Italia, troppo grande per fallire ma anche per essere salvata. Obbligazioni bancarie, titoli di stato, liquidità e il rischio Italia

Il crack dell’Eurozona paventato da alcuni giornali stranieri è per alcuni investitori un evento assolutamente impossibile. Ovvero che non si può verificare. Questi investitori guardano i dati macroeconomici della zona Euro rispetto a quelli degli Stati Uniti e dicono: ma non siamo messi peggio di loro. E hanno perfettamente ragione. La Zona euro ha una passività complessiva (debito pubblico e debito del settore privato), in rapporto al Pil, uguale a quella degli Usa, ma ha un debito pubblico inferiore agli Usa (89% del Pil contro 100%), ha un deficit pubblico al netto degli interessi pari a un quarto di quello degli Usa e una bilancia commerciale in pareggio, mentre gli Usa sono in passivo.

Ue conti pubblici in linea con gli Usa ma dove sono gli Stati Uniti D’Europa?

Un confronto di questo tipo (zona Euro contro Stati Uniti d’America) ha senso per archiviare il crack dell’Eurozona come un evento che non si può in alcun modo verificare? Sì, se esistessero gli Stati Uniti D’Europa. Se in Europa avessimo una unione fiscale e bancaria come in Usa. Se avessimo come c’è negli Stati Uniti una Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) che garantisce i depositi bancari di tutti i cittadini europei. Sì, se l’Europa potesse emettere gli Eurobond come il governo Usa emette i Treasury Bonds, i Treasury bills, i Treasury notes. Sì se ci fosse una Fed Europea che in caso di problemi alle banche del paese poniamo la Spagna potesse intervenire direttamente per salvarle mettendoci i soldi dentro e magari emanando delle leggi che evitino di finanziare in modo allegro la speculazione del giorno.

Ma noi non siamo gli Stati Uniti D’Europa e finché non avremo tutte queste cose ragionare in termini macroeconomici confrontando il rapporto debit/pil, il tasso di inflazione, la disoccupazione, il saldo delle partite correnti dell’Eurozona rispetto a quello degli Stati Uniti per poter dire che il crollo dell’Eurozona non può verificarsi perché noi (Europa) siamo messi meglio degli altri, significa non rendersi conto che questo ragionamento è valido solo per fare delle analisi di scuola non per investire in Borsa ed essere preparati da investitori consapevoli a qualsiasi scenario. Un evento come quello che ci possa essere una “rottura del giocattolo” euro che non certo auspichiamo o prevediamo ma che secondo i mercati e i report di tutta Europa e il mondo che leggiamo in questi giorni viene dato con probabilità che vanno dal 5 al 30%. Non proprio quindi percentuali da prefisso telefonico. Inutile girarci intorno: gli Stati Uniti d’Europa per ora non esistono. E purtroppo ha ragione la Merkel a dire che l’Europa a due velocità è una realtà.

Germania, io ho ballato da sola

La seconda idea consolatoria nella testa di alcuni investitori è quella di escludere che il crack dell’euro, dell’eurozona, dell’Italia possa succedere perché la Germania non ha alcuna convenienza a ridurre in povertà l’Europa. Il ragionamento è: se crollano i Pigs crolla anche la Germania. Quindi nessuno può crollare.

Ora esiste un libro in cima alle classifiche dei bestseller tedeschi che sfata anche questo mito. Contestabile come molte delle tesi esposte, ma che in Germania è diventato un best seller da quasi un milione di copie in poche settimane.

Il titolo è “L’Europa non ha bisogno dell’Euro”. Ma forse avrebbero dovuto titolarlo la Germania non ha bisogno dell’Europa. Nel libro, scritto da Thilo Sarrazin, un economista tedesco molto discusso (e che è stato consigliere della Bundesbank, quindi non proprio un signor nessuno) e che dice anche cose molto discutibili, l’autore sostiene che gli eurobond costituiscono una minaccia per il benessere della Germania. Secondo Sarrazin i politici favorevoli agli Eurobond (Spd, Verdi e Sinistra) desiderano inconsciamente espiare la colpa dell’Olocausto e della seconda guerra mondiale. Secondo l’autore quando i tedeschi (con gli eurobond) avranno consegnato tutti i loro averi, soldi compresi, in mano europea, i politici di sinistra sentiranno di aver espiato la propria colpa.

Parole forti, scritte da uno studioso molto contestato ma che ha indubbiamente un seguito se il libro ha suscitato non solo scalpore ma anche un numero elevatissimo di lettori. All’origine dell’ attuale crisi dell’Euro c’è l’eccessivo indebitamento degli Stati sostiene Sarrazin. Quindi sembra dire questo controverso economista: “ognuno si prenda le sue responsabilità e non cerchi di tramutare un colpa personale in un problema collettivo”. Noi tedeschi abbiamo esportato di più in questi anni grazie all’euro? Non è vero sostiene Sarrazin: da quando è in vigore l’euro (10 anni) la crescita maggiore dell’export tedesco si è registrata nel resto del mondo (+154%), poi nei paesi europei ma non appartenenti all’eurozona (+116%) e infine nell’eurozona (+89%). Se nel 1998 l’Europa assorbiva il 45% dei prodotti tedeschi, l’anno scorso questa quota era scesa al 39%.

In effetti questa corrente di pensiero tedesca fortemente anti-europeista trova nei numeri finora più di un supporto: nel primo trimestre del 2012 le esportazioni tedesche verso il Portogallo sono crollate del 14%, verso la Grecia del 9,8%, verso la Spagna del 7,8%. Ma l’export totale della Germania rispetto al primo quadrimestre del 2011 non è sceso ma è aumentato del 5,8%. I Brics hanno più che compensato la diminuzione delle esportazioni verso l’eurozona.

Sei paesi emergenti non smettono di crescere quindi, siamo fritti. E questa è ovviamente una battuta.

Ma finché il boom delle esportazioni tedesche non si fermerà, la Germania continuerà a guardarci come un problema non suo. Dare per scontato che alla fine ci sarà “Il tana libera tutti” e quindi non preoccuparsi dei propri investimenti perché i tedeschi ci salveranno perché conviene loro può essere consolatorio ma non è al 100% razionale in un mondo come quello della finanza e della politica dove non sempre si prendono le decisioni più sensate. Un’ipotesi per quanto remota che da questa situazione noi italiani possiamo uscire anche con le ossa rotte c’è. E quindi dobbiamo capire, e ne parlo con i miei clienti sempre più in queste settimane, che dobbiamo essere sufficientemente flessibili per cercare di salvaguardare il più possibile (o almeno cercare di limitare i danni) il nostro patrimonio anche in questo improbabile e desolante scenario. Qualcosa che da consulente finanziario indipendente capisco e si sposa peraltro in pieno con la nostra strategia anche perché avere un piano B non mette in discussione il piano A, pregiudicando alcuna possibilità o facendo scelte azzardate o da cui non si può quasi tornare indietro. Come invece mi capita purtroppo di ascoltare da investitori che credono ancora agli “asini che volano” e alle ricette facili per risolvere problemi complessi.

Italia, troppo grande per fallire ma anche per essere salvata

Non è un caso che il governo italiano, che ha molto lavorato e molto creduto negli Eurobond, stia ora valutando, vista l’esplicita avversione della cancelliera tedesca verso qualsiasi forma di mutualizzazione del debito, anche scenari in cui dalla riunione dell’Eurogruppo del 28 giugno non si esca con un “firewall” (letteralmente “muro tagliafuoco”) che potrebbe dare una calmata ai mercati finanziari e ripristinare un po’ di fiducia verso i paesi del Sud Europa: gli eurobond e la garanzia europea dei depositi bancari. Il ragionamento del governo è: se non si riesce a portare a casa a fine mese una garanzia sul nostro debito, il problema lo dobbiamo risolvere in altro modo. Filtrano alcune indiscrezioni su un dossier relativo al salvataggio dell’Italia che passi per altre vie. “L’Italia non ha chiesto aiuto, ma se lo facesse l’Europa sarebbe pronta”. Le parole di Maria Fecter, ministro austriaco delle Finanze, hanno fatto infuriare Mario Monti. Ma il problema della riduzione del debito pubblico italiano è una realtà. Le speranze riposte nel nuovo governo da parte degli investitori internazionali e dei cosiddetti “poteri forti” stanno scemando a leggere la grande stampa finanziaria italiana e internazionale. Sul fronte delle liberalizzazioni, del taglio della spesa pubblica, dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, il governo ha deluso molti di coloro che erano in attesa di una svolta che trasformasse radicalmente il paese. E la sfiducia sui mercati si paga. Lo spread che a gennaio viaggiava intorno ai 300 punti ora è sopra i 450. Da troppo tempo il nostro debito pubblico è considerato di serie B dalle agenzie di rating. E il merito di credito ha un prezzo. Il costo in termini di interessi del nostro debito pubblico è ai tassi attuali intorno ai 100 miliardi di euro. Un conto troppo salato che potrebbe salire ulteriormente se dovessimo venire ulteriormente downgradati. L’aiuto internazionale se avessimo bisogno è pronto: i vari fondi salva stati europei e il Fmi sarebbero pronti a mettere sul piatto 770 miliardi di euro. E il governo potrebbe, se la situazione dovesse precipitare, pensare a una ristrutturazione soft come quella seguita dall’Uruguay nel 2002 di ri-scadenziare il debito ovvero allungarne la scadenza. Certo speriamo che questo scenario non si verifichi ma dobbiamo purtroppo anche ipotizzarlo per capire come affrontare anche questo scenario.

Obbligazioni bancarie, titoli di stato, liquidità e il rischio Italia

In uno scenario così fosco per il Made in Italy, qualche investimento fino a un anno fa considerato sicuro come vendere tutti i propri asset azionari e rifugiarsi nella liquidità potrebbe riservare brutte sorprese. Lo scenario attuale è radicalmente cambiato. Il sentiment verso l’Italia è tornato a essere negativo. I giudizi delle agenzie di rating sul nostro debito pubblico e sulle nostre banche non sono propriamente esaltanti. Titoli di stato italiani, bond di banche italiane possono essere mantenuti in portafoglio se non ne costituiscono una quota troppo alta, se si vuole avere un approccio prudente. Chi pensa di fare da sé, vendendo tutto per tuffarsi in conti deposito soprattutto vincolati o in titoli di Stato italiani (e in subordine in titoli obbligazionari bancari) non valuta forse tutte le conseguenze che questa decisione apparentemente “difensiva” può avere sul proprio patrimonio se le cose per l’Italia dovessero sfuggire di mano.

La liquidità è poi un altro aspetto da soppesare. Quando si lasciano i propri soldi in una banca o si fa un conto deposito, soprattutto vincolato, non è che la banca mette i nostri soldi in un caveau e quando ne abbiamo bisogno un funzionario scende nel sottosuolo apre il caveau e ce li restituisce. Quando depositiamo i soldi in una banca questa ne acquisisce la proprietà ovvero li presta. A imprenditori e impresari. A mutuatari e a chi compra a rate. Al signor Ligresti e al signor Rossi. E magari il signor Rossi che è un povero cristo li restituisce ma il signor Ligresti ti fa un “buco” da 110 milioni di euro.

Certo non è che una banca salta perché il signor Ligresti non gli restituisce i soldi ma se oltre a lui qualcun altro inizia ad avere dei problemi e poi un altro ancora e poi un altro ancora… Il problema non è più solo della banca che registra una diminuzione del valore dei propri attivi. E magari chiude il bilancio in perdita. Il problema può diventare anche nostro se abbiamo lasciato i soldi a disposizione della banca. Lo dice l’art. 1834 del codice civile ”Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi”.

Fondi di liquidità, dove parcheggio il cash

Quindi nel dubbio di come vengono usati i nostri soldi depositati in banca, parcheggiati su un conto deposito ad alto rendimento, preferiamo in questo particolare momento di mercato, rinunciare a qualche punto percentuale di rendimento offerto dal conto di deposito e parcheggiare la liquidità su un fondo monetario. ll fondo è di proprietà dell’investitore, non della banca, e naturalmente è importante dove è investito il suo attivo. E in questo momento non è cosa da poco. Peraltro nel passato non troppo remoto qualcuno ricorderà forse un certo Giuliano Amato, primo ministro, che nel luglio 92 in una notte prelevò lo 0,6% dai conti correnti. E prese i soldi che c’erano sul conto non potè certo dare ordine alle banche di vendere i fondi dei propri clienti per fare cassa e rimettere a posto i conti dello stato italiano.

Eurocaos, strategie di investimento:tranquilli noi non siamo qui

Sul fronte degli asset investiti quando si dice che la finanza supera qualsiasi confine è vero. Date un’occhiata ai fondi azionari e obbligazionari in portafoglio che sono entrati e stiamo inserendo grazie ai nostri modelli nei nostri portafogli: di investimenti a rischio Europa e soprattutto Italia (soprattutto 100% domestic market) ne troverete ben pochi. No non siamo dei maghi semplicemente avendo optato in questi anni per strategie di investimento flessibili, attive e soprattutto trend following, difficilmente ci troviamo in portafoglio asset finanziari su cui il mercato ha un sentiment molto negativo. Il che non significa che non possiamo sbagliare ma solo che la nostra strategia non si basa sul fatto di sposare una determinata ipotesi su uno scenario di mercato e di rimanervi fedele fino alla morte. Né abbiamo oggi in portafoglio le stesse cose su cui eravamo posizionati uno o due anni fa. Certo non siamo spesso “consolatori” (il genere di promotore, bancario o private banker che va per la maggiore e che sostanzialmente ripete come un mantra ai propri malcapitati clienti: “non si preoccupi, tanto nel lungo periodo tutto si mette a posto”) ma non penso che chi si rivolge a un consulente indipendente cerchi rassicurazioni, ma strategie di investimento attive e flessibili e soluzioni adeguate al cambiamento degli scenari con l’obiettivo nel tempo di fare meglio del mercato.

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