L’Austerity? Per l’Italia è un autogol. Cosa si aspettano i mercati per continuare a comprare il debito pubblico italiano

 

“L’austerità va bene nei tempi di espansione economica, non durante le recessioni” John Maynard Keynes

 

“L’austerità è probabilmente un autogol perché danneggerà l’economia italiana più di quanto la aiuti a migliorare la sua immagine nel breve termine” Paul Krugman

 

La ricetta sbagliata?

Nel terzo trimestre del 2012 secondo l’Istat il prodotto interno lordo italiano è diminuito del 2,4% nei confronti del terzo trimestre del 2011. Sempre secondo l’Istat per l’anno 2012 si prevede una riduzione del prodotto interno lordo (Pil) italiano pari al 2,3%. Sul 2012 il dato italiano è il peggiore tra i grandi paesi avanzati, mentre guardando a tutta l’area euro è la terza recessione più forte dopo il meno 6 per cento previsto dal Fmi per la Grecia e il meno 3 per cento del Portogallo. Per il 2013 la variazione media annua dovrebbe essere pari al – 0,5% La recessione dell’economia italiana è causata principalmente da un calo della domanda privata. La spesa privata per consumi si stima registrerà nell’anno in corso una contrazione del 3,2%. Nel 2013, la spesa dei consumatori dovrebbe risultare ancora in calo (-0,7%), a seguito delle persistenti difficoltà sul mercato del lavoro e della debolezza dei redditi nominali. La disoccupazione è stimata in aumento dal 10,6% del 2012 al 11,4% del 2013. Per gli investimenti delle imprese e delle pubbliche amministrazioni si stima quest’anno una riduzione del 7,2% anche a causa della stretta creditizia in atto. Tutta colpa secondo alcuni economisti e analisti delle manovre di austerity richieste dai falchi europei che imponendo tasse e tagli alla spesa pubblica deprimono il Pil con effetti controproducenti sul rapporto debito/pil che non fa che aumentare.

Il fardello dell’Italia

Se sul fronte delle spese l’Italia sta facendo moltissimo e questo sforzo è testimoniato dal rapporto deficit/pil che è uno dei più bassi dell’Ue quello che preoccupa maggiormente i mercati è lo stock di debito pubblico accumulato a fronte di una crescita economica modestissima negli ultimi quindici anni e praticamente nulla negli ultimi dieci. Il debito pubblico italiano nel 2011 era pari al 120% del pil, un dato peggiore solo a quello della Grecia (165% del Pil). Certo l’Italia è oggi in buona compagnia perché la crisi finanziaria mondiale del 2007-2008 ha visto aumentare esponenzialmente anche il debito di Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia. All’Irlanda salvare le banche è costato parecchio visto che il Pil nel 2011 è passato dal 50,4% del 1008 al 108% del Pil nel 2011. E anche il Portogallo che nel 2007 aveva un rapporto debito/pil inferiore al 70% nel 2011 ha visto esplodere il debito al 107% del Pil. Su questo fronte la Spagna è attualmente il paese messo meglio: secondo il governo iberico il debito pubblico spagnolo raggiungerà l’85,3% del Pil nel 2012 e il 90,5% nel 2013. Nel caso dell’Italia il rapporto debito/Pil già nel 2006 quindi ben prima della crisi finanziaria era oltre i livelli di guardia raggiungendo il 100,6% del Pil nel 2006.

Vizi antichi e virtù moderne

Il problema dell’Italia quindi non è quello che sta facendo adesso ma il debito che è stato accumulato negli anni. Parlando dell’oggi l’Italia è attualmente il Paese dell’UE ad avere il maggiore avanzo primario. La differenza tra le entrate delle amministrazioni pubbliche e le loro spese (al netto degli interessi corrisposti sul debito pubblico) è la più alta tra tutti i paesi dell’Unione Europea. E secondo diversi economisti da questo punto di vista l’Italia è uno dei Paesi messo meglio in Europa. Molto meglio di Spagna e Portogallo ma anche della Francia a cui Moody’s ha tolto in questi giorni la tripla A nel rating. E anche il sistema pensionistico con tutte le riforme che si sono succedute in questi anni sembra essere meglio di quello di molti altri Paesi europei. Per avere un’idea delle nostre virtù nel contenere il deficit pubblico è sufficiente confrontare questo dato con quello di altri paesi europei. Il rapporto deficit/Pil è stato pari nel 2011 al -13,1% per l’Irlanda, al -9,1% per la Grecia, al -8,5% per la Spagna, al -4,2% per il Portogallo. L’Italia tra i paesi del Club Med è sicuramente quella messa meglio rispetto a questo indicatore visto che ha avuto un rapporto deficit/pil pari al -3,9%. Le entrate dello Stato italiano rispetto alle sue spese sono più alte di quelle degli altri PIIGS. Vi è poi per l’Italia il fiore all’occhiello dell’avanzo di bilancio primario: nel 2011 le entrate dello stato (tasse, contributi sociali, società partecipate…) hanno superato le uscite (stipendi della pubblica amministrazione, consumi, prestazioni sociali, investimenti..) di 15,6 miliardi (pari all’uno per cento del Pil). Si tratta di un dato che colloca il nostro Paese in una posizione decisamente favorevole nel confronto con alcuni dei Paesi principali dell’Eurozona. Gli altri paesi Pigs hanno invece un avanzo primario negativo. Secondo Neil Dwane, managing director e chief investment officer di Allianz Global Investors «L’Italia è un caso a parte e non è un caso limite: ha un elevato debito pubblico ma non ha il problema dell’alto debito privato e bancario come nel caso di Regno Unito e Spagna. Ed è abituata a cavarsela con una bassa crescita. Se i Governi italiani continueranno a garantire l’avanzo primario, risparmiando sulla spesa pubblica e nel contempo aumentando le entrate tributarie con una vigorosa lotta all’evasione fiscale, il debito pubblico non porrà particolari problemi ai mercati».

La sostenibilità del maxi debito

Ovviamente l’opinione espressa da Neil Dwane (ma anche Fabio Fois, responsabile analisi macroeconomia per il Sud Europa di Barclays Investment Banking) non rappresenta il giudizio dell’intero mercato ma esprime comunque il fatto che una parte del mercato valuta l’Italia un paese meno a rischio di altri. Secondo il manager di Allianz infatti altri paesi (Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e persino Francia) rappresentano dei casi limite. E in effetti sul fronte dello stock di debito l’Italia è in buona compagnia. Negli Stati Uniti le misure di stimolo fiscale e di sostegno al settore finanziario attuate durante la crisi finanziaria del 2007-2008 hanno provocato un’impennata del rapporto deficit/pil passato dal 60% del 2006 a oltre il 100% nel 2011. E che dire del Giappone il cui rapporto deficit/pil è pari al 229%? Perché nonostante questi dati la stragrande maggioranza degli investitori compra il debito Usa (paese che si finanzia a tassi bassissimi) e non il debito italiano per cui chiede un notevole premio al rischio? Perché danno maggiore importanza al fattore della crescita. Su cui l’Italia non brilla. Nel terzo trimestre del 2012 secondo l’Istat il prodotto interno lordo italiano è diminuito del 2,4% nei confronti del terzo trimestre del 2011. Nello stesso periodo il Pil è aumentato in termini congiunturali dello 0,5% negli Stati Uniti e dell’1,0% nel Regno Unito, mentre è diminuito dello 0,9% in Giappone. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti e dello 0,2% in Giappone. Nel Regno Unito il Pil ha segnato una variazione tendenziale nulla. Lo scorso anno il Pil italiano ai prezzi di mercato è stato pari a 1580 miliardi e 220 milioni di euro correnti e la sua crescita in volume è sta pari allo 0,4 per cento, a fronte del +1,7 per cento francese del +3 per cento tedesco dell’1,7 per cento fatto registrare dagli Stati Uniti del +0,9% della Gran Bretagna e della flessione pari a -0,9 per cento del Giappone.

Il tallone d’Achille dell’Italia. La mancata crescita

Dal 1995 l’Italia ha vissuto una profonda deindustrializzazione. Il peso dell’Italia nell’export mondiale è diminuito. La bilancia commerciale e quella delle partite correnti sono negative da anni. In assenza di crescita la possibilità di ridurre il debito pubblico italiano si allontana. E le manovre di austerity stanno soffocando la crescita. E per alcuni gestori come Patrick Artus di Natixis i leader europei stanno seguendo la ricetta sbagliata per rendere appetibile il debito italiano agli occhi degli investitori “La richiesta di una riduzione rapida dei deficit di bilancio preoccupa gli investitori a causa dei suoi effetti sulla crescita e perché non garantisce la solvibilità degli Stati. In realtà gli investitori non stanno chiedendo una drastica riduzione dei deficit pubblici, ma un piano credibile di medio – termine per ridurre il debito , che non distrugga la crescita nel breve termine e che sia combinato con politiche rivolte a stimolare la crescita nel lungo termine”.

Crescita …o cara!

Come insegna Keynes per stimolare la crescita occorre investire ed è la mano pubblica che deve intervenire in questo senso. Se la spesa privata per consumi diminuisce (- 3,2% dato stimato nel 2012 e -0,7% nel 2013) deve subentrare lo Stato per far ripartire l’economia con investimenti in infrastrutture fisiche e immateriali. La costruzione di queste infrastrutture renderebbe le imprese italiane più competitive e renderebbe i loro prodotti in grado di competere nello scenario internazionale. Del resto in molto paesi (America, Cina…) il governo interviene pesantemente a sostegno delle sue imprese o come l’Irlanda rende attrattivo investire da parte di soggetti esteri con una tassazione estremamente bassa (il cosiddetto dumping fiscale). Se ci fosse la crescita non solo aumenterebbe il pil ma anche le entrate fiscali e quindi il debito pubblico progressivamente diminuirebbe. In Italia è poi imprescindibile una seria lotta all’evasione fiscale che sottrae 120 miliardi di debito pubblico all’anno. Per rendere il paese credibile e attrattivo occorrerebbe contrastare la corruzione pubblica e privata che è un pessimo biglietto da visita con cui il paese si presenta ai mercati. Ma poter attuare misure favorevoli alla crescita non dipende solo da noi ma anche dall’Ue con cui abbiamo preso impegni non da poco.

Il patto per la stagnazione

Nel 1997 l’Italia ha firmato insieme agli altri paesi dell’’Ue il “patto per la stabilità e la crescita”. Viene evocato ogni volta che c’è da spiegare il motivo per cui si tagliano le risorse agli enti locali. In base al Patto per la stabilità e la crescita i bilanci degli Stati membri dell’UE devono avere :

– un deficit non superiore al 3% del PIL;

– un debito al di sotto del 60% del PIL (o, comunque, un debito pubblico tendente al rientro)

Il patto di stabilità chiede ai paesi con un debito pubblico eccessivo di ridurlo del 5% ogni anno. Nel caso dell’Italia che ha un debito pubblico pari a 1.979 miliardi di euro significherebbe quest’anno avere un avanzo di bilancio di 49,4 miliardi. Abbiamo visto che quello del 2011 è stato di 15 miliardi e per raggiungerlo sono state varate manovre dal 2008 pari a 151 miliardi tra maggiori tasse e minori spese (117 miliardi le manovre deliberate dal governo Berlusconi e 34 miliardi quelle votate dal governo Monti). Per avere un’idea della dimensione di queste manovre e della gravità del problema basti pensare che la manovra di Amato per salvare la lira era di appena 45 miliardi di euro. Le misure draconiane necessarie per adeguarsi ai paesi più virtuosi della Ue (come la Finlandia che ha deficit pari all0 0,5% del Pil e un rapporto debito/pil pari al 48%) stanno deprimendo talmente il Pil italiano che il Patto di stabilità più che la crescita sta generando soprattutto stagnazione. Se dovessimo rispettarlo il governo dovrebbe varare manovre correttive annue di 50 miliardi di euro per vent’anni. Con buona pace della crescita.

Italia sì, Italia no

Una boccata di ossigeno all’Italia e a tutti paesi Pigs l’ha fornita la Bce quando lo scorso settembre ha garantito ai paesi dell’Ue in difficoltà l’acquisto illimitato dei titoli Paesi in difficoltà. Il solo annuncio di questa manovra ha abbassato di 200 punti lo spread che l’Italia pagava sul proprio debito pubblico rispetto alla Germania. Rispetto ai 537 punti del 24 luglio scorso oggi lo spread viaggia intorno ai 350 punti. Certo il sostegno della Bce non è senza condizioni perché è subordinato all’assenso a maggioranza dei Ministri delle Finanze dei paesi della Ue (con la Germania che può chiedere ai paesi in difficoltà quello che vuole in cambio del salvataggio visto che ha potere di veto). In ogni caso l’impegno della Bce a sostenere i paesi in difficoltà ha soddisfatto una delle condizioni che chiedevano gli investitori internazionali per tornare a investire sui Piigs europei: l’impegno dell’Europa ad andare verso l’unione fiscale e bancaria e l’impegno della Bce a fare da prestatore di ultima istanza. Non siamo agli eurobond e alla mutualizzazione del debito che ci veniva chiesto dal mercato ma grazie all’impegno di Draghi oggi l’Europa è ritenuta più credibile e meno rischiosa. Anche se molto lavoro resta ancora da fare. Perché se si è riusciti a fermare l’emorragia (l’aumento dello spread stava dissanguando i Piigs) non si capisce ancora come far guarire definitivamente il malato favorendo la crescita e mettendolo in grado di camminare sulle sue gambe.

Il Blog di SoldiExpert SCF

Cerchi consigli per investire in modo
intelligente i tuoi risparmi?

Affidati ai professionisti della
consulenza finanziaria indipendente di
SoldiExpert SCF

PARLA CON NOI

Scopri cosa possiamo fare per il tuo piccolo o grande patrimonio e contattaci per fissare un primo appuntamento telefonico gratuito con uno dei nostri consulenti

PARLA CON NOI