ITALIA, O CRESCI O ESCI! UN SAGGIO MOLTO ATTUALE

In “Italia, cresci o esci” (Garzanti editori) Roger Abravanel e Luca D’Agnese, forti della loro esperienza alla McKinsey come mega consulenti, analizzano quello che considerano il problema numero uno dell’Italia: la bassa crescita. Problema che attanaglia l’Italia da sempre e che la recente crisi finanziaria del 2007-2008 non ha fatto altro che esacerbare.

Ma perché l’italia cresce poco si chiedono i due autori  attingendo al patrimonio di ricerche condotte sullo stivale dalla McKinsey, una delle società di consulenza aziendali più importanti del mondo? Per diverse ragioni.

Mal d’Italia

Il libro è uscito qualche mese fa ma è molto attuale e merita qualche riflessione. L’Italia secondo gli autori non ha saputo adeguare il suo modello economico alla nuova economia globalizzata. Gli imprenditori pensano ancora in modo “vecchio” concentrandosi sul “Made in Italy” mentre si dovrebbe iniziare a pensare in termini di “created in Italy”. I lavoratori non si rendono conto che l’articolo 18 che impedisce alle imprese di licenziare liberamente non favorisce la meritocrazia “impedendo alle imprese di licenziare un lavoratore assenteista e assumerne uno bravo che vuole lavorare”.

Il sistema pensionistico italiano che permette agli italiani di lasciare il lavoro troppo presto. Nel 2011 l’età media di coloro che sono andati in pensione era di 58 anni. In Italia solo il 30% dei cinquantacinque-settantacinquenni lavorano e il dato in sé dice poco ma dice molto se confrontato con la percentuale di persone di quest’età che lavorano in Germania (45%) e in Svezia (70%). Secondo gli autori questa sotto-occupazione italiana vale diversi punti percentuali del Pil.“Agli italiani mancano 300/400 miliardi di reddito (mille euro al mese a famiglia!) rispetto a quella che avrebbero con una percentuale di occupati come la Germania e una produttività al passo con il resto dell’Europa”.

Altro tasto dolente quello della produttività. Secondo gli ultimi dati Istat negli ultimi 16 anni in Italia la produttività oraria (ovvero la ricchezza prodotta per ogni ora lavorata) è cresciuta appena del 6% mentre in Germania è cresciuta del 28%, in Francia del 23% e in Spagna poco più del 2%. Su questo deficit di produttività dell’Italia il governo il 22 novembre scorso è riuscito a firmare con le parti sociali (Cgil esclusa) un’intesa sulla produttività che prevede un rafforzamento della contrattazione di secondo livello e sgravi ai salari di produttività. Secondo il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi: l’accordo può essere «l’inizio di nuova fase di sviluppo e occupazione».

Speriamo nell’inizio di una nuova era anche se a leggere l’ultimo Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro di documentazione e ricerca Luigi Einaudi il Paese non ne esce propriamente bene. Secondo Mario Deaglio, docente di Economia internazionale all’Università di Torino e curatore del rapporto “E’ la struttura dell’economia italiana a preoccupare. Come se il paese avesse esaurito la sua spinta propulsiva, in un mondo in rapidissimo cambiamento”. Una tesi non nuova.

Un paese di nicchia

In “Italia o cresci o esci” Abravanel e D’Agnese fanno notare come il sentiment sul Belpaese fosse negativo già nel 2006. In un report di Goldman Sachs le previsioni della banca d’affari americana erano lapidarie “Ad eccezione del calcio e di alcune nicchie della moda non vediamo alcun settore in cui l’Italia avrà un ruolo rilevante nel futuro”. Sic transit gloria mundi. In effetti come fa notare anche Deaglio, curatore del rapporto sull’economia globale e l’Italia il paese non solo è specializzato su tecnologie basse e medio basse ma vanta delle eccellenze in settori che non hanno un peso rilevante sul Pil.

I settori che trainano la locomotiva Italia restano quelli tradizionali molto esposti alla concorrenza internazionale “comparti che utilizzano processi produttivi relativamente facili da imitare e replicare all’estero, che richiedono investimenti sul marchio più che sulla ricerca di base e che si trovano a concorrere sul prezzo con produttori provenienti da paesi il cui costo del lavoro è più basso.”

Una mentalità “provinciale”

Le nostre imprese spesso di dimensioni medio piccole fanno fatica a tenere il passo con la globalizzazione. Perché per operare sui mercati internazionali occorre crescere dimensionalmente e tale crescita punta attualmente tutta sul credito bancario su cui attualmente i rubinetti sono chiusi piuttosto che rivolgersi al mercato finanziario come invece è normale fare in altri Paesi.

Deaglio poi rileva come “il modello imprenditoriale italiano ha dovuto affrontare una sfida considerevole con l’estendersi della produzione decentrata derivante dall’applicazione dell’elettronica, che implica la riduzione delle gerarchie e la possibilità, da parte dei responsabili di varie aree aziendali, di agire con forte autonomia. L’imprenditore non comanda più un reggimento, allena una squadra di calcio; e non sempre, o forse quasi mai, un buon colonnello è anche un buon allenatore». La capacità degli imprenditori nostrani di adattarsi al cambiamento dei mercati è venuta meno sembra di capire.

L’Italia balza agli onori delle cronache

Raramente l’Italia è stata oggetto di analisi riflessioni e articoli sulla stampa internazionale come accaduto negli ultimi due anni.
Due copertine del Time nel giro di sei mesi. Ma per demeriti e non per meriti. L’onore della ribalta è toccato al Belpaese in tempi recenti solo per essere accostato quanto a solidità ai Paesi Piigs.
Che sul futuro del Paese ci fosse un certo pessimismo era noto da tempo. Nel 2006 l’Economist aveva definito l’Italia il malato d’Europa.

Quindi ben prima della grande crisi del 2007 2008 per alcuni osservatori ll prospettive del nostro paese non erano propriamente rosee “L’economia italiana – osservano gli autori di “Italia o cresci o esci” – ha smesso di crescere molto prima della grande crisi… Quando gli altri crescono noi restiamo quasi fermi…quando gli altri arretrano noi retrocediamo ancora di più”.

I numeri in effetti confortano questo giudizio. Tra il 2000 e il 2007 il Pil della Spagna e del Regno Unito è cresciuto del 30%, del 23% quello Usa, +18% la Francia e +14% la Germania mentre la nostra economia è cresciuta solo del 13% quindi meno della metà di quella inglese e spagnola. Poi è arrivata la grande crisi finanziaria del 2007-2008 e anche lì il confronto è impietoso. Tra il 2008 e il 2010 il Pil italiano si è contratto del -5%, quello della Gran Bretagna e della Spagna del 3%, quello di Francia, Germania e Usa dell’1%. Ma perché l’Italia non cresce?

Perché non cresci?

Lo spiegano gli autori nel libro. L’economia italiana è rimasta ancorata a un modello industriale-manifatturiero vecchio di cinquant’anni senza trovare un ruolo nell’attuale economia postindustriale. In cui ragionare in termini globali è imprescindibile. Un esempio? Luxottica che continua a produrre occhiali (in Cina) e li progetta, li vende e ne studia il posizionamento per i propri o altrui negozi. Non si limita a produrre occhiali si occupa soprattutto di come renderli appetibili ai consumatori fornendo un servizio di marketing ai negozi che distribuiscono i suoi prodotti.

L’Italia non cresce per altri motivi. Secondo una ricerca McKinsey il ritardo tecnologico dell’Italia vale almeno due punti di Pil. Su 34 paesi Ocse l’Italia è al
ventisettesimo posto relativamente all’utilizzo di internet anche come fonte di business e canale di sbocco per i propri prodotti. Sul fronte del Wi-Fi (possibilità di connettersi gratuitamente a internet con il proprio pc, iphone o ipad in bar, stazioni, musei, alberghi e luoghi pubblici in genere) nel 2011 vi erano 5000 punti wi-fi in Italia contro i 31 mila in Francia e i 143 mila del Regno Unito.

Ma se sul fronte tech non siamo dei fenomeni, nemmeno il turismo che dovrebbe essere il nostro fiore all’occhiello, vanta particolari vantaggi competitivi rispetto ad altri paesi con risorse artistiche inferiori. Il World Economic Forum dice che siamo uno dei paesi più cari al mondo se confrontiamo il servizio offerto con il prezzo richiesto. Sul fronte della competitività turistica la Francia e la Spagna sono in netto vantaggio piazzandosi tra i primi sei paesi al mondo mentre l’Italia è solo ventottesima. Siamo tre volte meno attrattivi dei nostri cugini d’Oltralpe: Parigi registra 75 milioni di presenze l’anno, Roma solo 25.

L’Italia ha rispetto alle proprie risorse pochissimi turisti: il doppio di piste sciabili della Svizzera ma la metà di visitatori.

Siamo il paese dei mobilieri ma Ikea è nata in Svezia e non da noi. Siamo il Paese del caffè espresso e dei bar ma nel mondo negli ultimi anni sono state 2 aziende straniere a farci i soldi alla grande, lavorando su un format multinazionale sono stati Starbucks per i locali e Nespresso per le macchinette con le cialde. Noi amiamo restare piccoli. Non pensare in grande. Né sull’arredamento né nel settore alberghiero dove le catene sono poche. L’economia italiana non cresce anche perché le sue imprese non crescono. Anzi in Italia la cultura della crescita e del fare le cose in grande secondo Roger Abravanel e Luca D’Agnese manca proprio.

Dopo la Grecia siamo in Europa il paese con la più alta evasione fiscale: si calcola che in Italia l’economia sommersa evada 10 miliardi di tasse all’anno. Chi è onesto è profondamente danneggiato da questo sistema in cui la competizione non avviene ad armi pari perché chi evade è in grado di offrire prodotti a prezzi più bassi. E poi c’è l’im-meritocrazia che dilaga nel paese. Dove la ricchezza è soprattutto ereditata e le relazioni contano più delle capacità. E un diffuso malaffare che ci porta ad esempio ad avere le assicurazioni più care d’Europa. Un esempio? I casi di colpi di frusta in Italia negli incidenti automobilistici sono dieci volte più numerosi che in Spagna e tripli rispetto alla Germania.

Il lavoro la spina nel fianco

E poi c’è il grande tema della regolamentazione del lavoro in Italia che la rende un paese poco attrattivo per gli investitori stranieri. “In Italia – lamentano Abravanel e d’Agnese – le regole del lavoro sono rimaste quelle di quarant’anni fa…e sono orientate in primo luogo alla protezione del posto di lavoro nelle grandi fabbriche”. Nel frattempo l’economia è il settore dei servizi è diventato più importante di quello manifatturiero. E questo settore ha bisogno di regole più flessibili. Il risultato è in Italia una spaccatura tra lavoratori di serie A (iperprotetti, quelli che lavorano nelle fabbriche finchè le aziende non chiudono per emigrare altrove, e i dipendenti pubblici, finchè lo Stato riesce a reggerne il peso) e tutti gli altri che nessuno protegge.

Un pilastro di quello che Ichino definisce l’apartheid tra lavoratori è proprio l’articolo 18 che costringe un’azienda con più di 15 dipendenti a reintegrare un lavoratore che licenziato si rivolge al giudice e vince la causa (caso Fiat docet). Di solito il lavoratore la causa la vince visto che in Italia l’onere della prova spetta all’azienda che deve dimostrare di aver avuto un motivo valido per licenziare mentre negli Stati Uniti avviene l’opposto: il lavoratore deve dimostrare al giudice di essere stato licenziato senza giusta causa.

Certamente l’Italia sul fronte della legislazione del lavoro, dell’evasione fiscale, della produttività, delle liberalizzazioni, della competitività e della crescita deve ancora fare i compiti a casa. Anche se il Paese sembra dare prova a volte avere una ricetta infallibile per l’immobilismo. Nel Rapporto Einaudi sull’economia globale e l’Italia Deaglio dice che l’Italia è afflitta dalla “sindrome di Milocca”.

Nel racconto di Pirandello Milocca è un paese privo di acqua, di elettricità, di strade e mezzi di trasporto, nel quale i cittadini, ferratissimi in scienza e tecnica, rinviano ogni decisione in continua attesa della “prossima, migliore scoperta”. Ogni innovazione è considerata, in Italia, come una minaccia alla comunità e al suo habitat; e come inadeguata agli obiettivi, alla luce di migliori,e spesso future, tecnologie. La ricetta perfetta dell’immobilismo secondo Deaglio.

Chi vede rosa

Ma non tutti la pensano allo stesso modo. Secondo la Goldman Sachs, la stessa banca d’affari che nel 2006 ci aveva bollato come “paese di nicchia” e con un ruolo marginale nell’economia mondiale, la stessa banca che l’estate scorsa riduceva la propria posizione sul nostro debito del 92% utilizzando anche strumenti derivati per assicurarsi contro il fallimento del Paese, dice che l’Italia potrebbe essere la grande sorpresa positiva dell’economia europea del 2013.

Secondo la banca americana «In termini di crescita, anche se la recessione nel Paese continua, gli indicatori che utilizziamo suggeriscono che l’economia abbia toccato il fondo del ciclo, e che sia pronta a ripartire». Secondo Goldman Sachs l’Italia è tra i mercati più interessanti in cui investire insieme a Cina, Russia e Brasile. Che non siamo messi così male è del parere anche l’economista e premio Nobel Paul Krugman secondo cui l’Italia ha molti problemi essendo caratterizzato da “mercati disfunzionali, molte rendite di monopolio, ed è in ritardo nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione. Ma probabilmente non è un caso disperato, come i numeri ci vorrebbero far credere”. E secondo Krugman bisogna quindi chiedersi se il programma di austerità “lacrime e sangue” varato da Monti sia opportuno o non rischia invece di far ammalare veramente un malato che non è sanissimo ma sul quale non si può sbagliare la cura.

Tanto che secondo una nota rilasciata in questi giorni dagli analisti di Citigroup (http://www.cnbc.com/id/49979537) se l’Italia dovesse perdere nel 2013 l’aggancio con la ripresa potrebbe essere necessario da parte del governo in carica richiedere un salvataggio internazionale. “Italia o cresci o esci” appunto come recita il titolo in copertina del libro di Roger Abravanel e Luca D’Agnese di cui vi ho parlato insieme all’ultimo Rapporto sull’economia globale e l’Italia del Centro di documentazione e ricerca Luigi Einaudi.

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