La mossa di Draghi: tana libera tutti?

Nelle prossime ore la Banca centrale europea potrebbe rendere pubblici i dettagli tecnici sulle misure messe a punto per contenere gli spread nell’eurozona. Il piano di interventi calmieranti sui titoli di Stato sarà infatti discusso oggi in una riunione chiave del Consiglio direttivo della Bce. Secondo indiscrezioni trapelate in questi giorni l’acquisto di titoli sovrani da parte della Bce dovrebbe essere illimitato e riguardare i titoli con scadenze entro i tre anni. Sebbene per ora restino solo delle ipotesi, i dettagli del piano Draghi e la sua propensione a procedere ad acquisti di bond hanno già avuto effetti positivi sugli spread di Italia e Spagna. Ieri, lo spread tra Btp italiani a 10 anni e titoli tedeschi è arrivato a scendere fino a 402 punti base. Sul concetto di acquisto “illimitato” da parte della Bce è bene non farsi troppe illusioni: sarebbe infatti meglio dire che non è stato deciso o fissato un limite più che pensare che possa essere illimitato. Altrimenti vorrebbe dire che la Bce è fermamente intenzionata a effettuare operazioni che mantengano gli spread entro determinate bande di oscillazione. E’ quindi logico aspettarsi un abbassamento degli spread, un loro contenimento, piuttosto che un abbattimento della spesa per interessi dei paesi dell’Europeriferia. Se infatti la Bce si impegnasse a mantenere per esempio lo spread tra il biennale italiano e tedesco a 180 punti dovrebbe comprare titoli di stato italiani ogni volta che lo spread supera questo livello. Questo sarebbe un intervento illimitato. Un po’ come quello che fa la Banca Centrale Svizzera per mantenere bloccato il cambio franco svizzero/euro a 1,20.

La linea del Piave

ll 6 settembre 2011, proprio 12 mesi fa, la Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha fissato a 1 franco e 20 per un euro la soglia minima sotto la quale il tasso di cambio non deve scendere, al fine di arrestare il rapido rafforzamento della valuta svizzera, che minacciava la stabilità dei prezzi e le esportazioni. Per difendere questa soglia, la BNS è stata costretta da allora a comprare grandi quantità di euro. Risultato? L’euro rappresenta dopo un anno il 60% delle riserve nelle casse della BNS (Banca Nazionale Svizzera), con diversi analisti nel valutario convinti che l’istituto centrale svizzero acquisti ogni giorno circa 3 miliardi di franchi svizzeri per difendere il cambio. Le riserve di divise – che si attestavano a 257.5 miliardi di franchi alla fine del 2011 – hanno registrato in maggio un’impennata del 28% a 306 miliardi. Nei mesi seguenti la crescita non si è arrestata: alla fine di giugno erano salite a 365 miliardi di franchi e alla fine di luglio a 406 miliardi. I dati di agosto non sono ancora stati pubblicati ma è lecito aspettarsi che questa guerra per difendere l’economia nazionale svizzera potrà durare anni se perdura la crisi dell’Euro. Questo dimostra che per difendere un determinato indicatore economico che sia un tasso di cambio (come nel caso della Bns) o un differenziale di rendimento (come nel caso della Bce) occorre essere disposti a acquisti veramente illimitati (di euro nel caso della Bns, di titoli di stato euro periferici nel caso della Bce). E’ credibile che la Bce possa agire come la Bns? Senza trovare qualcuno che si opponga? Comprare valute o titoli in modo illimitato per difendere (l’indifendibile?) significa riempire il proprio bilancio di valute (caso Bns) o titoli (caso Bce). Che poi pesano sui bilanci. Le riserve della BNS equivalgono al 71% del prodotto interno lordo. Un balzo enorme rispetto a circa il 10% negli anni precedenti la crisi finanziaria. Una proporzione nettamente superiore a quella degli Stati Uniti, del Giappone e persino della Cina, manipolatrice per eccellenza dei tassi di cambio. La Bce vuole veramente imbottirsi di titoli di stato periferici per difendere le cicale europee con il placet delle coscienziose formiche? Qualche dubbio è lecito anche perché rispetto alla Svizzera la confederazione…Europea è qualcosa di molto più assortito con tante teste, forse troppe.

Un consiglio: non farsi troppe illusioni

Per questo secondo me l’intervento della Bce non sarà di questo tipo: ovvero dubito che sarà finalizzato a mantenere uno spread e a difenderlo “costi quel che costi”. Comprerà titoli di stato dei paesi in difficoltà in totale autonomia senza darsi preventivamente dei limiti ma dubito che comprerà qualsiasi ammontare per difendere i paesi deboli a spese di quelli forti. A un certo punto questi ultimi si ribelleranno e si opporranno. Nel breve lo spread dei Pigs scenderà ma la soluzione della crisi del debito pubblico di molti stati europei non si risolve con la bacchetta magica della Bce. Draghi può agire (finchè glielo lasciano fare, finchè non costa “troppo”) ma non può andare avanti a oltranza come la Banca Nazionale Svizzera “costi quel che costi”. E soprattutto quello che non può fare è certo trovare compratori per il debito pubblico italiano né mettere a posto i conti pubblici dell’Italia. Non può renderci più competitivi o appetibili per gli investitori stranieri. Può solo darci una boccata d’ossigeno. Per andare avanti continuando si spera sulla strada intrapresa di riforme che non dovranno significare solo aumenti delle entrate fiscali.

Né vincitori né vinti

In questa guerra a tutto campo per salvare l’Euro non ci sono quindi né vincitori né vinti. I paesi dell’europeriferia devono continuare a fare i compiti a casa quindi continuare sul fronte dei tagli alla spesa e delle liberalizzazioni con le conseguenze sociali che questo comporta in termini di perdita di posti di lavoro, di diminuzione del welfare e di maggiore pressione competitiva anche in ambiti professionali considerati sicuri. Non siamo competitivi e dobbiamo tornare a esserlo e qualcuno purtroppo il conto lo dovrà pagare. Come i lavoratori sardi della Alcoa, fabbrica di alluminio primario a Portovesme (Sardegna), che sono stati freddati da Corrado Passera sul futuro della loro azienda. Il ministro dello Sviluppo Economico ha liquidato come “quasi impossibile e di scarsissimo interesse per gli investitori” questa azienda spegnendo le illusioni di quanti avevano sperato che la svizzera Glencore avrebbe potuto essere interessata ad acquisirla. Del resto se gli americani dell’Alcoa non sono riusciti a rendere proficua la produzione di alluminio in Italia come possono farcela gli svizzeri (salvo non farsi dare anche loro dallo Stato italiano una montagna di sussidi)? Come può essere interessante produrre alluminio in Italia quando in qualsiasi altro paese d’Europa l’energia elettrica costa il 40% in meno? Questi sono i problemi dell’Italia e su questo il mondo ci giudica e ci valuta: non siamo competitivi e su questo la Bce non può farci niente. Solo darci un po’ di tempo per rimetterci in sesto. Non può salvarci “forever” perché anche quando lo spread era a livelli molto più bassi di quelli attuali non siamo riusciti a fare molto per rimettere in ordine i conti dello stato. E abbiamo sprecato tante occasioni.

Le occasioni sprecate

Come quando siamo entrati nell’euro. L’euro è stata una grande occasione (sprecata) di rimettere in sesto la finanza pubblica italiana. Nel libro “I conti a rischio” (il Mulino, 2006) gli autori (Riccardo Faini, Silvia Giannini, Daniel Gros, Giuseppe Pisauro e Fiorella Kostoris) documentano come grazie all’ingresso nel 1998 dell’Italia nella Unione Economica e Monetaria (UEM) la spesa per interessi del Belpaese è scesa di parecchi punti percentuali: all’inizio degli anni Novanta era pari all’11% del Pil, nel 1998 era al 7% del Pil e ha continuato a calare fino ad arrivare nel 2006 al 5%. I risparmi in conto interesse? Non sono stati messi da parte ma utilizzati per finanziare un aumento della spesa primaria. La spesa corrente, dopo essere diminuita in percentuale del Pil dal 40,3% del 1993 al 37,4% nel 1998, ed essere rimasta sugli stessi livelli nel 2000, è risalita al 39,4% nel 2003 e nel 2004. Altri paesi come la Germania si sono comportati in maniera opposta. La Germania in particolare è l’esempio più evidente di un paese che ha ridotto la spesa primaria nel periodo successivo all’entrata in vigore dell’UEM sfruttando la più bassa spesa per interessi che è seguita all’ingresso nella Unione Economia e Monetaria. Il dividendo dell’Euro l’Italia se lo è giocato. Così come il precedente acquisto (per la bellezza di 200 miliardi) da parte della Bce lo scorso agosto di titoli del debito pubblico italiano che non è servito a nulla visto che ha avuto il solo effetto di bloccare le riforme ritenute meno urgenti dal governo vista la boccata d’ossigeno della Bce. Speriamo di non sprecare anche questa ciambella di salvataggio della Bce. Lo discesa dello spread tra il BTp e il Bund tedesco in apertura sotto la soglia dei 400 punti base è una bella notizia ma non è una soluzione ai nostri problemi. Non ridarà il lavoro agli operai della Alcoa.

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