LE AZIONI? IL MIGLIOR INVESTIMENTO DEL SECOLO. LA LEZIONE POP DI ANDY WARHOL

Questo articolo è il quarto di una serie di articoli dedicati alla finanza vista da un angolazione particolare: quella dell’Arte. L’articolo precedente si può leggere a questo indirizzo il successivo cliccando qui  

 

Siparietto

Ma se in Borsa a volte perdono anche i premi Nobel, mi chiede un amico, che senso ha investire? Se investo – dice lui – voglio dei risultati. Se ti affido i miei soldi che risultati mi assicuri”?

“Nessuno” – gli rispondo io.

Beh fa il mio amico ma allora che senso ha investire se non si è certi di guadagnare?”

La Borsa non offre guadagni sicuri” gli rispondo io. “E comunque, quanto ai risultati – gli dico – non assicuri niente nemmeno tu” (il mio amico fa il chirurgo estetico). 

La Borsa prende il volo

Nonostante lo scetticismo del mio amico che rispecchia perfettamente l’italiano medio, in paesi finanziariamente più evoluti dello stivale, ovvero in America, investire in Borsa è diventato un fenomeno molto “pop” nel senso di popolare.

Nel 2011 il 54% degli americani deteneva azioni o strumenti (fondi comuni o fondi pensione) che investivano in azioni. Una passione, quella per l’investimento in Borsa, che inizia negli anni Settanta e prende il volo negli anni Ottanta e Novanta.

Nel 1970 solo il 16% degli americani possedeva delle azioni. Nel 1985 tale percentuale era salita al 20%. Nel 2005 la metà delle famiglie americane possedeva azioni.

Come stupirsi di questa escalation? Alla fine degli anni Sessanta l’indice che rappresenta il valore in Borsa delle 30 maggiori società quotate alla Borsa di New York, il Dow Jones Industrial Average, valeva meno di 1.000 punti.

L’8 gennaio 1987 toccò quota 2.000 punti. Il 17 aprile 1991 superò quota 3.000. Il 23 febbraio 1995 varcò la soglia dei 4.000 punti. Il 16 luglio 1997 l’indice toccò i 6.000 punti. Il 3 maggio 1999 arrivò a 11.000 punti.

Calò in seguito alla bolla della new economy ma poi riprese a salire e raggiunse quota 12.000 punti il 19 ottobre 2006 e 13.000 il 25 aprile 2007. Oggi il Dow Jones quota 14.572 punti.

Dal dopoguerra la Borsa ha iniziato una irresistibile ascesa. La crescita del mercato azionario è stata la conseguenza di una fase di boom economico senza precedenti. Tra il 1973 e il 2006 il Pil degli Stati Uniti è triplicato.  

La nascita della Pop Art

Il boom economico seguito al Dopoguerra è figlio anche del consumismo: la pubblicità inizia a essere usata per fare pressione sugli americani e indurli a consumare sempre di più.

Nasce la civiltà dei consumi che la Pop Art consacra dando dignità ai suoi oggetti (Le zuppe Campbell di Andy Warhol), media (i fumetti di Roy Lichtenstein), piaceri (la sigaretta di Tom Wesselmann), attività quotidiane (come cucire nell’opera Coosie di Claes Oldenburg esposta in Piazzale Cadorna a Milano che rappresenta un ago e un nodo), miti (spesso cinematografici le Marylin e  le Audrey Hepburn di Andy Warhol).

 

Andy Warhol, Campbell Soup (1968) 

Con la Pop Art la cultura di massa diventa opera d’arte. I quadri sono semplici, immediati, colorati.

I quadri della Pop Art sprigionano ottimismo. Voglia di vivere. E soprattutto consumare. Siamo nei favolosi anni Sessanta.

 

 Tom Wesselmann, Great American Nude (1963)

Claes Oldenburg, Flying Pins (2000) 

E’ un’arte quella Pop per una nazione di spensierati e entusiastici consumatori e si oppone a quella colta e cupa dell’Espressionismo Astratto, un movimento formatosi a New York nella seconda metà degli anni Quaranta, che  comprende fra i suoi esponenti Jackson Pollock, Willem De Kooning, Adolf Gottlieb, Robert Motherwell, Franz Kline, Clyfford Still, Mark Rothko, Barnett Newmann.

In Italia questi pittori sono meno conosciuti che in America. Ma questi signori hanno cambiato la Storia dell’Arte. E alcuni dei loro quadri sono i più cari del mondo.

Prima degli Espressionisti Astratti i pittori americani non avevano certo dato un contribuito fondamentale alla Storia dell’Arte. Grazie a loro l’America si afferma non solo come superpotenza mondiale militare e economica. Ma anche artistica (secondo alcuni con lo zampino della CIA).

 

Le 10 opere più costose al mondo

Dopo la seconda guerra mondiale New York diventa la capitale dell’arte scalzando Parigi. E’ una svolta epocale. I pittori della Scuola di New York ovvero gli Espressionisti Astratti raggiungono quotazioni milionarie.

Tra i dieci quadri più cari del mondo vi sono due opere di esponenti di questa corrente. No. 5 di Jackson Pollock è stata venduta in asta il 2 novembre 2007 per 159,4 milioni di dollari.

 Jackson Pollock, No. 5 (1948)

La terza opera più costosa del mondo è Woman III di  Willem De Kooning, un altro esponente dell’Espressionismo Astratto.

Willem De Kooning, Woman III (1953) 

“Woman III” di De Kooning è stata pagata 156,5 milioni di dollari il 18 Novembre 2006 dal miliardario Steven A. Cohen. Si stima che Cohen abbia speso 700 milioni di dollari in arte, un’enorme cifra che si può permettere dal momento che siede su una fortuna stimata in 8 miliardi di dollari. La rivista Forbes lo colloca al trentaseiesimo posto nella classifica degli uomini più ricchi degli Usa.

Cosa fa di mestiere il signor Cohen? E’ il gestore di un hedge fund, un fondo di investimento poco regolamentato e riservato a individui molto ricchi. Cohen ha 56 anni, è sposato e ha 7 figli.

Il fondo che gestisce è specializzato nel trading azionario. La società di gestione di Cohen, la Sac Capital, partita con un patrimonio iniziale di 25 milioni di dollari nel 1992, gestisce oggi 13 miliardi di dollari. Potere del Supercapitalismo che ha reso un gestore un uomo ricchissimo grazie al valore generato per i suoi investitori. 

 

L’avvento del super capitalismo

Il Professore di Berkeley Robert Reich, già Segretario del Lavoro durante la Presidenza di Clinton, ha scritto nel 2007 un libro “Supercapitalism. The transformation of Business, Democracy, and Everyday Life” (la versione italiana è “Supercapitalismo” Fazi Editore) in cui spiega come dagli anni Settanta in poi è cambiata la nostra vita in seguito all’avvento di quello che chiama “Supercapitalismo”.

In questo nuovo paradigma i consumatori e gli investitori sono al centro di ogni decisione economica e anche politica. Anche se gli stessi consumatori e investitori sono anche cittadini e pagano le conseguenze sociali di questa supremazia dei consumi e della Borsa sulla propria pelle. “La scomoda verità – spiega Reich – è che molti di noi sono come divisi: come consumatori e investitori vogliamo l’affare migliore. Come cittadini, però non apprezziamo molte delle conseguenze sociali che questo comporta.” In primis un aumento della sperequazione sociale.

Il reddito medio della famiglia americana negli ultimi 30 anni è rimasto stagnante. Quindi a chi sono andati i soldi? Uno studio condotto sulle dichiarazioni dei redditi dei cittadini americani mostra che nel 1980 l’1% più ricco del paese ha percepito il 16% del reddito totale nazionale, il doppio di quello che percepiva nel 1980.

Nel Supercapitalismo la ricchezza è sempre più dei ricchi. E il potere sempre più dei consumatori. Tutto è diventato più economico in termini reali. La prova sta nei numeri. Prendiamo per esempio il costo di alcuni elettrodomestici.

 “Un televisore a colori che costava 2.277 dollari quando furono introdotte le prime TV negli anni Cinquanta – argomenta Reich – nel 1967 già costava la metà. Nel 2000 il suo prezzo era calato a soli 175 dollari divenendo accessibile a tutte le famiglie americane, incluso oltre il 90% delle famiglie che vivevano sotto la soglia della povertà”.

Stessa discesa dei prezzi è toccata ai forni a microonde che nel 1955 costavano 1.300 dollari e nel 2002 208 dollari, alla portata di quasi tutte le famiglie americane incluso il 73% delle famiglie considerate più povere.

 

Lavoro precario e salari stagnanti

Certo se come consumatori l’avvento del Supercapitalismo è stato un passo avanti i lavoratori americani hanno fatto molti passi indietro. “Negli anni Cinquanta e Sessanta – documenta Reich – la General Motors era il datore di lavoro più grande d’America. Pagava i suoi dipendenti solidi stipendi da ceto medio, con tanto di benefici, per l’equivalente di circa 60.000 dollari di oggi l’anno. Wal-Mart, l’azienda oggi più redditizia e il maggiore datore di lavoro del paese, paga i suoi dipendenti circa 17.500 dollari l’anno e i benefici che offre sono ridotti all’osso”.

Wal-Mart è una delle società con la maggiore capitalizzazione del mondo. Ovvero è una delle società quotate che vale di più in Borsa e fa parte delle 30 aziende che compongono l’indice azionario Dow Jones. Da Wal-Mart fanno la spesa milioni di americani perché ha i prodotti più economici di tutto il paese. Ma ora sappiamo a che prezzo. Stipendi ridotti all’osso per offrire a un esercito di consumatori prodotti sempre meno costosi.

L’avvento del Supercapitalismo ha portato non solo a porre il consumatore al centro di tutte le decisioni di un’azienda ma anche l’azionista – investitore, nel caso delle società quotate, è diventato una figura di riferimento. Si chiama “shareholder value” e significa che l’imperativo categorico di ogni buon manager di Wall Street nell’era del Supercapitalismo è creare sempre maggiore valore per gli azionisti. Di solito tagliando il maggior numero di teste possibili. Cosa particolarmente apprezzata dagli analisti di tutto il mondo.

 

Il Manager del secolo

Per la rivista Fortune il manager del secolo è l’ex AD della General Electric Jack Welch. Dal 1981, quando è diventato Amministratore Delegato della GE, al 2001 il valore dell’azienda in Borsa è passato da 14 miliardi di dollari a 400, un rialzo tre volte superiore a quello del mercato azionario nello stesso periodo.

Prima che arrivasse Welch i dipendenti della General Electric rimanevano fedeli all’azienda tutta la vita e sapevano di poter contare sull’azienda una volta che fossero andati in pensione. Quando arrivò il “manager del secolo” operò per ridurre al minimo i costi e tagliò tutte le spese possibili. Compresi un quarto dei dipendenti. Mossa che Wall Street apprezzò moltissimo. E non fu un caso isolato.

Quando il nuovo amministratore delegato della Scott Paper Al Dunlap licenziò 11.000 operai, le azioni dell’azienda salirono in Borsa del 225%. Con il Supercapitalismo chi non si adegua a ciò che piace agli investitori (soprattutto a quelli istituzionali) rischia di avere grossi problemi.

Come è accaduto alla francese Alcatel, che è tornata a guadagnare in Borsa quando ha deciso di licenziare 12.000 dei suo dipendenti su pressione del fondo pensione dei dipendenti pubblici californiani, che minacciò di vendere tutte le azioni che deteneva se il programma di tagli non fosse stato abbastanza rapido.

 

Il nemico è dentro (e fuori) di noi

Insomma come consumatori e investitori non dobbiamo lamentarci se poi il lavoro sta diventando sempre più precario perché chi investe in Borsa e cerca sempre il miglior prezzo quando compra un bene è in parte corresponsabile della direzione in cui sta andando il mondo.

Il problema però non è solo che come lavoratori stiamo perdendo terreno. Anche come investitori alcuni ne hanno perso parecchio.

Come consulente finanziario indipendente mi capita di analizzare i portafogli finanziari di risparmiatori comuni e spesso ho potuto constatare che  nonostante il rialzo dei mercati azionari americani ed europei dal Dopoguerra a oggi la maggior parte degli italiani in Borsa ha perso più che guadagnato.

La colpa? L’avidità delle istituzioni cui hanno affidato il loro denaro, i conflitti di interesse che caratterizzano il sistema, la scarsa cultura finanziaria del risparmiatore medio italiano, la difficoltà da parte degli organi di informazione di essere veramente indipendenti senza perdere i propri inserzionisti.

Un risparmiatore spesso raggirato e mal consigliato, poco educato a scegliere, in un contesto di mercato poco competitivo e governato da un numero limitato di gruppi che hanno il controllo del sistema distributivo. E dove l’interesse del cliente viene sempre dopo il business.

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