La Cina giustizia un gestore patrimoniale per corruzione

La Cina ha giustiziato il gestore di una delle sue più grandi società di gestione patrimoniale dopo averlo condannato per corruzione, una punizione che ha ricevuto non poche critiche dagli esperti internazionali di diritti umani. Ma cosa aveva fatto questo gestore di così grave per decidere di eliminarlo? Lo racconta il Financial Times

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La Cina ha giustiziato il gestore di una delle sue più grandi società di gestione patrimoniale: l’esecuzione del 58enne Lai Xiaomin è stata eseguita ieri, 3 settimane dopo la sentenza di condanna a morte. Il signor Lai è stato giudicato colpevole per aver preso tangenti per oltre 10 anni mentre lavorava in Huarong Asset Management per un ammontare di circa 280 milioni di dollari.

La società per cui lavorava Lai, era una delle quattro società di gestione patrimoniale che avevano il compito di contenere il rischio dei più grandi istituti di credito statali della Cina. Come? Ripulendo i bilanci dai Non Performing Loans (NPL) i i crediti inesigibili dai bilanci delle banche. Gli NPL sono i prestiti non rimborsati da imprese e privati.

Huarong Asset Management, in una sorta di bulimia da crediti spazzatura, ha rastrellato più di 100 miliardi di dollari di crediti inesigibili. E Lai non si è fermato a quello, avventurandosi in diversi settori: dal brokeraggio e assicurazione al leasing e sviluppo immobiliare, attirando così su di sé l’attenzione dei regolatori cinesi che cercano di limitare i rischi finanziari.

Lai grazie ai suoi affari, aveva accumulato 100 proprietà del sud della Cina, in parte intestate alla moglie e in parte all’amante. Così oltre che per attentato alla sicurezza finanziaria è stato anche giudicato colpevole di bigamia. Secondo le autorità cinesi i crimini di Lai hanno causato serie perdite agli interessi nazionali.

 

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In Cina le esecuzioni sono tutt’altro che rare, ma questo è uno dei primi casi di condanne per reati finanziari. Secondo la Fondazione Dui Hua in Cina nel 2002 sono state giustiziate 12mila persona, nel 2010 5mila persone e nel 2018 2mila persone. Dati che fanno discutere e attirano critiche sul Paese.

La pena capitale inflitta dalla Cina a Lai ha suscitato la reazione di Sophie Richardson, il capo di Human Right Watch, un’organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani. Sophie Richardson ha dichiarato che la pena di morte non sia giustificata in nessuna circostanza e che imporre questo tipo di pena per un crimine non violento è inquietante. Secondo la Richardson “i verdetti come questo dovrebbero essere considerati come decisioni politiche dato che il sistema giudiziario cinese funziona per servire gli interessi dei cinesi”.

La Richardson ha aggiunto che il governo cinese ha un tasso di condanna di circa il 99% e che non è ancora chiaro se il signor Lai abbia avuto diritto a un buon avvocato, a rivedere i propri cari o se ha avuto accesso alle prove presentate contro di lui.
La morte di Lai avviene sullo sfondo di lunghi sforzi da parte di Pechino per mettere sotto controllo i rischi del sistema finanziario laddove intravede minacce alla stabilità economica. Anche il Presidente della Cina, Xi Jinping, ha guidato per diversi anni una compagna anticorruzione. Viene in mente una frase attribuita a Mao Zedong “Colpirne uno per educarne cento”. Certo da noi in Italia, siamo di tutto altro avviso: per i reati finanziari, chi si ricorda di quanti sono finiti in galera?