LE BANCHE ITALIANE? CHE SOFFERENZA

Ha collaborato a questo articolo Emanuele Oggioni, gestore azionario di Saint George Capital Management (gruppo Fondiaria Sai), una società di diritto svizzero con sede a Lugano specializzato nell’asset management

Non è un buon momento per il settore bancario in tutto il mondo, Italia compresa. Una serie di calamità sembra essersi abbattuti sui bilanci del settore e l’ultimo sembra essere (ma non c’è mai fine al peggio) quello legato ai debiti sovrani e agli ingenti quantità di titoli di Stato detenuti dalle banche (quelli dei cosiddetti Piigs, Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna).. Asset che stanno pesantemente vacillando dal punto di vista delle valutazioni con minusvalenze che settimana dopo settimana s’ingrandiscono nonostante il soccorso prestato nell’ultimo mese dalla Banca Centrale Europea.

Ma le banche italiane nelle ultime trimestrali presentano un’altra criticità crescente che è figlia della crisi precedente (quella di Lehman Brothers e dei mutui subprime per intenderci) e che deprime i conti degli istituti.

Il nome di questa malattia è per gli addetti ai lavori “non performing loans” ovvero quei prestiti e crediti non “performanti” ovvero soggetti a un incasso difficoltoso e problematico.

Sofferenze, incagli, crediti problematici o dubbi, insomma. Ma quanti sono questi crediti che invece di diventare incassi potrebbero diventare invece anche sonanti perdite se i debitori non rimettono i loro debiti?

Dai bilanci si evidenzia come per i primi cinque big del credito le posizioni creditorie deteriorate nette ammontano a fine giugno 2011 a 88 miliardi di euro con un incremento nel primo semestre  di circa 3 miliardi.

Non proprio una sciocchezza se molti addetti ai lavori giudicano come fisiologico un rapporto di circa la metà rispetto a quello attuale. Peraltro non tutte le banche adottano la stessa prudenza nell’indicare l’entità di questi crediti problematici e questo perché così facendo andrebbero a deprimere ulteriormente la redditività già in calo.

E quindi i dati resi pubblici non sempre sono indice della reale situazione secondo i pessimisti visto che alcune banche potrebbero cercare di nascondere la “spazzatura” sotto il tappeto per un po’ di tempo in attesa di tempi migliori.

Intanto in 2 anni le sofferenze bancarie secondo gli stessi dati dell’Abi sono raddoppiate complice la crisi e la recessione che ha colpito il settore industriale (con l’immobiliare in prima fila) del Paese. Non che le sofferenze nette (depurate cioè dalle svalutazioni) siano andate meglio.

Può essere perciò interessante valutare l’andamento di questi crediti non performanti ovvero il ratio dei crediti deteriorati sul totale dello stock dei crediti netti, a fine giugno 2011, vede UBI e BPM ai primi posti, mentre le peggiori sono Monte dei Paschi di Siene e Unicredit (proprio fra le banche peggiori a Piazza Affari):

MONTEPASCHI SIENA 3.8%
UNICREDIT 3.0%
BPER 2.9%
BANCO POPOLARE  2.7%
CARIGE 2.6%
INTESA SANPAOLO 2.1%
UBI 2.1%
BPM 1.5%

Se analizziamo invece la crescita dello stock di questi crediti NPL, da dicembre 2008 a giugno 2011, questa è la classifica:

BPM 169.4%
Banco Popolare ex B Italease 149.5%
BPER 140.4%
CARIGE 134.9%
INTESA SANPAOLO 101.1%
MONTEPASCHI SIENA 67.2%
UBI 60.8%
UNICREDIT 59.9%

Quindi BPM e B. Popolare figurano tra le peggiori in questi 2 anni e mezzo, in termini di peggioramento della qualità degli asset. Restringendo l’ottica più sul breve periodo, ossia analizzando il solo 1H11, questo è stato il rapporto sul peggioramento/miglioramento della qualità del credito:

BANCO POPOLARE 14.4%
BPER 14.0%
BPM 12.8%
CARIGE 12.1%
MONTEPASCHI SIENA 10.4%
UBI 9.4%
INTESA SANPAOLO 8.5%
UNICREDIT 2.4%

Si evidenzia da questi dati che  le banche popolari soffrono di più rispetto alle big come Unicredit e Intesa, segno forse che le piccole e medie imprese, le aziende più legate al territorio e gli artigiani soffrono di più delle grandi società. Non un buon segno per l’economia italiana fondata soprattutto proprio sulle piccole e medie imprese.

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