(ESPERTO RISPONDE) EURO SI’, EURO NO. L’ITALIA E’ FINITA E I MERCATI AZIONARI SONO VICINI AL CROLLO?

La domanda del nostro lettore molto preoccupato per la crisi dell’Italia: cronaca di uno spavento senza fine

Buongiorno Gaziano,

L’ Eurozona secondo la teoria economica delle aree valutarie ottimali (Mundell) non è un area valutaria ottimale: i parametri macro dei singoli Paesi dell’Eurozona non convergono, ci sono differenze di tassi di inflazione, di tassi di interesse, di tassi di crescita, di fiscalità ecc…

I parametri di Maastricht non sono strutturalmente adatti al nostro Paese, abituata in passato prima dell’euro a svalutazioni aggressive del cambio e forte debito pubblico. L’Italia non è strutturata per una hard currency (moneta forte ndr). A parte le aziende che possono fare export, c’è un decadimento, uno sfilacciamento del tessuto economico che continua dalla metà degli anni ’90. La domanda interna ristagna da lustri e continuiamo a perdere punti di  produttività da 30 anni a questa parte. Per quanto sarà sostenibile questo pattern(sentiero ndr)?  Cosa ci riserba il futuro? Che idea vi siete fatti in merito al nostro futuro dal vostro osservatorio privilegiato?

Matteo B.

Risponde Salvatore Gaziano, consulente finanziario indipendente e Direttore Investimenti di SoldiExpert SCF

Gentile Matteo,

la sua analisi e tesi a sostegno le condivido totalmente e le contraddizioni dell’euro sono perfino più evidenti di quelle che secondo Karl Marx dovevano portare oltre un secolo e mezzo fa alla caduta del capitalismo che oggi invece apparentemente sta bene come non mai a vedere il Pil mondiale.

Ho letto peraltro in questi giorni nella versione italiana il libro (“I principi del successo”, Hoepli Editore) di Ray Dalio, uno dei più grandi gestori di hedge fund del mondo come quello (“Uomini e Soldi”, Rizzoli Editore) di Paolo Basilico, fondatore di Kairos, la prima e più importante società di investimenti alternativi italiana (poi ceduta) e anche se i rispettivi libri parlano di tutt’altro, anche loro, da uomini che conoscono bene i mercati, la finanza e l’economia, mettono in evidenza da tempo “en passant” i limiti dell’euro come valuta unica di un’area oggi ben poco omogenea.

Fare previsioni è un arte difficile e lo stesso Ray Dalio, che oggi è fra le stelle acclamate del settore e gestisce 150 billions di dollari di risparmi con la sua Bridgewater Associates, racconta come a metà della sua carriera per una previsione apparentemente sensata e perfetta si è ritrovato a dover licenziare tutti i suoi dipendenti e non avere nemmeno i soldi per andare a incontrare con un aereo un potenziale grosso nuovo cliente perchè le cose non erano andate poi come aveva previsto e i mercati invece che crollare (come aveva previsto) erano andati nel verso opposto.

E che sia difficile fare previsioni lo dimostra il fatto che da oltre 7 anni circolano grafici o previsioni documentatissime che spiegano perchè i mercati azionari mondiali sono vicinissimi al “ribasso secolare” (magari sovrapponendo grafici di altri periodi che sembrano dimostrare che tutto si sta ripetendo) ma poi le cose invece vanno in modo diverso.

 

Capita spesso di imbattersi in grafici (che ci vengono segnalati da investitori che ci chiedono il nostro parere) come questo in cui si sovrappongono andamenti storici con quelli attuali per prevedere un prossimo e imminente crollo. I mercati si ripetono nei sali scendi ma i percorsi possono anche divergere a un certo punto e l’affidabilità di previsioni di questo tipo è pari al testa o croce. Solo negli ultimi 8 anni almeno 5 volte si è parlato di prossima inversione “secolare” dei mercati (e sono circolati grafici del tutto simili a questo) e abbiamo visto poi finora nuovi massimi anche perchè l’analisi sensata sui cicli (dai 7 anni di prosperità e carestia biblici alle onde dell’economista russo Kondratiev) ha trovato nell’ultimo decennio un nuovo attore nelle banche centrali capaci se non di sovvertire le leggi dell’economia almeno per ora quella della moneta. Certo qualcuno prima o poi magari ci azzeccherà ma tutto questo ha poco a che fare con la capacità di fare nel tempo fare consulenza. 

 

In questi giorni sul mercato azionario americano siamo arrivati a +150% addirittura dalle previsioni formulate da un altro dei più grandi gestori del mondo come Bill Gross (poi ritiratosi) che nel 2011 aveva predetto un crollo imminente dei mercati azionari (invece da 100 l’MSCI Azionario Usa è passato in questi 8 anni a 250).

Tutto questo per dire a lei e a me stesso che fare previsioni è come giocare a testa o croce indipendentemente da chi formula queste previsioni e prima o poi naturalmente qualcuno ci azzecca (ma non necessariamente per bravura, anzi) come spesso abbiamo provato a documentare con articoli e studi sull’argomento.

Parlando dell’Italia che la situazione è seria non c’è dubbio per quanto uno dei miei pensatori preferiti da ragazzo, Giuseppe Prezzolini, aveva già scritto 80 anni fa un libro (di cui ho lo copia originale) “L’Italia finisce ecco quel che resta” e tutta una serie di saggi gustosi dove si raccontava quasi senza differenza rispetto a oggi i pregi e i difetti del popolo italiano, dei furbi e dei fessi.

C’è una forza autodistruttrice che muove gli italiani contro se stessi per fortuna salvati da un colpo di astuzia e da quella genialità che viene fuori all’improvviso, inaspettamente.” Ecco perché, nota, Prezzolini, “gli stranieri ci amano, ma non ci stimano” sintetizza bene Gennario Sangiuliano (giornalista e attuale direttore del TG2 fra i più completi biografi prezzoliniani).

Mi è capitato peraltro in questi giorni di ritrovare un mio preoccupato articolo che scrissi nel 1992 (allora c’era il famoso governo Amato) proprio sul debito pubblico italiano e posto che allora il problema erano i 2000 miliardi di lire di debito pubblico, ho dovuto rilevare rileggendolo che quasi nulla è cambiato e anzi il debito è diventato ora di oltre 2,37 milioni di miliardi di euro. L’articolo si chiamava “Due fantastiliardi di debito pubblico” e lo si può leggere qui

E’ verissimo come annota che la situazione industriale del Paese è perfino peggiorata drammaticamente e le prospettive sembrano fosche, perchè in un mondo globalizzato l’Italia è in ritardo su tanti fronti e mentre ci sono società (fra qui molte quotate e non solo) che lottano e riescono a stare al passo, altre rischiano completamente di sparire con effetti nefasti sul Pil italiano.

Il governatore di Banca d’Italia Ignazio Visco (che nella pratica si è dimostrato meno eccellente della teoria) ha correttamente osservato in questi giorni come il tasso di disoccupazione nel nostro Paese è del 10% contro il 2% in Giappone e il 3% negli Usa.

E se è vero che il debito della famiglie italiane viaggia attorno al 40% la media europea è del 60% e anche le imprese italiane sono al 70% contro il 110% delle aziende europee.
Ma questo non basta perché “abbiamo solo il 5% del Pil che proviene dai settori digitalizzati mentre in Germania è l’8%. Se non ci attrezziamo il futuro non sarà facile. Nel resto del mondo l’adeguamento è stato rapido. I robot lavorano con noi e per noi. Scompariranno alcune professioni, ma se ne creeranno delle nuove (in Corea dove il tasso di robotizzazione è il più alto al mondo il tasso di disoccupazione è comunque sotto al 4%). Ma ci sono rischi di concentrazione tecnologica che possono portare a una distribuzione del reddito molto squilibrata.

Tutte cose che io e Roberta segnaliamo da tempo e che riteniamo ben più rischiose del livello del debito pubblico italiano.

Venerdì quando mi ha scritto ero a una conferenza organizzata dalla Camera di Commercio di Torino e da una serie di soggetti che stanno cercando di sviluppare un eco-sistema tecnologico a Torino fra cui anche importanti investitori privati.
Un dato mi ha colpito più di tutti: sa a Torino, che viene considerata ancora la città e culla della grande industria italiana, quante sono le aziende registrate alla Camera di Commercio con meno di 10 dipendenti?
Il 95,5%.

Nel “Nuovo Mondo” non conta il numero dei dipendenti se pensiamo che nel 2014 Facebook comprò Whatsapp per 19 miliardi di dollari (e oggi varrà più del doppio) e allora contava solo 55 dipendenti di cui 32 ingegneri.
Ma il dato che deve far riflettere è che molte imprese italiane sono digitalmente arretrate (come lo e’ in larga parte il nostro Paese come infrastrutture) e questo significherà inevitabilmente se non cambia qualcosa che finiranno fuori mercato e nessun “tavolo di concertazione” del Mise, Ministero Sviluppo Economico, potrà mai bastare ad affrontare tutte queste crisi.

E concordo quindi con la sua severa analisi anche perchè appare sempre più evidente che in Italia ci sono zone come Milano soprattutto (e la vittoria della candidatura olimpica è un ulteriore stimolo), un po’ di Torino e nord Est ed Emilia e poche zone di eccellenza che competono e addirittura battono su molti fronti le aziende tedesche e multi-nazionali, ma c’è poi tutta un’altra parte di Italia che sta andando a ramengo per un concorso di fattori rilevante.

Le ricette dei politici italiani si sono rilevate inadeguate e non certo solo degli ultimi in carica che soffrono anche loro di “contraddizioni” insanabili all’interno anche della stessa maggioranza naif che è stata costituita, seppure non c’erano alternative dopo le elezioni dello scorso anno per tentare di dare uno straccio di governo al Paese.

Paradossalmente possiamo dire un po’ provocatoriamente che il nostro scudo è oggi proprio  il debito pubblico monstre che abbiamo costruito, governo dopo governo, e che significa che una crisi del debito italiano significherebbe un serio problema non solo per noi italiani ma anche per i detentori esteri di BTP italiani.

E parliamo di francesi, tedeschi, spagnoli che detengono questi titoli tramite le rispettive banche e per circa 600 miliardi di euro potremmo stimare. Non proprio noccioline.

E se consideriamo il casino scoppiato con la Grecia nel 2009 per un debito pubblico 8 volte inferiore a quello italiano mi viene difficile pensare che una mente non malata possa pensare come soluzione a un default dell’Italia per le conseguenze letali che potrebbe avere e non solo per le banche francesi, tedesche e spagnole e per l’euro.

L’ipotesi di una “patrimoniale” per riportare i livelli dell’olio a posto? Vedendo cosa è accaduto anche qui in Grecia con le cure a base di tassazione e austerity (basta leggere i bellissimi gialli di Petros Markaris, il Camilleri ellenico) il paziente non è evidentemente improvvisamente guarito perchè se parliamo del caso italiano non basta certo solo un “prelievo di sangue” per far tornare a posto il paziente, anzi l’effetto potrebbe essere contrario.

Si tratta naturalmente di considerazioni in libertà e l’attuale situazione non potrà durare in eterno perchè non si risolve certo da sola ma la mia unica fiducia è che siccome il nostro debito è così elevato (ma non penso sia una strategia geniale cercare di aumentarlo se non contemporaneamente tagliando un po’ di spesa fatta di sprechi e regalie) vale il vecchio detto americano: Se hai un debito di diecimila dollari è affar tuo, ma se è di un milione è un problema del creditore”. E il nostro debito è quasi di 2,4 miliardi di euro di cui un quarto circa nei confronti di investitori esteri.

Detto questo come scriviamo credo correttamente nei nostri report da anni riguardo gli investimenti  l’Italia resta un posto bellissimo ma dove fare impresa è più pericoloso che nel Borneo o in Indonesia. E anche investirci va fatto “cum grano salis” non certo riempendosi di case o titoli solo azionari o obbligazionari italiani ma diversificando e molto in giro per il mondo (ed è quello che noi facciamo come SoldiExpert SCF con i nostri portafogli, servizi di consulenza o nelle gestioni patrimoniali di cui siamo advisor) fra Paesi e comparti perchè oggi ci è consentita questa opportunità ed è un’opportunità fantastica che oggi abbiamo e 40 anni fa quando ho iniziato a fare questo mestiere nemmeno c’era. E non basta certo solo diversificare e per questo ci siamo attrezzati anche per questo con un approccio che è diverso dal solito “fritto misto” offerto (a caro prezzo) dall’industria del settore che è sempre più affamata di profitti e cerca di spremere i “limoni”.

Se nell’Unione Europea non è stato previsto un meccanismo di uscita e un piano B (velleitaria e fuori dal tempo l’idea dei mini Bot se dovessero servire a questo) molti risparmiatori italiani che hanno compreso la posta in gioco già da tempo si stanno attrezzando a vedere i famosi flussi Target 2.

Da anni gli stessi risparmiatori italiani puntano sempre più su fondi ed ETF, polizze di diritto estero, conti bancari all’estero (regolarmente denunciati) e mandano magari i propri figli a lavorare o studiare all’estero perché al di là del governo in carica la fiducia in questo Paese e nella sua capacità di adattarsi ai tempi è quasi nulla o troppo lenta.

E senza andare lontano i  nostri figli di 9 e 11 anni frequenteranno rispettivamente questa estate Anna un campus estivo di lingua inglese, mentre Federico andrà 2 settimane (e l’ha chiesto lui)  a Southampton in un college con altri ragazzi italiani i cui genitori pensano probabilmente come noi che il mondo sarà sempre più globale, nettamente più selettivo e occorre avere delle skills (abilità) diverse rispetto al passato. Dalla capacità di adattarsi ai più diversi contesti (vedo invece qui gente che se gli cambiano scuola ai figli di qualche centinaio di metri grida al complotto).

Il contrario di chi pensa che occorre più welfare e assistenzialismo perché come diceva Giuseppe Prezzolini in Italia questo significa solo più sprechi di denaro pubblico (dando ragione perfino paradossalmente agli evasori): “Il contrario dell’espansione della beneficienza. Lo Stato dovrebbe limitarsi a garantire la sicurezza nazionale, la scuola che premia i migliori, la sanità gratuita per tutti, una giustizia rapida, una vecchiaia dignitosa per i suoi cittadini”. Questo è quello che dovrebbe fare lo Stato in Italia e nulla di più e già questo mi sembra (come diceva il generale De Gaulle*) un programma ambizioso*.

*Una volta il generale De Gaulle, uscendo da un comizio, si senti gridare da uno suo estimatore: “Morte ai coglioni!”. Rispose De Gaulle, pacatamente: “Signore, il suo programma è troppo ambizioso!”

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