IPO FACEBOOK: MA VALE VERAMENTE OLTRE 100 MILIARDI DI DOLLARI?

Ha collaborato a questo articolo Emanuele Oggioni, gestore azionario di Saint George Capital Management

E’ stata già definita l’Ipo del secolo e la quotazione di Facebook che dovrebbe sbarcare a Wall Steet verso maggio sta già facendo parlare tutti i giornali finanziari (“L’Economist” gli ha dedicato l’ultima copertina), attirando l’attenzione di milioni di risparmiatori in tutto il mondo.

Non sono d’altraparte poi molte le aziende che si quotano che possono contare 845 milioni di clienti (“users mensili”) e pazienza se i recenti collocamenti di aziende del settore si sono rivelate mediamente un fiasco.

Secondo i calcoli di ZeroHedge un ipotetico investitore che avesse sottoscritto il primo giorno di quotazione tutte le azioni di società del ramo “social network “ in tutto il mondo (negli Stati Uniti ma anche in Cina) avrebbe visto il suo patrimonio in meno di un anno dimezzarsi (e nel momento peggiore dei mercati diventare perfino un quarto). Aderire in sede di Ipo in prima battuta è quasi impossibile e occorre quindi rivolgersi al mercato secondario.

Ma la quotazione di Facebook rappresenta per molti addetti ai lavori ed analisti “un’altra cosa”. Arriva sul listino, infatti, il leader dei leader, e come nel film “Americani” si raccontava bene nel mondo del capitalismo selvaggio c’è posto solo per un leader, massimo due: “il primo classificato vince una Cadillac, il secondo un set di coltelli da bistecca, il terzo perde il lavoro!”.

Quanto varrà Facebook? Le stime sulla valutazione oscillanzo fra i 75 e i 100 miliardi di dollari. In pratica ogni utente del social network (me compreso) viene valutato circa 100 dollari.

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La società certo va bene ma se prendiamo i criteri tradizionali di valutazione arrivare a una valutazione così “monstre” è quasi un esercizio di fantasia.
Fra il 2009 e il 2011 i ricavi di Facebook sono cresciuti a un tasso annuo del 127% annuo a 3,8 miliardi dollari nel 2011 con un utile operativo di 1,5 miliardi dollari.

In pratica se volessimo dividere la capitalizzazione di borsa prevista per il fatturato viene fuori una valutazione di circa 20 volte che è pari a 5 volte in più il multiplo di un’azienda come Apple e oltre 3 volte quella di un’azienda come Google.

Un professore che insegna alla Wharton School e scrive per il New York Times, Justin Wolfers, ha fornito in Twitter una sua valutazione per “tontoloni” per arrivare a 100 miliardi di euro: “1 miliardo di utenti, Fb guadagna 5 dollari su ciascuno in pubblicità. Valore attuale netto = profitto annuale per 20 = 100 miliardi di dollari”.

Una provocazione ma non è da escludere (visto come funziona questo mondo…) che le società che si occuperanno della valutazione e del prospetto informativo (un parterre che comprende insieme a Morgan Stanley anche Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch, Barclays Capital e JPMorgan) partendo da un ragionamento simile arriveranno attraverso centinaia e centinaia di pagine a esprimere in modo più raffinato il concetto con la stessa identica conclusione.

come si arriva alla valutazione “for dummies” di Fb secondo Wolfers

Se andiamo a fare anche il confronto con gli utili i multipli sono sempre multipli delle aziende più comparabili ma questi confronti ci insegna la storia di Google possono essere sempre fuorvianti poiché quando la creatura di Sergei Brin e Larry Page fu quotata nel 2004 a 84 dollari il prezzo non era certo economico e basato su multipli completamente diversi da quelli proposti oggi per Facebook: ebbene oggi le azioni di Google valgono circa 580 dollari…

In pratica chi comprerà le azioni di Facebook con queste valutazioni conta che il fondatore 27 enne di questa società non sbaglierà un colpo e ripeterà (o addirittura farà meglio) la sequenza di azioni positive dell’azienda di Mountain View.

Secondo Philip Pearson, co-manager della strategia GLG Technology (Man Group), “il dibattito sul valore di Facebook tende a concentrarsi sulle tendenze degli utenti e sui redditi e sugli utili a breve termine, ma manca di considerare il principale elemento di attrattiva, cioè il fatto che, per un investitore pubblicitario, il prezzo che si paga per “impression” su Facebook (o sui display pubblicitari che appaiono nell’area in cui l’utente fa il log- in per collegarsi al proprio account di Facebook) è pari a circa  1/10 del prezzo pagato per la medesima visibilità negli annunci pubblicitari televisivi. Il prezzo appare ancora più basso se si considera la mole di maggiori informazioni di cui si dispone sugli utenti di Facebook rispetto alle caratteristiche demografiche di chi guarda un programma in TV. Con il collasso di questo divario dei prezzi, dovremmo assistere ad una crescita consistente dei ricavi di Facebook e buona  parte di essi potra’ contribuire alla bottom-line. Se si guarda al modello complessivo, anche a 100 miliardi di dollari, Facebook sembra essere notevolmente sottovalutato.”

Sarà interessante in prossimità del collocamento vedere quali saranno le stime sul fatturato (ovvero i tassi di crescita) e sui margini previsti per Facebook nel futuro per provare a tentare qualche valutazione ma intanto è sicuro (e chi ha visto il film “The Social Network” si era già fatto un’idea) che Mark Zuckerberg ha di nuovo stupito tutti visto che già a 1 miliardo di dollari c’era chi gli consigliava di vendere la sua creatura (una cifra già colossale all’epoca) ma a saper aspettare ora potrà ritirare (virtualmente) una posta 100 volte superiore.

Ma cosa ci dicono i dati di bilancio diffusi da Facebook dalla società in questi giorni?

La pubblicità è ancora poca e pagata poco..

Intanto a vedere i dati diffusi in questi giorni risulta che Facebook ha 845 mn di users mensili, su una base mondiale di circa 2 miliardi di persone che utilizzano Internet nel mondo, con un tasso di penetrazione, quindi, di circa il 40%. In termini di pagine visualizzate, è secondo solo a Google (15% mkt share), con una quota del 12%, davanti a Yahoo (7%) e AOL (2%). Ma quello che più conta è il potenziale del mercato pubblicitario online, che vede sempre Google come la regina incontrastata, con un quota del 34%: tutti gli altri player sono staccati (Facebook e Yahoo hanno solo il 4% a testa).

Per ora la crescita è stata ben monetizzata, visto che nel 2011 i ricavi sono stati pari a $ 3.7 miliardi, il reddito operativo al 50% circa e l’utile netto pari a $ 1 md, dopo aver pagato un tax rate incredibilmente alto per una società USA (41%). Nel 2009 la società era in break-even e con ricavi inferiori a $ 1 md. Da notare come circa il 12% dei ricavi derivino da Zynga, l’azienda creatrice di giochi di successo come FarmVille: un punto debole messo in evidenza nel documento presentato alla Sec: “se tale azienda partner dovesse migrare verso altre piattaforme i nostri risultati finanziari ne risentirebbero”.

L’85% dei ricavi deriva dalla pubblicità, che nel 2011 è cresciuta più grazie ai volumi (+42%) che non ai prezzi (+18%), peraltro ancora molto bassi rispetto a Yahoo e AOL (nell’ordine di un decimo !). i ricavi fuori dagli USA sono il 44%, non distante dal livello di internazionalizzazione di Google (54%).
I costi principali (23% del totale) riguardano il datacentre e le fees sui pagamenti dei clienti effettuati con le carte di credito. Le spese di marketing sono il 12% dei ricavi, la ricerca e sviluppo il 10%.

Il potenziale della crescita deriva dall’attuale bassa monetizzazione (ricavi attuali diviso il numero di contatti mensili dei contatti per area geografica) che la società realizza al di fuori degli USA, ed in particolare con gli utenti dei Paesi Emergenti. Fatto 100 ciò che si ricava dall’utente americano, da quello europeo e canadese si ottiene 56 e da un user del resto del mondo meno di 10 !

E un effetto quindi della quotazione in Borsa di Facebook potrebbe essere quindi il progressivo aumento del prezzo della pubblicità su questo social network come una sua intrusione più massiccia, filtrando in modo sempre più potente e massivo i profili dei clienti.



Cambiano i tempi. Agli inizi di Facebook l’ossessione di Mark Zuckerberg era quasi di tenere la pubblicità più lontana da Facebook perché non era “cool” (ovvero “trendy”): ora dopo la quotazione in Borsa è lecito attendersi che la gallina dalle uova d’ora verrà sempre più spremuta per giustificare i multipli elevati a cui viene quotata. E d’altra parte la strategia di questo ragazzotto di Harvard (oggi 27 enne) si è rivelata azzeccata perché se avesse da subito infarcito il sito di pubblicità probabilmente non avrebbe conquistato così il favore di migliaia e poi di milioni di utenti

Intanto in vista della quotazione Mark Zuckerberg ha annunciato che dal 2013 il suo compenso mensile passerà da 600.000 dollari all’anno a un dollaro proprio come Steve Jobs aveva fatto in Apple.

Può “consolarsi” con il valore del suo pacchetto azionario che sarà del 28% ma mantenendo però il 56,9% dei diritti di voto della società. Maggior azionista, fondatore, presidente e amministratore delegato della società questo è Mark Zuckerberg: condividere su Facebook è molto importante ma in fatto di gestione aziendale è lui il giovanissimo padre padrone che concentra così un potere veramente egemonico. Eccessivo secondo numerosi osservatori che hanno studiato ad Harvard ma non hanno però raggiunto in tempi così brucianti i suoi risultati…

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