(Speciale PIIGS) IRLANDA, toglieteci tutto ma non il sex appeal fiscale

(Questo articolo fa parte di uno speciale PIIGS in cui  abbiamo analizzato la situazione economica di cinque paesi Portogallo, Irlanda, ItaliaSpagna e Grecia

L’Irlanda è stato il primo paese dell’Eurozona ad entrare in recessione dopo la crisi economica mondiale provocata dal tracollo dei mutui subprime. Dopo anni di boom economico, nel primo semestre del 2008 il Pil irlandese per due trimestri successivi ha subito una contrazione. Era la prima volta, dal 1983. E segna l’inizio di un calvario profondo.

Nel 2008 il Pil si è contratto del 2.3% nel 2009 ha subito un tonfo: -7%. Uno choc per un paese cresciuto fino a quel momento a tassi vertiginosi. La discesa del Pil dell’Irlanda negli anni 2008-2009 fu la più violenta per un paese dell’Eurozona. La disoccupazione salì dal 11,8% del 2009 al 14,4% del 2011. Molte persone che avevano comprato l’abitazione indebitandosi anche con mutui del 100% finanziati in modo “allegro” dalle banche non riuscirono più a pagare le rate. E le banche non riuscirono a resistere a questa ondata di debitori insolventi.

Scattò il salvataggio per evitarne il fallimento. A spese dei contribuenti irlandesi ma anche di alcuni creditori sventurati come alcuni obbligazionisti di bond subordinati (anche italiani) che nel silenzio generale vennero tosati dei loro quattrini. Si fa largo l’idea di un salvataggio con il sostegno degli organismi internazionali. Un ammutinamento della sovranità nazionale che il Paese non accettò di buon grado visto che arrivava da anni di grande prosperità.

La tigre celtica

Fino al 2007 l’economia irlandese cresceva a un ritmo talmente sostenuto che l’Irlanda era stata soprannominata la “tigre celtica”. Nel 1999 il Pil era salito del 8,4%, nel 2000 del 9,9%, nel 2002 del 5,2%, nel 2003 dell’1,4%, nel 2004 del 5,1%, nel 2005 del 5,5%, nel 2006 del 6% e nel 2007 di un altro 6%. L’Irlanda fino al 2009 aveva il secondo più alto prodotto interno lordo (PIL) pro capite nell’Unione europea (dopo il Lussemburgo), superiore di un terzo rispetto alla media UE-25.

 

Merito della politica lungimirante del governo irlandese che vara negli anni ’70 delle politiche fiscali volte ad attrarre le imprese high tech del futuro (computer, prodotti farmaceutici, tecnologia medica, servizi internazionali). Inoltre investe moltissimo nell’insegnamento superiore ed universitario in modo da formare giovani con competenze elevate per queste nuove aziende.

L’Irlanda riesce così ad attirare investimenti stranieri grazie a politiche fiscali agevolate (l’aliquota standard per le imprese straniere è il 12,5% e non a caso colossi come Apple, Google, Ibm e altri hanno domiciliato qui la sede europea e i propri quartieri generali) , soprattutto per le aziende del settore finanziario, tecnologico e farmaceutico. Inoltre punta moltissimo sulla formazione per avere una forza lavoro qualificata e preparata da offrire alle multinazionali. Questi giovani laureati trovano subito lavoro grazie alle multinazionali che decidono di aprire le proprie sedi in Irlanda e portano ogni anno maggiori entrate al governo di Dublino. Le entrate fiscali derivanti da utili societari rappresentano il 30% delle entrate totali. Per fare un confronto l’imposta sul reddito societario rappresenta solo il 13% di tutte le entrate fiscali in Italia rispetto al 6% negli Stati Uniti, l’8% nel Regno Unito, 7% in Francia, 3% in Germania, e il 9% in media nei paesi OCSE.

 

La bolla immobiliare

Le nuove imprese che decidono di aprire in Irlanda e i giovani laureati che trovano lavoro chiedono sempre più case in un panorama abitativo molto arretrato. In 17 anni le case in Irlanda raddoppiano di numero: nel 1991 c’erano 1,2 milioni di abitazioni in Irlanda, nel 2008 salgono a 1,9 milioni.

Fino al 2007 i prezzi degli immobili si quadruplicano. Il “mattone” diventa  un settore fondamentale dell’economia. Nell’anno 2007 il settore edilizio – immobiliare occupava il 13,3% della forza-lavoro, e questo era il dato più alto dei paesi membri del OCSE.

 

Solido come il mattone?

Poi da marzo 2007 i prezzi iniziano a scendere fino a dimezzarsi. I mutui non sono più coperti dal valore dell’immobile e per coloro che si sono indebitati per comprare la casa è un pessimo risveglio. La crisi volatilizza il lavoro e il valore dell’investimento immobiliare di moltissimi irlandesi che come un tempo tornano a emigrare. Moltissime case vengono messe all’asta e nei conti delle banche si apre un buco nero. Prestando a interessi minimi e senza reali garanzie, negli anni del boom le banche avevano ingozzato l’economia e gli irlandesi di mutui e di debiti; al sopraggiungere della crisi e della flessione del prezzo delle case, migliaia di debitori si scoprono insolventi: e sopraggiunge la crisi bancaria.

 

La casa affonda banche e governo

Le banche che avevano prestato soldi a interessi minimi e senza reali garanzie, al sopraggiungere della crisi e della flessione del prezzo delle case, quando migliaia di debitori si scoprono insolventi, entrano in crisi. E a sua volta mettono in crisi il governo e le finanze pubbliche perché il governo irlandese per evitare il fallimento delle banche deve metterci dentro un sacco di soldi facendo esplodere il rapporto debito/pil. Dal 47,4% (uno dei livelli più bassi del mondo) il rapporto debito/pil dell’Irlanda passa al 79,6% nel 2008 al 104,6% del 2009 al 144,2% del 2010 al 169,3% nel 2011.

Quando nel 2008 è scoppiata la bolla speculativa sui titoli derivati subprime vi è poi da ricordare che le banche irlandesi si sono trovate molto esposte e si sono trovate così con attivi il cui valore è precipitato e diventato illiquido. Tutto questo mentre il settore immobiliare crollava e alcune imprese multinazionali meditavano di lasciare il Paese perche non ritenuto più un posto stabile e sicuro per fare investimenti, soprattutto se fossero cambiate le “regole del gioco”.

 

La banca irlandese Allied Irish Bank, comunica una perdita netta di 10,4 miliardi di euro nel 2010, contro i 2,3 miliardi di passivo nel 2009. Bank of Ireland fa registrare perdite per 609 milioni di euro nel 2010, rispetto agli 1,76 miliardi del 2009. Il 20 gennaio 2009 una bufera si abbatte sulla borsa di Dublino: l’indice dei titoli bancari scende del 48%. Allied Irish Banks fa registrare una perdita del 72% mentre Bank of Ireland perde il 56%.

Anche i ricchi piangono

A causa della crisi che ha colpito la tigre celtica Sean Quinn, nel 2008 l’uomo più ricco d’Irlanda e il 164esimo nel mondo secondo la rivista Forbes, fa bancarotta. Tutta colpa della decisione dell’imprenditore di diversificare anche sul settore finanziario diventando azionista di peso poco prima del crollo della Anglo Irish Bank le cui quotazioni passano dai 10 euro a 20 centesimi. Da un patrimonio di 10,47 miliardi di euro che nel 2008 Quinn oggi ha solo 50 mila sterline insieme a un debito di 3 miliardi di euro.

 

Il salvataggio

A novembre 2011 sia il primo ministro Brian Cowen che David Hawley, portavoce del Fondo Monetario Internazionale, smentiscono le voci che circolano sul salvataggio. L’Irlanda, dicono, non avrà bisogno degli aiuti per uscire dalla crisi.

 

A fine novembre 2011, poiché l’Irlanda non riesce più a finanziarsi sui mercati,  visto che i tassi di interesse superano il 10%, scatta il salvataggio cui l’Irlanda partecipa versando una quota pari a 17,5 miliardi di euro, che vengono prelevati dai fondi pensione degli irlandesi. I restanti 67,5 miliardi sono in parti uguali (22,5 miliardi ciascuno) a carico dell’Fmi e del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf) e del bilancio comunitario. Inizia un periodo per la popolazione da “lacrime e sangue” secondo la nota ricetta del FMI: meno spesa pubblica, più tasse, taglio degli stipendi pubblici. Secondo il premio Nobel Paul Krugman la ricetta ucciderà il malato. Il piano europeo messo appunto per riportare il deficit dell’Irlanda al 3% entro il 2014 secondo l’economista è destinato a fallire. Il prestito da 84 miliardi secondo Krugman non migliorerà la situazione considerando i costi per sanare i ‘buchi’ delle banche irlandesi e il piano di austerity che inevitabilmente farà sentire il ‘suo peso’ all’economia irlandese. Considerando che i tassi del prestito sono molto alti  la paura degli investitori è , secondo Krugman, che l’Irlanda si possa arenare in un “un circolo vizioso” e che non riesca così ad onorare i suoi impegni, facendo alzare i tassi di interesse. L’unica soluzione per Krugman sarebbe stato seguire l’esempio dell’Islanda ossia “ristrutturare una gran parte del debito, usare i controlli di capitale e incoraggiare la svalutazione”.

Ci si mette pure Moody’s a gettare benzina sul fuoco. Il 12 luglio 2011 l’agenzia internazionale di rating  taglia il rating dell’Irlanda a livello spazzatura in quanto teme che alla fine del 2013 il paese abbia bisogno di ulteriori finanziamenti da parte degli organismi internazionali. Fortunatamente a oggi sia Krugman che Moody’s si devono ricredere. E la speculazione internazionale intanto ha preferito concentrarsi più sulla Grecia che sull’Irlanda per farne saltare i conti. Morte tua, vita mia.

        

La tigre torna a ruggire

A luglio 2012 l’Irlanda ha collocato 500 milioni di titoli trimestrali al tasso dell’1,8%, dopo due anni fuori dai mercati internazionali.

L’Irlanda vuole tornare ad essere la ‘Tigre celtica’ di un tempo e si dice pronta ad abbandonare il programma di salvataggio varato dalla Troika nel novembre del 2010. A darne notizia, durante una conferenza stampa, il ministro delle Finanze irlandesi, Michael Noonan del Fine Gael.

Il piano che prevede gli aiuti fino alla fine del 2013, potrebbe essere sospeso. “Stiamo pensando di uscire dal programma” ha  detto il ministro. Del resto secondo il Fondo Monetario Internazionale l’economia irlandese promette bene. L’Fmi stima una crescita del Pil del +0,4% nel 2012 e +1,4% nel 2013. Alcuni parlano già di miracolo irlandese. Il governo dell’isola è stato del resto estremamente lungimirante nel mantenere una politica fiscale di favore per le imprese high tech che pagano sugli utili societari solo il 12,5%. Questo ha attirato i grandi nomi del web: Twitter, Google, Intel, CitiGroup, Dell, Facebook, per citare i più noti. Le entrate fiscali in Irlanda, su cui quelle derivanti da utili societari pesano per il 30%, hanno registrato nei primi due mesi del 2012 il ritmo di crescita più sostenuto (+21,8%) di tutta la Ue.

La bad bank in cui sono confluiti i crediti tossici (ovvero inesigibili) delle banche irlandesi ha ripagato i propri creditori con appartamenti e appezzamenti di terreno pignorati nel corso dello scoppio della bolla immobiliare.

Numeri positivi ma che di certo non  rassicurano del tutto visto che il debito pubblico continua a salire (pesa ancora per il 106,4% sul Pil) e la disoccupazione non fa ben sperare le famiglie irlandesi che sono fortemente indebitate. La disoccupazione infatti si attesta al 14,8% nel primo trimestre dell’anno. E il rapporto deficit/Pil più alto del 2011 è stato quello dell’Irlanda (13,4%), seguita da Grecia (9,4%) e Spagna (9,4%). Numeri che però non spaventano il mercato tanto è vero che  lo “spread” tra Italia e Irlanda è di 38 punti base. A favore dell’Irlanda.

L’Irlanda continua a crescere

Nonostante la crisi che ha colpito il paese nel 2008 l’Irlanda è cresciuta in termini reali del 50 per cento in tredici anni mentre l’Italia è ad un livello superiore a quello del 1999 di solo il sei/sette per cento.

 

La Tigre Celtica piace talmente all’Economist che secondo il settimanale non dovrebbe nemmeno far parte dei Pigs. Alla luce delle previsioni di crescita del Pil e del rapporto deficit/Pil, i problemi dei PIIGS non riguardano più l’Irlanda secondo l’Economist. Relativamente alla crescita del Pil, per la Spagna si parla di recessione, per la Grecia di crescita zero, e per Italia e Portogallo di un incremento che nella migliore delle ipotesi può sfiorare lo 0,4%. In merito al rapporto deficit-Pil, invece, queste quattro nazioni dovrebbero attestarsi, rispettivamente, su valori pari al 6, 4, 4 e 2,5%.

E l’Irlanda? Beh, per The Economist dovrebbe essere in grado di riportare il rapporto deficit-Pil al di sotto della soglia del 2% grazie a una crescita che potrebbe a sua volta raggiungere un “miracoloso” 2%.

Il punto di vista degli analisti del settimanale britannico è condiviso anche dagli economisti del Fondo monetario internazionale. Il tallone d’Achille dell’Irlanda rimane attualmente il tasso di disoccupazione mentre sul fronte economico la decisione del governo di puntare con aliquote fiscali di favore sui settori del futuro (information technology e farmaceutico) continua a rivelarsi vincente. E la tigre può tornare a ruggire. Si parla tanto di armonizzazione dell’ Unione Europea ma in realtà la “specialità” irlandese di offrire un “fiscal appeal” alle aziende di tutta Europa che si basano in questa isola si è rivelata un punto di forza incredibile. E il “miracolo” irlandese se sarà il primo a uscire dalla crisi dimostra forse che far pagare meno tasse alle imprese (l’aliquota standard è uno “stellare” 12,5%) non è un’idea così balzana per essere competitivi in tempi di crisi e credit crunch se si attua una politica di attrazione complessiva delle imprese e si diventa una fucina di talenti. Certo occorre avere visioni di lungo periodo. E a quanto pare i governanti irlandesi ce l’hanno visto che sul futuro del Paese hanno iniziato a pensare negli anni ‘70 .

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