L’ITALIA E' USCITA DALLA CRISI O E' FINITA? CONVERSAZIONE CON MAURIZIO MAZZIERO

“L’Italia è finita. Ecco quel che resta”. E’ un titolo di un libro scritto da quell’intellettuale scomodo di Giuseppe Prezzolini nel 1948 (e morto centenario a Lugano nel 1982) che raccontava bene pregi e difetti della stirpe italica e come il “sogno europeo” poteva essere una buona alternativa per gli italiani in caso di realizzazione.  Un “sogno” che ancora non si è realizzato.

Secondo Prezzolini noi italiani pur con tutti i pregi (individuali) abbiamo un grande difetto: arrivare quasi sempre tardi agli appuntamenti con la Storia. Tranne in alcune situazioni : “Tutto è in ritardo in Italia, quando si tratta di iniziare un lavoro. Tutto è in anticipo quando si tratta di smetterlo”.

Mentre casualmente mi imbattevo in questo libro mettendo a posto la mia libreria ricevevo il consueto report della Mazziero Research dal titolo “Osservatorio trimestrale sui dati economici italiani” e sull’andamento del debito pubblico di cui Maurizio Mazziero a capo di questo Ufficio Studi ne è il timoniere.

E’ nata così l’idea di questa conversazione dove parlare degli italiani ma soprattutto del debito e dell’economia italiana. A che punto siamo della notte?

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La copertina dell’Economist nel luglio 2011

Pochi magari se lo ricorderanno ma all’inizio del novembre 2001 (con lo spread Btp/Bund a quota 570) una banca inglese (Barclays) pubblicava un report dove affermava che “l’Italia è finita e che è giunta matematicamente al punto di non ritorno, con o senza future riforme”.

 

Nonostante queste previsioni apocalittiche non sembra che siamo saltati: lo spread (pur con tutto il valore relativo che può avere) oggi è a quota 114, la Borsa italiana da quel report è risalita di oltre il 50% mentre l’indice dei titoli obbligazionari italiani è risalito di oltre il 30% sulla curva delle scadenza 7-10 anni.

I profeti dell’Apocalisse o i gufi  per dirla col linguaggio del premier Matteo Renzi non hanno avuto ragione ma è ancora complicato dire che “stiamo tutti bene”. Siamo comunque riusciti a far scendere la febbre che era arrivata ad essere altissima ma non ci possiamo dire ancora comunque sani. Molte dei virus e delle malattie croniche che debilitano l’Italia restano da curare.

E credo che si possa parlare in modo equilibrato di questi argomenti senza voler far passare scenari solo neri o solo rosa come è invece costume di un’informazione sempre più ad effetto.

Recentemente confesso mi sono un po’ perso a leggere molte trimestrali di società quotate (spesso positive) ma anche bollettini economici sull’andamento delle varie economie fra cui quella italiana. Mentre mi sono fatto perfino un’idea di come va l’economia cinese e quella coreana su quella italiana non è facile capire come vanno le cose se confronti le comunicazioni governative con quelle degli istituti di ricerca.

Chi governa (oggi come ieri) è bravissimo con lo storytelling e racconta sempre che vede la luce in fondo al tunnel ma i dati economici e finanziari non sempre dicono la stessa cosa.

E per questo motivo la lunga chiacchierata con Maurizio Mazziero, analista e consulente finanziario, che ho imparato ad apprezzare in questi anni per la grande capacità di analizzare dati e mercati e spiegare la composizione ed evoluzione del debito pubblico italiano, mi sembra una lettura estiva alternativa ma utile. Sicuramente non futile.

Mazziero

E quello che emerge sullo sfondo di questa conversazione è sempre un Paese che già Giuseppe Prezzolini raccontava all’inizio del ‘900. Un Paese dei campanili e dove “la roba di tutti (uffici, mobili dei medesimi, vagoni, biblioteche, giardini, musei, tempo pagato per lavorare, ecc.) è roba di nessuno.“

La spesa pubblica resta quindi un assalto alla diligenza.  Ma quanto possiamo andare avanti a comportarci in questo modo noi italiani?

Sicuramente non in eterno perché prima o poi i nodi vengono al pettine. E’ questo quello che emerge in questa conversazione salvo che forse qualcuno (il solito “straniero” ? ) ci costringa a metterci a dieta o ci commissari come è avvenuto ai greci. Resta sempre aperta naturalmente per noi italiani la possibilità di auto-riformarci ma la cosa sembra storicamente e politicamente complicata.

Perché venendo alla congiuntura attuale nonostante il Jobs Act la disoccupazione è ancora in Italia storicamente sui massimi e i dati della crescita economica se depurati da alcune componenti eccezionali ridimensionano (e di molto) la portata della ripresa seppure lieve. Il Moloch del debito pubblico e del fisco infernale restano sullo sfondo e la spesa pubblica da tagliare severamente un proposito di ogni governo che però si scontra con il potere delle lobby e degli interessi elettorali.

L’unica strategia “win win” per tutti sarebbe una crescita economica dell’Italia vorticosa ma con la zavorra con cui ci muoviamo è faticoso perfino arrivare all’1% di crescita del PIL. E dietro questo dato si evidenziano sempre più aziende che vanno benissimo (poche) e altre che vivacchiano o vanno male. Fra Nord e Sud poi non ne parliamo.

Per far quadrare i conti degli italiani la soluzione più ricorrente resta quella di mettere mani nelle tasche nei risparmi degli italiani con un crescente travaso dal patrimonio privato a quello pubblico o uno spostamento del debito sulle prossime generazioni senza incidere sui veri nodi irrisolti del paese. Ed è su questo aspetto che invece che si dovrebbe lavorare invece in Italia e soprattutto ora che c’è un minimo di vento a favore dell’economia europea e della ripresa.

italia-finita

“L’Italia non è democratica né aristocratica. È anarchica” ammoniva Prezzolini. E purtroppo se leggerete questa conversazione e vedrete tutte le tabelle e considerazioni svolte queste parole vi sembreranno ancora attuali.

Ecco il resoconto di questa conversazione estiva. E buona lettura!

Salvatore Gaziano: Qualche giorno fa sono rimasto impressionato dal dato sui sussidi alla disoccupazione negli Stati Uniti che sono tornati ai livelli del 1973. Un’economia liberista quella a stelle e strisce, secondo alcuni troppo deregolamentata rispetto al mercato del lavoro tricolore, che però riesce ad avere un tasso di disoccupazione molto basso. In Italia nonostante il “Jobs Act” il tasso di disoccupazione resta su livelli elevatissimi (12,7%). E in Italia ci sono gli stessi occupati che c’erano nel 1977 e il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari al 44,2%. Nel commentare gli ultimi dati il premier Matteo Renzi ha spiegato che “c’e’ ancora molto da fare. Con il Jobs Act noi abbiamo stimolato l’occupazione, abbiamo fatto un grande investimento ma l’occupazione è l’ultima cosa che riparte dopo un periodo di crisi. Per questo motivo i dati sono timidi ma anche incoraggianti…la produzione industriale lascia sperare in un aumento del Pil…poi ci sono i dati dei consumi che sono finalmente di segno positivo”. Com’è la situazione dal tuo osservatorio? Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?

Maurizio Mazziero: A seconda dei dati che si guardano, il bicchiere può risultare mezzo pieno o mezzo vuoto; se osserviamo quelli della disoccupazione il bicchiere è addirittura quasi vuoto. Il Ministro Poletti ha commentato che ci troviamo di fronte alla “fluttuazione che caratterizza una fase in cui la ripresa economica comincia a manifestarsi”; l’alternanza di valori positivi e negativi è effettivamente una caratteristica dei momenti di transizione dell’economia, ma se osserviamo con maggiore dettaglio i dati sul mercato del lavoro possiamo constatare che non è questo il caso.

disoccupazione Italia
La disoccupazione si trova a livelli (12,7%) che non sono molto lontani dal record storico segnato nel novembre dello scorso anno (13,4%); l’occupazione giovanile invece ha segnato nel mese di giugno il nuovo record storico (44,2%). Nel grafico possiamo osservare che la disoccupazione è la medesima di fine 2013, malgrado la tanto invocata ripresa e le reali condizioni economiche favorevoli; se poi alla disoccupazione statisticamente rilevata aggiungessimo la quota di cassa integrazione avremmo un ulteriore 1,5%, che ci porterebbe al 14,2%, un valore ben oltre la media europea.

Tasso occupazione Italia

Ma il reale quadro della situazione diventa più chiaro nel momento in cui guardiamo al mercato del lavoro dalla prospettiva dei dati dell’occupazione: a giugno di quest’anno gli occupati erano 22 milioni e 297 mila, a giugno dell’anno scorso erano 22 milioni e 337 mila, meno 40 mila dal 2014 al 2015; le persone in cerca di occupazione a giugno di quest’anno erano 3 milioni e 233 mila, a giugno dell’anno scorso erano 3 milioni e 148 mila, più 85 mila dal 2014 al 2015. Il grafico mostra anche in termini percentuali come il tasso di occupazione si sia mosso solo di qualche decimale dal 2013 ad oggi.

Detto brutalmente il Jobs Act non ha creato nuova occupazione, ma ha solo favorito una conversione di contratti atipici in contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti attraverso il riconoscimento di sgravi contributivi, che a questo punto gravano sul bilancio dello Stato senza risultati tangibili sul fronte occupazionale.

Gaziano: Sono usciti alcuni dati sulla congiuntura italiana che sembrano riportare qualche segnale di luce. Aumentano i consumi e anche gli investimenti. L’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo in un’intervista pubblicata domenica sul Corsera dice che “l’Italia è uscita dalla crisi”. E che i segnali positivi sono abbondanti: “le sofferenze (ovvero i debiti non pagati) si stanno riducendo e le imprese hanno ricominciato a investire…La svolta c’è stata e non è in discussione“.
Qualche giorno fa è uscito uno studio di una banca d’affari francese (Natixis) ripreso dal solito bravissimo Phastidio (Mario Seminerio) sul suo blog (vedi qui)  che simula però cosa sarebbe accaduto al Pil italiano nell’ultimo anno se non si fossero realizzate alcune fortunate coincidenze come per esempio il crollo del prezzo del petrolio (che ha dimezzato il prezzo negli ultimi 12 mesi) e il deprezzamento dell’euro. Secondo questo studio la crescita, nel periodo compreso tra il primo trimestre 2015 ed il primo trimestre 2014, se non fossero intervenuti il crollo del greggio ed il deprezzamento dell’euro, sarebbe stata infatti in Italia invece che del +0,1% del -1% !
In pratica secondo questa tesi la ripresa italiana è soprattutto ciclica e poco dipende dai provvedimenti che i politici e governanti si vantano di aver messo in campo. Cosa pensi della ripresa italiana? La luce in fondo al tunnel, che da Tremonti in poi i differenti ministri dell’Economia e premier ci hanno sempre raccontato di intravedere, esiste o è un miraggio o solo una fortunata coincidenza di fattori indipendente dai manovratori ?

Mazziero: “I primi dati prospettici vedono effettivamente un miglioramento di fatturato e produzione, buono anche l’export, associato a una domanda interna in miglioramento, sebbene sia lecito attendersi delle letture più deboli per i mesi estivi; non bisogna però dimenticare che non bastano progressi percentuali frazionali per costituire nei fatti quello che in altre epoche abbiamo identificato come ripresa.

Pil Trimestrale

Se si osserva un grafico della variazione trimestrale del Pil è possibile constatare che rispetto al primo trimestre del 2008, ben sette anni fa, il nostro Prodotto interno lordo si trova al di sotto del 9,4 per cento. Questo arretramento ha ormai intaccato in maniera irreparabile numerosi settori produttivi; è il caso del tessile, ad esempio, dove sono scomparsi interi distretti e il loro indotto, in alcuni casi gli impianti produttivi sono stati trasferiti all’estero grazie alle politiche incentivanti di altri paesi.
Queste produzioni sono ormai perse per sempre e a breve inizieranno a mancare anche le competenze, che in taluni casi erano uniche. Ciò significa che la ripresa si deve accompagnare a un cambiamento delle peculiarità produttive e all’innovazione, altrimenti si tratterà di una ripresa asfittica con modesti segni più che si alternano a modesti segni meno.
È pur vero che l’Italia beneficia al pari degli altri paesi europei di condizioni favorevoli irripetibili (debolezza dell’euro rispetto al dollaro, bassi prezzi energetici, politiche monetarie espansive della BCE che mantengono bassi i tassi di interesse) ma se a queste non si associano delle politiche strutturali che favoriscono il “fare impresa” in Italia sarà tutto vano.
Facciamo un esempio pratico, oggi su un litro di benzina che costa 1,616 euro (rilevamento MISE) la materia prima costa 0,422 euro (poco più di un quarto), 0,175 è il margine lordo; su queste due componenti viene caricato il 22% di Iva, 0,291 euro, infine scatta l’accisa di 0,728 euro che è in misura fissa e non percentuale.
È chiaro a tutti che il prezzo del petrolio può pure scendere di molto, ma il beneficio alla pompa è modesto visto che il prezzo è determinato da componenti fiscali per il 63% per la benzina e per il 61% per il diesel. In un Paese come il nostro dove il trasporto si svolge principalmente su gomma il carico fiscale incide in modo abnorme su quasi la totalità dei prodotti e in fin dei conti li rende meno competitivi nell’export e più onerosi nel caso di consumo interno.
In tutto questo, forse potremo anche dire che in Italia tutto accade indipendentemente dai manovratori, ma per il semplice fatto che sono perlopiù impegnati in grandi discussioni di concetto e molto meno nel varare riforme che davvero siano proattive alla crescita”.

Gaziano:  Sul debito pubblico italiano e la sua evoluzione sei un cultore e fra i più grandi conoscitori. Inevitabile chiederti quindi cosa ne pensi riguardo alla sostenibilità e se e come si riuscirà ad abbatterlo. Fino a oggi il piano di Renzi e dei premier che si sono succeduti sembrano aver puntato sulla crescita economica senza voler affrontare il problema e affondando il bisturi in modo profondo sulla spesa pubblica e gli sprechi. L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli nelle sue memorie di questa esperienza “La lista della spesa – La verità sulla spesa pubblica italiana e su come si può tagliare (Feltrinelli)” racconta in agrodolce questa esperienza. Tra proposte cadute nel vuoto, riforme passate solo a metà e norme cambiate in corsa da qualche manina. Secondo Cottarelli qualcosa è stato comunque fatto come tagli per 8 miliardi di euro ma molto si potrebbe fare, compreso mettere le mani al sistema pensionistico che ha il peso più importante nel bilancio pubblico. Ha comunque raccontato che “mentre cercavo di tagliare passavano misure che aumentavano le uscite”. E dei 17 gruppi di lavoro istituiti per 13 ministeri, oltre che Palazzo Chigi, Regioni, Province e Comuni, e ai quali erano state chieste proposte di tagli, ben cinque non hanno mai completato il lavoro. Come se ne esce Maurizio? La situazione è sempre grave ma non seria in Italia come diceva Flaiano? Revisione della spesa e debito pubblico dove li vedi? “Sempre più su” come cantava Renato Zero? O questa cosa del debito pubblico al 135-140% del Pil è una cosa come sostengono alcuni di cui potremmo pure “fottercene” perché la ricchezza privata è fra le più alte in Europa e nel mondo?

Mazziero: Non penso che possa esistere la soglia che assicuri la sostenibilità del debito, sebbene Reinhart e Rogoff in “Questa volta è diverso”, Il Saggiatore, abbiano cercato di farlo; vero è che quando si sorpassa il 100% rispetto al Pil si entra in una zona scarsamente esplorata che se oggi mantiene il debito perfettamente sostenibile, potrebbe non permetterlo più all’indomani.

 

Interessi debito

Cerco di spiegarmi meglio, il debito è finanziato principalmente dalle emissioni di titoli di Stato che generano una spesa per interessi. Secondo le stime Mazziero Research anche quest’anno spenderemo oltre 70 miliardi di euro a questo scopo; una cifra in calo da quattro anni, ma si tratta pur sempre di molti denari che non possono essere spesi per gli scopi di finanza pubblica. Ora è sufficiente un qualsiasi shock esterno per alzare improvvisamente questa spesa: per ogni punto percentuale in più di interessi la spesa mensile aggiuntiva è di circa 270 milioni al mese, il che significa 3,2 miliardi l’anno. Qualora tali condizioni dovessero continuare il secondo anno la maggiore spesa si sommerebbe a quella del primo e quindi avremmo un maggiore onere di 6,4 miliardi nel secondo anno e così via di seguito sino al raggiungimento dell’età media dei titoli di Stato pari a circa 6 anni e mezzo.

Debito pubblico italiano

Venendo al debito pubblico, dovremmo aver superato la parte peggiore dell’anno e quindi le nostre stime vedono un percorso in calo nel secondo semestre; tuttavia permane un rischio per una nuova spinta al rialzo nei dati di novembre per poi assistere alla consueta finestra di miglioramento di fine anno. Il debito è comunque destinato a veleggiare a cavallo dei 2.200 miliardi ancora per diverso tempo.

Quando si afferma che in fin dei conti l’elevato debito dello Stato fa da contraltare a un’ampia ricchezza privata si presuppone che siano due tasche del medesimo vestito e malgrado già oggi, grazie alle tasse, i travasi fra le due abbiano raggiunto livelli insostenibili, penso che patrimonio privato e pubblico dovrebbero essere tenuti ben distinti”.

tartassati

Gaziano:  Ti racconto questa storia che probabilmente conosci e che è stata raccontata qualche giorno fa su “Il Giornale” e che ti sintetizzo: “Un giovane artigiano del lodigiano apre nel 2013 un’attività nel settore elettromeccanico (ascensori). Sogna, fatica, guadagna, poi arriva il fisco e lo fa precipitare. Dopo il suo primo anno di attività, a fronte di 74.964 di reddito lordo dichiarato paga 83.700 di tasse”.
Lo Stato si è preso tutto il suo reddito e non contento fra tasse e anticipi e anticipi sugli anticipi si è preso altri 8.736 euro. Con un sistema fiscale concepito in questo modo a me sembra che l’Italia non ha futuro e soprattutto non c’è spazio per l’imprenditorialità che invece sarebbe da favorire al massimo.

Tra l’altro proprio questa mattina ho ricevuto un mio piccolo fornitore che mi ha detto che da settembre chiuderà la partita Iva: il costo combinato di fisco, Inps, tenuta contabilità supera  le entrate. 
Nell’ultima settimana il premier Matteo Renzi ha parlato di riduzione della pressione fiscale in 5 anni di 50 miliardi di euro. Sarà la volta buona o sono tutte “chiacchiere e distintivo” ? E sulla leva fiscale quanto abbiamo le mani libere in Europa? In Spagna hanno agito sul fronte delle riforme del lavoro e sul fisco all’ingiù ma con la benedizione dell’Unione Europa di sforare il tetto deficit/Pil che è quasi il doppio del nostro. Come la vedi la situazione e dove agiresti se fossi il ministro dell’Economia e Finanze, Pier Carlo Padoan, posto che pare che non fosse stato nemmeno informato della “rivoluzione copernicana” sul fronte fiscale promessa da Renzi?

Mazziero: “Renzi è stato abile ad anticipare l’allarme della Corte dei Conti sull’insostenibilità della tassazione a livello locale, al tempo stesso il Premier sa che la fiscalità avrà effetti ancora più devastanti una volta che verranno introdotte le nuove rendite catastali. È ovvio che le prossime dispute elettorali si giocheranno sul peso fiscale e con le sue dichiarazioni ha giocato d’anticipo, estraendo dal cilindro un poco originale sgravio sulla prima casa; alle opposizioni ora toccherà inventarsi qualcosa di nuovo o allinearsi alla proposta di flat tax di Salvini.

applicazione regola spesa

Ma il problema è quello di identificare le risorse economiche che permetteranno la riduzione di tasse di 50 miliardi. La spesa pubblica, secondo il Documento di Economia e Finanza presentato ad aprile, è prevista in aumento di 35 miliardi nel quadriennio 2015-2018 e della spending review ne abbiamo perso traccia. Ciò significa che le risorse verranno reperite o rimodulando le detrazioni o inasprendo altre tasse, come ad esempio quella di successione.

Difficile che la riduzione di tasse possa avvenire a debito, probabilmente Renzi tenterà questa carta, ma sarebbe uno sprovveduto se non avesse un piano di riserva qualora, come è probabile giungesse l’alt da Bruxelles.
Eppure, il primo obiettivo che si dovrebbe porre un premier e un ministro dell’economia per far ripartire l’Italia è proprio la riduzione della tassazione sul costo del lavoro. Un reperimento delle risorse indolore non esiste, ma probabilmente si dovrebbe mettere mano alla spesa pensionistica per quegli assegni che superano un certo livello e che non corrispondono a una contribuzione adeguata; stiamo parlando delle super pensioni che però molto spesso appartengono a personalità intoccabili. In ogni caso le risorse non basterebbero e quindi dovrebbero seguire una miriade di operazioni di miglioramento della spesa pubblica, alienazione del patrimonio pubblico e revisione delle piante organiche degli enti territoriali.
Il problema è che il debito pubblico ha ormai raggiunto livelli iperbolici e può essere abbassato solo in tre modi: abbassamento della spesa pubblica, dove le principali voci sono pensioni e sanità, inflazione sostenuta, ristrutturazione del debito in altre parole default.

Non è possibile abbassare le tasse e abbassare in modo tangibile il debito, quindi quest’ultimo è destinato ad aumentare, seppure a un ritmo inferiore anche solo per la spesa per interessi; se tutto questo non verrà supportato da una crescita tra l’1 e il 2%, sarà sufficiente uno shock esterno per rendere insostenibile il debito”.

Gaziano:  Se qualcuno ha letto finora la conversazione penserà che viviamo in un Paese dove tutto va storto e dal quale sarebbe l’ultimo posto al mondo dove investire a partire dal mercato mobiliare. Eppure da inizio anno Piazza Affari si conferma fra le migliori in Europa e anche l’anno scorso bene si era comportata anche se a dirla tutta dai massimi del 2007 siamo lontani del 45%. E altre Borse per esempio quella tedesca sono vicino ai massimi storici. Un rimbalzo del gatto morto? O bisogna fare più correttamente un po’ di distinzioni perché le imprese quotate a Piazza Affari non sempre rappresentano quello che molti italiani hanno in testa dell’Italia? E le ultime trimestrali pubblicate in questi giorni mostrano un quadro molto positivo a esaminare i conti della maggior parte delle società quotate a Piazza Affari. Giovanni Tamburi, uno dei banchieri d’affari più in gamba che abbiamo racconta che c’è un interesse pazzesco in giro per il mondo per l’Italia in questo momento. Insomma siamo un paese a sconto dove si possono fare grandi affari e ci sono aziende di eccellenza in molti settori o i pericoli secondo te superano ancora le opportunità?

Mazziero: “Quando guardiamo l’indice borsistico italiano, il FTSE MIB, vediamo un paniere che è costituito per quasi il 42% da titoli finanziari e per oltre il 15% da titoli energetici; sono sufficienti cinque titoli per rappresentare oltre il 50% dell’intero paniere composto da 40 aziende.
È chiaro che questa visione è parziale e non rappresenta il tessuto produttivo italiano, fatto di piccole e medie aziende, improntate all’innovazione e all’eccellenza. Questo significa che di opportunità ve ne sono molte, malgrado tutte le difficoltà a cui abbiamo fatto già accenno in precedenza.
Non è quindi un mistero che all’estero vi sia molto interesse per l’Italia e le recenti acquisizioni lo dimostrano; se l’investitore nostrano guardasse un po’ meno ai titoli di Stato e un po’ più alle azioni di aziende di piccola e media capitalizzazione potrebbe scoprire dei titoli che hanno un indebitamento sostenibile, business solidi e una buona redditività”.

Gaziano: Nelle ultime settimane sui mercati finanziari mondiali abbiamo assistito a diversi focolai di tensioni. La crisi della Grecia su cui si è trovato un accordo europeo all’ultimo minuto ma che non convince nemmeno il Fondo Monetario Internazionale se non si attua un’ulteriore ristrutturazione del debito greco. Poi abbiamo visto lo scoppio della cosiddetta “bolla cinese” le cui autorità fanno fatica a gestire e sembrano anzi esserne la causa. Ma abbiamo visto anche il mercato delle commodity e delle materie prime andare ai minimi di oltre un decennio e questo non sembra un segnale molto rialzista sull’economia mondiale ho visto che hai commentato. Il forte ribasso delle commodity implica, infatti, un rallentamento economico che non si riscontra negli indici azionari.
Gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone come mercati azionari sono positivi da inizio anno ma le Borse e le valute dei mercati emergenti sono alle corde e in queste settimane hanno segnato ribassi fortissimi. Dal Brasile alla Corea, passando pure per Canada e Sudafrica. Un temporale estivo quello sulle materie prime (oltre al calo del petrolio che ha ragioni più profonde) e delle Borse cinesi e dei Paesi emergenti o qualcosa di più profondo? O come dice qualcuno sono saltate anche qui le correlazioni per effetto della massa di liquidità che arriva dai mercati spinta anche dalle Banche Centrali?

Mazziero: “A mio modo di vedere vi sono molte concause e talvolta alcune false concezioni, il fatto che la Cina stia rallentando in modo evidente o che addirittura la sua crescita sia inferiore a quella calcolata è un problema che dovrebbe essere letto nel contesto corretto.
La Cina è un paese di 1 miliardo e mezzo di persone che sta passando da un’economia rivolta all’esportazione a un’economia guidata dal consumo interno. Non è un passaggio indolore, potrà avere dei vuoti d’aria, ma le autorità hanno tutte le leve a disposizione per traghettare il paese da un’economia pianificata ad un’economia di mercato. La crescita percentuale è una misura incrementale che ovviamente diminuisce nel corso del tempo, ma al tempo stesso ciò non preclude che la crescita in termini assoluti resti costante. Ad esempio, secondo The World Factbook della CIA le stime della crescita cinese sono state del 7,8% nel 2013 e del 7,4% nel 2014, in termini assoluti in entrambi gli anni il Pil è cresciuto della stessa entità: 1,2 miliardi di dollari, arrivando a 17,6 miliardi di dollari nel 2014.
Per quanto riguarda le materie prime un dollaro forte genera una pressione al ribasso sui prezzi e queste a loro volta determinano effetti nefasti sulla sostenibilità dei bilanci dei paesi produttori ed esportatori di materie di base. Ma si tratta di una fase che non può durare in eterno e che gli stessi prezzi bassi delle commodity determineranno la loro soluzione con un razionamento della produzione; a mio modo di vedere il movimento al ribasso presenta già degli eccessi, sebbene sia presto per dire di aver toccato il fondo.
Le banche centrali sono sicuramente parte del problema, se non altro per aver fatto saltare tutte quelle relazioni fra attività di investimento che nel corso di decenni avevano trovato la loro sostenibilità”.

 

Gaziano: “Per averti pagherei, un milione o anche più, anche l’ultima malboro darei, oh perche’ tu sei, oh oro oro oro…” Così cantava Mango ma oggi l’oro non sembra attirare più l’attenzione degli investitori e rappresentare un rifugio “sicuro” a vederne l’andamento anche in concomitanza con le ultime crisi che si sono verificate. Le azioni delle aziende produttrici di oro (le cosiddette “Gold Bugs”) a un anno perdono oltre il 40% mentre il prezzo dell’oro è in discesa di circa il 17%. Eppure ci sono risparmiatori che consideravano invece l’oro come il miglior investimento possibile e negli scorsi anni ne hanno accumulato posizioni considerandolo la “salvezza”. Dai massimi del 2011 a oggi ha invece quasi dimezzato le quotazioni. Tu sei uno specialista in questo mercato e ne hai parlato spesso come di un asset da valutare di avere in portafoglio mettendo in rilievo anche i vantaggi di questo mercato. Sei stupito di questo andamento ? E non credi che l’oro “virtualizzato” con strumenti finanziari spesso sintetici che sono stati creati in questi anni, dagli Etf ai certificati a strumenti molto più complessi messi a punto da numerose banche d’affari che quasi sono diventate delle miniere d’oro …di carta, non abbia potuto svilire il prezzo dell’oro fisico e reale e contribuirne anche al crollo ?

Mazziero: Sono convinto che una certa quantità di oro vada mantenuta in portafoglio, ciascuno deve individuare la giusta esposizione, anche in dosi omeopatiche se è il caso, purché la si consideri come una sorta di assicurazione.
Non sono infatti persuaso che le banche centrali abbiano trovato le soluzioni a tutti i mali, ma anzi che ogni toppa possa rivelarsi una falla ancora più grossa nel futuro.
Certo l’oro al momento non gode di un periodo di successo e se i ribassi continueranno presto molte aziende minerarie dovranno portare i libri in tribunale; ma non dovremmo dimenticare la frase di Nathan Rothschild: “quando scorre il sangue per le strade, è il momento per comprare”.
Probabilmente gli Etf e i certificati hanno dato una grossa spinta all’allocazione di investimenti nei metalli preziosi, spingendo probabilmente il rialzo dei prezzi, ma al tempo stesso forse ora sono la concausa di questa forte ondata di disinvestimenti.
Penso che il singolo investitore debba fare una valutazione personale sulla capacità di sopportare volatilità di questo genere e decidere se tale investimento sia compatibile con le proprie propensioni di rischio. Vi sono molte soluzioni per investire in oro, non solo Etf e certificati, ma anche monete e lingotti avvalendosi eventualmente di depositi doganali”.

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