del cerchio seppure a guardar bene i report sulle azioni Telecom Italia erano estremamente positivi come target price anche negli scorsi anni quando il titolo passava da 1,2 a 0,7 euro.

Come si vede nella tabella il settore tlc non è proprio più la gallina dalle uova d’oro di un tempo e nessun fondo o ETF riesce ad avere a 1 o 3 anni performance positive mentre fra le singole eccezioni bisogna faticare non poco a trovare titoli con rendimenti positivi come nel caso di Orange (ex France Telecom) o Maroc Telecom.

Ora il titolo si è riportato sopra 0,8 euro ma solo sopra 0,9 euro, dal punto di vista grafico, darebbe un segnale importante di svolta seppure il settore delle telecomunicazioni a livello europeo e globale sia in trend discendente anche e soprattutto in confronto con l’indice azionario mondiale da qualche anno.

A 3 anni l’indice delle azioni mondiali è in crescita del 14% e quello delle telecomunicazioni europee è in discesa del 20%. Telecom Italia è ancora in rosso del -12% ma è ancora sotto di quasi il 30% rispetto ai massimi del 2015.

La guerra dei prezzi fra i vari operatori ha ridotto i margini (e in Italia a breve si attende lo sbarco dell’operatore francese Iliad) e i nuovi servizi a maggior valore aggiunto fra quelli digitali come il “cloud computing” sono diventati terreno di conquista da parte di operatori digitali puri come Amazon, Microsoft e tanti altri. La Rete ha poi creato tantissime opportunità low cost e free e basti pensare a Skype o Whatsapp che ha quasi totalmente annullato quello che era una volta il ricchissimo, in termini di redditività, mercato degli sms.

E in questi anni Telecom Italia è stata fra le peggiori società del settore tlc come andamento del fatturato in forte caduta (fra il 2012 e il 2016 -27% secondo il rapporto Mediobanca dedicato alle tlc) ma anche investimenti in discesa.

La redditività di Telecom Italia non è assolutamente male (ed è fra le più alte del settore) ma serve soprattutto a pagare oneri finanziari e nel passato è servita a pagare lauti dividendi ai finanzieri di turno che l’acquistavano a debito e non pensavano a investire sulla rete per ammodernarla.

Confesso perciò che tutto questo entusiasmo intorno a Telecom Italia dopo la vittoria di Elliott/CDP dal punto di vista logico a leggere alcuni report non mi convince a pieno (soprattutto come contribuente e consumatore) come soprattutto la partecipazione dello Stato italiano in questa contesa visto che il conflitto d’interesse dei francesi è persino poca cosa rispetto a quello di un “regolatore” ovvero un arbitro che si mette ad appoggiare una squadra in campo.

Tra l’altro negli ultimi mesi ho scoperto da utente Telecom Italia che questa (ma non è certo fra gli operatori tlc l’unica a fare sostanzialmente quello che vuole) può cambiare i piani tariffari quando vuole e addebitarti così maggiori costi e fare maggiore fatturato, consentendo facilmente a fornitori dati di addebitarvi 5 euro alla settimana sulla sim del cellulare perché vostro figlio minorenne ha cliccato magari sull’immagine dell’orso Yoghi e tante altre furbate come documentato ampiamente per esempio sul sito dell’associazione dei consumatori Altroconsumo.

Lo Stato dovrebbe fare bene prima di tutto il Regolatore e il gendarme con l’Antitrust (e non solo) nei confronti degli operatori di telefonia fissa e mobile (e non solo) ma evidentemente invece che un bulldog preferisce comportarsi come un chihuahua. Dalla telefonia all’elettricità, dai servizi bancari e finanziari a quelli assicurativi.

Uno Stato che trova strategico diventare socio di Telecom Italia (e scopre ora “la strategicità della rete telefonica”) insieme a un fondo attivista yankee che ha messo fra le prime cose in agenda la distribuzione del dividendo che i francesi di Vivendi avevano deciso di non distribuire per rafforzare il patrimonio, visto l’elevato indebitamento per sostenere gli investimenti stanziati.

Francesi che saranno pure antipatici (e che ora hanno soli 5 rappresentanti in consiglio mentre gli altri 10 posti sono andati a Elliott) ma che in questi anni hanno innegabilmente migliorato nettamente i conti di Telecom Italia in particolar modo sotto la gestione Flavio Cattaneo e soprattutto incrementato in modo significativo, come non avveniva da anni (dal 42% del 2015 al 77% del marzo 2018), la copertura in fibra (Ngan) del Paese con l’obiettivo di arrivare al 95% del Paese entro il 2020.

E dietro l’angolo c’è già la tecnologia 5G che consentirà sul mobile di viaggiare da 100 a 1000 volte a una velocità superiore rispetto a quelle 4G dove potremo per esempio scaricare un film in pochi secondi e il 5G potrà essere complementare alla fibra ma esistono scenari dove potrebbe essere un ottimo rimpiazzo. Per tacere di altre tecnologie che potrebbero svilupparsi.

E quale potrebbe essere il valore della vecchia rete fisica in rame di Telecom Italia se le nuove tecnologie in fibra ottica e 5G la sostituiranno?

Lo Stato socio determinante di Telecom Italia ma anche super regolatore ( e che potrebbe trovare in tanti conflitti d’interesse) desta curiosità ma anche diverse giuste perplessità come l’inedita accoppiata (forse una prima a livello mondiale) di un fondo speculativo come Elliott (una volta si chiamavano “fondi avvoltoio”…) con quello che dovrebbe essere un investitore di lunghissimo termine come la Cassa Depositi e Prestiti ovvero lo Stato.

Un vero groviglio, gomitolo… insomma un vero “pasticciaccio”.

Una sintesi di questo contributo è stata pubblicata sul sito ItForum.it e sul quotidiano “La Verità”

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